mercoledì, maggio 07, 2008

Avec son ami Dolfi Trost, il essaie de fuir définitivement la Roumanie, mais leur tentative échoue. Commence une attente interminable et, à bien des égards, odieuse. Seule une demande de visa pour Israël peut désormais permettre de franchir les frontières, le régime communiste ayant imaginé de monnayer ses citoyens juifs. Après cinq années de refus, d’atermoiements, et grâce à l’aide d’amis parisiens ; Luca obtient le sauf-conduit qui l’oriente vers cette destination qu’il n’as pas souhaitée. Il va y rester de long mois, échappant par tous les moyens au service militaire obligatoire, vivant reclus dans une grotte qu’il éclaire à l’aide d’un miroir qui reflète les rayons du soleil.

Se définissant lui-même comme l ’  « étran-juif, juif étranger à la judéité définie comme une appartenance religieuse, ethnique, ou nationale, n’ayant jamais partagé l’idéal sioniste, le voici contraint de demander asile à Israel, avant de pouvoir rejoindre Paris en 1952 »

Préface d’André Velter à Ghérasim Luca, Héros-Limite, Poésie Gallimard n.364

 

Col suo amico Dolfi Trost, cerca di fuggire definitivamente dalla Romania, ma il loro tentativo fallisce. Comincia un'interminabile attesa e, sotto molti aspetti, odiosa. Solo una domanda di visto per  Israele può permettere oramai di varcare le frontiere, essendo l’idea del regime comunista di monetizzare i suoi cittadini ebraici. Dopo cinque anni di rifiuti, di indugi,  e grazie all'aiuto di amici parigini; Luca ottiene il salvacondotto che l'orienta verso questa destinazione che non auspicava. Vi resterà lunghi mesi, sfuggendo con tutti i mezzi al servizio militare obbligatorio, vivendo recluso in una grotta che illumina con l'aiuto di uno specchio che riflette i raggi del sole. 

Definendosi come lo strani-ebreo, ebreo straniero al giudaismo definito come un'appartenenza religiosa, etnica o nazionale, non avendo mai condiviso l'ideale sionista, eccolo costretto a chiedere asilo ad Israele, prima di poter raggiungere Parigi nel 1952". 

Dalla Prefazione di André Velter a Ghérasim Luca, Eroe-Limite, Poesia Gallimard n.364

 

 

 

A GORGE DÉNOUÉE

 
…………………………………

Accouplé à la peur

Comme le sacré au massacre

Le cou engendre le couteau

…………………………………

(Ghérasim Luca)

 

 

A GOLA SCIOLTA 

  
Legato alla paura 

Come il sacro al massacro 

Il collo genera il coltello

 

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sabato, maggio 03, 2008


























Al principe Tristano



Sulla tua anima azzurra
fanno le stelle tutta una notte

Ed io devo esser lieve,
o mio tempio,
le mie preghiere ti spaventano.

Le mie perle si destano
alla mia danza sacra.

E non è un giorno, né stella
né conosco più il mondo.
Ma te soltanto - e tutto
è cielo.



Else Lasker-Schüler





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categoria:poesia
martedì, aprile 29, 2008

L’essere, proprio in quanto tace se stesso e si nasconde nel silenzio, sarebbe anche l’origine del linguaggio.

“L’essere è nascondimento e origine.”

“L’essere è il fondamento abissale e il silenzio.”

(Heidegger)

 

 

Si riconosca una traccia nel segno e siamo già “in cammino verso il linguaggio”. Un cammino che è un non sottrarsi all’altro, visibile solo nelle sue tracce, passato che ripercorro mettendomi in cammino, seguendo un ombra.

 

 

 

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domenica, aprile 27, 2008

Segnalo qui uno spazio di informazione e creatività

http://www.tellusfolio.it/

 
L’importanza di avere un amico di nome Alfredo. Commento al
Bonnefoy di Stefania Roncari

Respinti dalle cose, dall’opacità del mondo, parola assente, vuoto dove si rasenta la follia, voglia di gridare nel buio, paura di un eco che risuona negli spazi infiniti. “Separati dalla carenza dei segni”. Passiamo, come il cielo trascolora, è già notte. Andare, tornare. Presenza, assenza. Quale identità ! se il tempo ci cambia e lascia tracce sul nostro volto che ci rendono irriconoscibili. Continua su tellusfolio

Come è tradizione – libertaria – di TELLUSfolio i COMMENTI più articolati, o nati per creare intreccio, vengono postati dalla Redazione in prima pagina. E chi commenta può entrare, da subito, nel circuito delle voci del giornale on line, con propri testi e scritture. In maniera RIZOMATICA. Basta si scelga una sezione del menù o di Critica della Cultura o di Diario di Bordo o di altre sezioni. Tutto ciò è fatto per potenziare al massimo la libertà di informazione e di creatività. (Claudio Di Scalzo)

 

 

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venerdì, aprile 18, 2008

Sur le plateau de Carsulae, au nord de Terni, de très bon matin, au sortir d’une nuit dans le véhicule aux abords d’Acqua Sparta et d’un long rêve (un tunnel ou je suis coursé nu par des chiens – quelque chose au moins de tangible, dans ma vie), nous voici dans les ruines, avec de la neige encore dans les interstices, de la ville aux pierres qui brillent, jadis camps avancé de Vespasien, le premier assiégeant destructeur romain de Jérusalem, contre Vitellius, celui pour lequel le cadavre d’un ennemi sent toujours bon. Affaiblie par la déviation de la Via Flaminia vers l’est, la cité contient alors les restes, tête et genoux, d’une statue géante de l’Empereur Claude, né a Vienne sur le Rhône au pied de la montagne où je suis né, où l’on dit que Ponce Pilate, nommé ici proconsul, se serait, de remords, précipité dans le Rhône.
Passant sous l’arc de Saint-Damien, je vois le petit tableau du Louvre avec la décapitation de Saint Côme et Saint Damien et de quelques autres, avec leur tronc rejetant le sang et les têtes nimbées d’or au sol. Alors, l’Art je n’en veux plus, mais la décapitation oui ! et avec le couteau d’Agnès je ne peux que m’égorger…

Au sortir d’une nuit d’après dans le véhicule, dans la neige, dans les Abruzzes, toutes fontaines gelées, encore dans l’obscurité, nous entrons dans une boulangerie pour acheter du pain qui sort du fournil. La famille nous invite a nous laver, à boire le café au lait, et, jusqu’au milieu de l’après-midi où le père reprend son travail, nous parlons dans la petite arrière boutique, mi-italien, mi-français, de ce dont alors pour eux souffre l’Italie, les Brigades Rouges, la corruption, le manque d’État. Ils parlent aux bords des larmes.

 
(Pierre Guyotat, Coma)

 
 

Sull’altopiano di Carsulae, a nord di Terni, di buon mattino, uscendo da una notte, nell’auto, nei dintorni di Acquasparta e da un lungo sogno, (una galleria dove sono rincorso nudo dai cani - qualche cosa almeno di tangibile, nella mia vita), eccoci tra le rovine, con la neve ancora negli interstizi, della città con le pietre che brillano, un tempo campo avanzato di Vespasiano, il primo assediante distruttore romano di Gerusalemme, contro Vitellio, per il quale il cadavere di un nemico ha sempre un buon odore. Indebolita dalla deviazione della Via Flaminia verso l'est, nella città si trovano ancora i resti, testa e ginocchia, di una statua gigante dell'imperatore Claudio, nato a Vienne sur le Rhône, ai piedi della montagna dove sono nato, dove si dice che Ponzio Pilato, nominato qui proconsole, si sarebbe, per il rimorso, gettato nel Rodano. 
Passando sotto l'arco di San-Damiano, vedo il piccolo quadro del Louvre con la decapitazione dei Santi Cosma e Damiano e di alcuni altri, col loro tronco che schizza sangue e le teste coronate d’oro a terra. Allora, non voglio più saperne dell’Arte, ma la decapitazione sì! e col coltello di Agnese posso solamente sgozzarmi...

All’uscita della notte successiva, nell’auto, nella neve, negli Abruzzi, ogni fontana gelata, ancora nell'oscurità, entriamo in una panetteria per acquistare del pane che esce dal forno. La famiglia c'invita a lavarci, a bere il caffè latte, e, fino a metà pomeriggio quando il padre riprende il suo lavoro, parliamo nel piccolo retro bottega, metà-italiano, metà-francese, di quello di cui allora per loro soffre l'Italia, le Brigate Rosse, la corruzione, la mancanza di Stato. Parlano quasi piangendo. 

 

 

 

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categoria:traduzioni, letteratura
domenica, aprile 13, 2008


  

“Il semiotico è la musica della poesia. Retrospettivamente, è ciò che il bambino articola con il suo balbettio prima di imparare le parole…” (J. Kristeva)


                                      

Ecolalie, una sinfonia di testi su una sola lingua, una sinfonia di lingue per un solo testo.
La perdita dei suoni: ecolalia infantile plurilingue, lingua di Dio (aleph), fonemi silenziosi - La morte delle lingue, la loro reviviscenza sotto altre forme, la lingua perduta o proto-lingua – Lingua (della) madre, sfide grammaticali, Canetti, Wolfson, Abu Nuwas, Landolfi – Babele, abitare la lingua. Il libro di Heller-Roazen è formato da capitoli che s’intersecano, dove la linguistica, la psicanalisi, la letteratura, s’incontrano a partire dal dubbio sollevato dall’origine del linguaggio, sintomo creativo che diviene a sua volta segno di una mancanza originaria, di una perdita che perdura. Nell’infanzia avviene il vero processo d’apprendimento d’una lingua che si struttura sopra frammenti ecolalici. Infiniti nella loro varietà, questi frammenti contengono potenzialmente tutte le lingue. Per apprendere la lingua madre il bambino dovrà sacrificare questa molteplicità all’uno. “Rimane l’eco di quel balbettio indistinto, immemoriale…”. L’ecolalia che ancora portiamo in noi.
A quella prima perdita necessaria di cui non ci dimentichiamo, faranno seguito altre perdite: la perdita degli dèi (cap III Aleph), la perdita di fonemi inutilizzati (cap. IV Fonemi in via di estinzione). Più o meno necessarie, più o meno traumatiche, struttureranno il nostro inconscio e riappariranno nelle espressioni visibili della religiosità e creatività umana, nella poesia.
La parola, l’alfabeto, la scrittura “custodisce l’oblio” della voce. La scrittura diventa il segno di una metamorfosi dolorosa per la ninfa “Io” di Ovidio (cap. XIII La mucca che sapeva scrivere), come per scrittori e poeti in esilio (Arendt, Brodskij). Dalla voce può anche sorgere un divieto di metamorfosi (Canetti – cap. XVI), parola d’ordine o sentenza di morte simbolica che significa “tu sei già morto”. Quella che ascoltiamo” scrivono Deleuze-Guattari in Millepiani, a proposito di Canetti (enantiomorfosi) “è una parola d’ordine che è sentenza di morte, simbolica, iniziatica, temporanea”. La “lingua-senza-corpo che scrive” nel racconto Valdemar di Poe (cap XV Aglossostomografia).
La lingua materna può diventare anche prigione, la madre di Canetti (nel primo tomo della sua autobiografia, La lingua salvata) lo imprigiona nella “sua” lingua materna, che non è più la lingua di famiglia, ma la “lingua della madre”, il vincolo affettivo. L’incontro con la scrittura si rivelò decisivo per Canetti, ma capì che per la madre “il tedesco era la lingua dell’intimità e dell’affetto”, “il bambino era solo il sostituto del padre morto e dei loro colloqui d’amore spezzati”. L’acquisizione della nuova lingua non fu una lingua straniera, ma “una lingua madre innestata con ritardo e con vero dolore… una seconda nascita”
Le altre lingue che si mescolavano nella sua infanzia nomade hanno relegato il bulgaro nell’oblio del paese in cui era nato. Nel mettere su carta i suoi ricordi d’infanzia, scrive Canetti, “la traduzione si è compiuta spontaneamente nel mio inconscio”, quindi non c’è alcuna deformazione. La lingua dell’infanzia dimenticata trova una nuova musica attraverso una nuova lingua, ma quei suoni infantili della lingua dimenticata sono ancora dentro di lui, agiscono inconsciamente, sollevano veli, echi, designano una perdita. “È perdendo la madre che si scopre che la propria lingua madre è sempre già perduta”. Come la lingua della poesia, che è sempre un’altra lingua tradotta dalla lingua madre, scrive Marina Cvetaeva.

 

segue…

 

Daniel Heller-Roazen, Ecolalie. Saggio sull’oblio delle lingue, Quodlibet 2008

 

 

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categoria:testi, letture, letteratura
domenica, aprile 06, 2008

Perché rispondere ancora al Questionario Proust? Forse perché il modo migliore di afferrare un concetto è rispondere ad una domanda. Come nella vita, le risposte non sono mai definitive.

 
Che cos’è per lei la felicità?

Vivere, con intelligenza e ironia.

Di che umore è in questo momento?
Calmo e riflessivo. Lievemente depresso.

La sua passione più grande?
La filosofia e i gatti.

Quali sono i suoi personaggi preferiti?
Molloy, Malone, e affini

Chi ammira, tra i viventi?
Nessuno in particolare

Chi, invece, non può soffrire?
La società dello spettacolo. I ricchi. I politici con un doppio lavoro.

Quali sono i suoi eroi nella «vita reale»?
Nessuno

Che cosa non sopporta di se stesso?
L’incertezza. La mancanza di fede.

E degli altri?
Quello che credono di essere.

La bizzarria a cui non può rinunciare?
Leggere con poca luce.

Qual è l’oggetto più prezioso che possiede?
Qualche libro. Una pietra.

Cosa le fa più orrore?
Guerre, malattia, dolore, crudeltà verso uomini e animali.

La conquista di cui è più orgoglioso?
Aver imparato a leggere.

Il suo viaggio preferito?
In Paradiso

Il modo migliore di passare il tempo?
Pensare. Leggere sdraiati. Ascoltare musica.

Qual è il tratto distintivo del suo carattere?
Il timore e il tremore (Kierkegaard).

Fin dove può arrivare la miseria umana? C’è un limite?
All’annientamento dell’umanità, unico limite.

Il suo rimpianto più grande?
Non aver studiato abbastanza.

Dove e quando è stato più felice?
Campagna. Infanzia.

Le capita di mentire?
Per necessità. Quasi mai.

Il talento che le manca e che vorrebbe avere?
Leggere la musica. La vita spirituale, che è il fare filosofia.

Che cosa la infastidisce di più del suo aspetto?
Non è, ancora, un problema.

Vorrebbe essere diverso, in qualcosa?
Concretamente più spirituale.

E in casa cosa cambierebbe?
Spero non sarà mai un problema.

Come vorrebbe morire?
Cosciente e tranquillo.

Se dovesse reincarnarsi quale forma pensa che assumerebbe?
Gatto.

E se invece potesse scegliere?
Un puro spirito.

Il suo motto?
“Non è necessario che tu esca di casa. Rimani al tuo tavolo e ascolta. Non ascoltare neppure, aspetta soltanto. Non aspettare neppure, resta in perfetto silenzio e solitudine. Il mondo ti si offrirà per essere smascherato, non ne può fare a meno, estasiato si torcerà davanti a te.” (Kafka)

 

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categoria:letteratura
giovedì, aprile 03, 2008

Et pourquoi mon amour serait-il un monstre,
à faire admirer sous le couvert des mots
qui disent toujours nous ne laisserons pas
mourir ce que tu as aimé une fois ?
Mon amour, chacun l’a connu, l’a perdu
dans la misère ordinaire de nos jours,
la houle longue où tous résistent, puis lâchent,
la molle saison d’ombres noyées. Il passe
tout près, parfois tout autre, et meurtri profond
comme le votre, parlant pour tout le monde.


E perché il mio amore dovrebbe essere un mostro
da far ammirare a forza di parole
che dicono e ridicono non lasceremo morire
ciò che un tempo hai amato?
Il mio amore chiunque l’ha conosciuto, l’ha perduto
nella normale miseria dei nostri giorni,
onda lunga dove tutti resistono e poi cedono,
molle stagione d’ombre annegate. Il mio amore passa
molto vicino, molto diverso a volte, ferito nel profondo
come il vostro, e parla per ciascuno.


Jean-Charles Vegliante, Nel lutto della luce, Einaudi 2004 – trad. di Giovanni Raboni

 

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lunedì, marzo 31, 2008











:


fin nella caverna cielo e suolo
e una a una le vecchie voci
d’oltretomba
e lentamente la stessa luce
che sulle piane di Enna in lunghi stupri
macerava poco fa i capillari
e le stesse leggi
che poco fa
e lentamente nell’orizzonte che spegne
Proserpina e Atropo
Adorabile d’incerto vuoto
Ancora la bocca d’ombra

 
BECKETT, Poesie

 

***

 
 

C’è un’isola vasta, Trinacria, ammassata sopra le membra di un gigante.

Allora la terra trema, e perfino il re dei morti muti ha paura che il suolo si squarci e che una larga voragine ne dischiuda i segreti e che la luce irrompendo semini terrore e confusione tra le ombre.

Non lontano dalle mura di Enna c’è un lago che si chiama Pergo, l’acqua è profonda.

La terra mi dischiude un cammino, io scorro in caverne dentro le sue profondità, e qui levo fuori il capo e rivedo le stelle quasi dimenticate

Proserpina: … regina , signora del mondo buio

 
OVIDIO, Metamorfosi, Libro V, v. 341-571

 

***

 

ciel dans le crépuscule de la présence
imagine fleurs dans la nuit astrale
paroles qui précipitent des sons de silence
dans le vide de forêts disparues
lieus éternels d’absence
reflétés supprimant les astres
lumière pure qui frappe le cœur
caverne de colonnes creusées
de l’autre côté du silence
cieux profonds sombres se déplacent
abîmes lumineux du bleu
débordent dans l’eau du matin

 

http://ibridamenti.splinder.com/post/16537911/METAMORPHOSE


 

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venerdì, marzo 21, 2008

“Almeno una cosa è certa: che Nietzsche ha scritto, se non compreso, “Ecce homo”. Ecco l’uomo, quello che grida: Ut quid dereliquisti me? Ecco l’uomo abbandonato, l’abbandono dell’uomo. Ecco l’uomo, l’essere abbandonato. Il destino dell’amore è congiunto a quest’abbandono.

 
“Derelizione dell’essere : ci sono degli abbandoni crudeli e degli abbandoni pieni di grazia, ce n’è di dolci, di impietosi, di voluttuosi, di frenetici, di felici, di disastrosi, di sereni. La sola legge dell’abbandono, come quella dell’amore, è di essere senza ritorno e senza ricorso.” 1

 

***

 

L’Ecce homo è l’uomo abbandonato, spogliato e privato della sua umanità, del suo esser-ci. Pilato abbandona Gesù al suo destino; il ritorno all’indifferenza dell’essere senza ritorno. Cristo offre il proprio corpo in remissione (del peccato), ma rimette l’anima tremante nelle mani del Padre.

 

1   J. L. Nancy, L’essere abbandonato, Quodlibet

 


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categoria:filosofia
venerdì, marzo 21, 2008



Nel diario di tua figlia così giovane
un gattino apre gli occhi sulla vita
le pietre seminate sulla sabbia
brillano
e il corpo ha i segni rossi del dolore.
Intanto il primo passo è un passo falso
ma ha la speranza di piccole strade
dove l’amore può saltare subito
come fa uno scoiattolo e non sa…

Tutto il passato è un tributo alla morte.


Rati Saxena



da One Window & Eight Bars, Kritya,
Trivandrum (Kerala, India), 2007, p. 71

traduzione di Massimo Sannelli

 

 

 


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categoria:poesia
domenica, marzo 16, 2008

versami dentro luce
viola
attraverso cielo
liquido

corpo a
corpo con il blu

attracco
nel porto degli occhi
bianco innocente e
blu

 

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categoria:poesia
domenica, marzo 16, 2008

Avec ses ruines colossales, sa profusion de palais, de coupoles et d’églises entre lesquels circulaient (ou se trouvait coincé) le flot des voitures, ça faisait penser aux ossements de quelque monstre prédateur d’une espèce disparue depuis longtemps et dont une armée d’insectes à carapace s’acharnait à ronger ce qui pouvait encore rester de chair accrochée a ces falaises de pierre, ces arcades, ces thermes, ces dômes boursouflés et creux. Comme l’accumulation (les cyclopéens et ambitieux entassements d’architraves, de frontons, de corniches, de volutes, de trophées, de baldaquins, de pietàs et d’angelots dorés) laissée derrière elles par de successives dynasties de personnages aux mêmes visages pensifs, glabres et impitoyables sculptés dans le marbre, couronnés de lauriers, de tiares ou de chapeaux de cardinaux.

et soudain, au-dehors, sans un éclair ni quelque grondement annonciateur, d’un coup, la pluie tropicale se mit à tomber : non pas ce grignotement ou même ces crépitements dont un orage fouette parfois les vitres, mais diluvienne, primitive, verticale, aveugle, avec un bruit majestueux de cataclysme et de désastre, semblable à quelque chose comme un réseau liquide qui, en quelques secondes, allait transformer les chaussées défoncées en lacs, en rivières…

L’air immobile a cette tiédeur pour ainsi dire intestinale, charnelle, caractéristique de l’Inde, chargée de ces imprécises senteurs à la fois végétales et animales qui, le matin, avant l’étouffante fournaise de l’après-midi, semblent suspendues comme de légères exhalations d’herbes, d’essences et d’espèces inconnues.

Dans les ténèbres viscérales de quelques ventre, de quelque matrice originelle aux lourdes senteurs de fleurs inconnues, aux noms inconnus, qui en pourrissant exhalaient un entêtant et subtil parfum de décomposition et de mort s’était dressée pour les accueillir la matérialisation même, insolite, vaguement menaçante, de ce continent lui-même fabuleux…

 
(Claude Simon, Le jardin des plantes)

 

***

couleurs sons et parfums se répondent dans l’air liquide joie folle de vie et de mort  mêlées dans la nuit du monde végétal en proie à une lassitude de tout l’être là où se forment de nouvelles hiérarchies on attend l’aube sous les arbres couchés dans les herbes folles et humides de rosée.

 

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domenica, marzo 09, 2008

VESTITI

Spesso quando vedo vestiti con molte pieghe, gale e ornamenti, che si posano bellamente su bei corpi, penso che non si manterranno a lungo in quello stato ma prenderanno pieghe, che non si possono più rimediare stirando, e polvere, che ingrossando nell’ornamento stesso, non si potrà più allontanare e che nessuno vorrà far una così triste e ridicola figura, mettendo ogni giorno al mattino lo stesso vestito prezioso, per levarselo la sera.
Eppure vedo delle ragazze, che sono belle e mostrano diversi muscoli provocanti e piccole ossa e la pelle tesa e masse di capelli sottili, e che giorno per giorno pur compaiono in questa mascheratura naturale, posano sempre la stessa faccia nelle stesse palme delle mani e la lasciano riapparir nello specchio.
Solo qualche volta a sera, quando tornano tardi da una festa, il viso appare loro consunto, gonfio, impolverato, visto da tutti ormai, e che non si può più portare.

 

 

GLI ALBERI

Perché siamo come tronchi nella neve. Apparentemente vi sono appoggiati, lisci, sopra, e con una piccola scossa si dovrebbe poterli spingere da una parte. No, non si può, perché sono legati solidamente al terreno. Ma guarda, anche questa è solo un’apparenza.

 

 

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venerdì, febbraio 29, 2008

pour ton anniversaire farouche

 

parole sabbia che incidono
sul vetro di una clessidra incrinata
nel punto di rottura
che attirano senza toccare il mondo

 
 

le parole sono sabbia di clessidre incrinate… quelle parole che incidono sul vetro di una clessidra incrinata, proprio nel punto di rottura
R. R. FLORIT

Seshat, Colei-che-scrive. Prima dea capace di incidere
DERRIDA, La farmacia di Platone

 

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categoria:poesia
sabato, febbraio 23, 2008

analogia o differenza nel simposio tra l’afrodite celeste e l’afrodite ctonia eros celeste e eros volgare l’eros dell’afrodite volgare è in verità volgare e porta a compimento ciò che capita ed è quello che gli uomini dappoco amano costoro anzitutto amano le donne non meno dei fanciulli in seguito di quelli che amano amano i corpi piuttosto che le anime ed infine per quanto è loro possibile amano le persone più stolte mirando soltanto al compimento dell’atto, senza curarsi che ciò avvenga in modo bello o no equivoco del leggere il simposio senza la distanza dalla grecia il terrore di essere corpo di esistere sotto la forma di corpo e continuare a vivere nell’illusione della parte indistruttibile del proprio essere che sopravvivrà alla nostra morte corporea non riusciamo ad accettare razionalmente la distruzione totale del nostro corpo incomprensibile confondere cielo e terra in un uomo distrutto nel corpo e ossessionato dalla carne è in questa luce oscura irreale che l’erotismo trova compimento restando nella purezza dei cieli infantili non essere scalfiti dalle proprie impurità depurare il testo della sua ossessione per tenere il testo poetico perdendo la gravità delle parole ma anche l’uomo riscattare l’erotismo con la poesia la filosofia impedire ai corpi di sprofondare di sparire nel magma delle profondità terrestri forse sospesi sopra altri corpi l’uomo è sempre nell’utero della donna che ama e attraverso la sua carne sonda le profondità della propria tutto il male psicosomatico inconscio inestirpabile in che modo diventa autoflagellazione voluta tormento pena inflitta volontariamente male di vivere che si riversa sui corpi quando il male prende forma s’incarna come tenere a bada il fuoco che arde senza dolore come un virus i nostri corpi sono come i vulcani della terra eruttano in continuazione o ad intervalli più o meno regolari altri ancora sembrano spenti all’apparenza ma il fuoco nelle viscere della terra continua ad ardere incessantemente corpo sofferente il traffico urbano che stordisce le luci artificiali della città che simboleggiano la prigione nella quale il soggetto corpo temporaneamente si trova rinchiuso frastornato e da cui può uscire soltanto identificandosi alla pianta alla sua sofferenza e al suo slanciarsi nel cielo d’oriente non sono le immagini la loro potenza metaforica ad inquietare è la perentorietà di un verso la troppa chiarezza non sono i chiodi le catene è l’alba nella quale il corpo appare giorni oltraggiati e stinti dopo il martirio notturno forse l’entrare nel gioco delle relazioni in rete contamina questo materiale perché non apri uno spazio in cui il soggetto sparisce quasi una terapia di gruppo dove i problemi di uno diventano i problemi di tutti un caos dove le identità sono a rischio il linguaggio che non vuole esprimere che non è un medium tra me e l’altro è solo uno sfogo incontrollato un sollievo per chi scrive nebbia che si dissipa all’alba ma è l’uomo che genera la sofferenza come le scintille che s’innalzano dal fuoco…

 

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martedì, febbraio 12, 2008




ESPIRITUAL

 

Après un siècle la figure de la soie
Qui retenait le ventre avait été brulée
Mais la lettre mise en contact avec le nard
Enfermée dans un coffre de fer

Sentait encore l’intime en traversant le fer.

 

(Pierre Jean Jouve, Matière céleste)

 

***

 

Dopo secoli la forma della seta
Che cingeva il ventre era stata bruciata
Ma la lettera in contatto col nardo
Chiusa in un forziere ancora

L'intimo odorava attraverso il ferro.

 

(Pierre Jean Jouve, Celeste materia)

 


Trad:
rita r. florit & alfred r.


 


 

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sabato, febbraio 02, 2008

“siate delle molteplicità, fate rizoma, create delle alleanze...”.

 
 

Nella notte, tra stanchi piaceri
Infinita cade l’ombra tra noi, denudata ferita,
Segreto inconfessabile di un’infanzia inerme,
Cinerea legge dal volto minaccioso.
Tu sei altrove, tra le vespe e le orchidee,
Là ti ritroverò, lontana dall’orrore,
Combattiva tenera e fragile, come una bimba,
Lontana da morali e peccati,
Là ti coglierò, tra le giunchiglie e i narcisi.
Dissolta ogni colpa, risorgerai vittoriosa,
Bianca leggera e libera, rosa su rosa,
Mondo diverrai, animale vento e uomo.
Ora seguimi, lungo le tracce scavate dall’acqua.

 

NOTE:

 
………………

MARIO GALZIGNA, Poesia d’amore

 
La vespa e l’orchidea fanno rizoma in quanto sono eterogenee. [...] Vero divenire, divenire-vespa dell’orchidea, divenire-orchidea della vespa. [...]

La pantera rosa non imita niente, dipinge il mondo del suo colore, rosa su rosa, è il suo divenire-mondo, in modo da divenire impercettibile essa stessa, essa stessa asignificante, fare la sua rottura... Saggezza delle piante: perfino quando sono a radice, c’è sempre un di fuori dove fanno rizoma con qualche cosa – con il vento, con un animale, con l’uomo. [...] Segui i rigagnoli che l’acqua ha scavato, così conoscerai la direzione dello scorrimento.
[...]
Che vuol dire amare qualcuno? Sempre coglierlo in una massa, estrarlo da un gruppo, anche ristretto, a cui partecipa, non fosse che per mezzo della sua famiglia o altrimenti; e poi cercare le sue proprie mute, le molteplicità che racchiude in se stesso, e che sono forse di tutt’altra natura. Congiungerle alle mie, farle penetrare nelle mie e penetrare le sue, nozze celesti, molteplicità di molteplicità. Nessun’amore che non sia esercizio di spersonalizzazione...

G. DELEUZE - F. GUATTARI, Mille piani

 
Io amo e dubito, ed è vano, è vano,
Amare e dubitare come uno che deve morire
Pianificando ciò che è bene, benché non sia che inverno,
Quando è giunta la primavera,
La giunchiglia e il narciso selvatico.

DYLAN THOMAS, Poesie inedite

 
Siamo esseri che ritornano, noi ritorniamo sempre da chi amiamo, non per un’idea di fedeltà, per un’idea di casa, di accoglienza, di amicizia.

RITA R. FLORIT, Lettera

 
« Pensava: ti amo, benché non sappia se il mio amore nasca soltanto da te e da me, o se non l’abbia destato dal nulla colui che già nel nulla è tornato, e se questo amore sia un legame tra noi due, oppure il riflesso di un altro amore che appena articolò le sue prime parole una sola volta prima di affondare tra le gelide spume di acque mortali, per non incarnarsi mai più in un corpo e in una voce, non so da dove sia scaturito il mio amore per te, ma ovunque abbia tratto la sua origine e i suoi primi incantamenti, mai cesserò di amarti, poiché, se esisto, è solo per affermare con tutto me stesso, io, non amato, il bisogno di amare...».

JERZY ANDRZEJEWSKI, Le porte del paradiso

 

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giovedì, gennaio 24, 2008

L’uomo ha una struttura polare per cui la parte superiore corrisponde esattamente alla parte inferiore. Il polo superiore e inferiore sono omotipici e il sistema urogenitale del polo inferiore corrisponde, dal punto di vista degli organi e delle funzioni, esattamente al sistema respiratorio e vocale del polo superiore. Inoltre il sistema e l’attività del sesso trovano la loro esatta corrispondenza polare nel sistema e nell’attività della voce. Le secrezioni del sesso e quelle della parola sono omotipiche, le ultime maturano come le prime ed escono all’esterno per la fecondazione. Vi è un certo paradosso insito in questa omotipia, e lo si smarrisce se non si tiene in conto che il seme apparentemente è solo una goccia di liquido: in verità è un esser altissimamente misterioso, un essere intelligente, come dicevano gli antichi, poiché è il portatore della forma, di qualcosa di più sapiente di quanto il più sapiente potrebbe escogitare, della ragione oggettiva e di quella soggettiva, del pensiero; e inoltre è carico di energie occulte il cui scambio rappresenta il centro dello scambio tra i sessi. Il seme ha cioè il suo morfema, il suo semema e il suo fonema: e questa è la parola, che produce il legame soprattutto da parte dell’ousía umana. Tutto ciò che si dice contro la parola pronunciata, contro la sua presunta nullità, ugualmente vale per il seme, salvo che qui l’accento non va tanto sulla insignificanza materiale della goccia di seme, ma sulla sua mancanza di struttura e di significato, mentre le obiezioni alla parola muovono contro la sua materialità.

Pavel Florenskij

 

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sabato, gennaio 12, 2008

La malattia morale1 . Una lettura. Prima parte (cap. I-III)

 

“L’uomo calcolabile”. Il lavoro disciplinare all’opera nella produzione di corpi che possano riprodurre, e non solo produrre, le condizioni necessarie alla sopravvivenza della società capitalistica. Una società di produzione, non solo di merci, ma di corpi assoggettati. “Uomo soggetto alle regole, dunque calcolabile”. Il pazzo come prodotto di scarto del Capitale. La società “fabbrica pazzi” così come “fabbrica” soggetti sani. La normalità e lo scarto, parafrasando Ganguilhem.

La “voce dei soggetti”, degli alienati, viene registrata, catalogata, archiviata, è la grande macchina predisposta all’internamento degli individui marginali, inadatti a vivere in società. Il medico è un “inquisitore”, vuole svelare se il malato “crede” alle sue idee deliranti, oppure ne è “vittima” inconsapevole