I ricchi non hanno bisogno di uccidere con le loro mani per mangiare. Fanno lavorare gli altri, come si dice. Il male non lo fanno loro stessi, i ricchi. Loro pagano. Si fa di tutto per piacergli e tutti sono contenti.
Ondate incessanti di esseri inutili vengono dal fondo dei tempi a morire in continuazione davanti a noi, e tuttavia restiamo lì, a sperare qualcosa… Nemmeno capaci di pensare la morte che siamo.
I ricchi, è facile divertirli, bastano degli specchi per esempio, perché ci si possano contemplare….
I miei clienti, loro, erano degli egoisti, dei poveri, materialisti tutti immiseriti nei loro sporchi progetti di pensione….
Non avevo la macchina io come la maggior parte degli altri medici dei dintorni, ed era anche come una malattia ai loro occhi il fatto che andavo a piedi.
Non appena venivano eccitati un po’ i miei malati, e i colleghi non andavano al risparmio, si vendicavano si sarebbe detto di tutte le mie cortesie, di com’ero servizievole, disponibile. Tutto questo è normale. Il tempo passava lo stesso.
Faremo sempre una gran fatica con i sentimenti. Innamorarsi è niente, è restare insieme che è difficile.
Tutte le nostre disgrazie nascono dal fatto che ci tocca restare Jean, Pierre o Gaston ad ogni costo durante ogni genere d’anni. Il corpo che abbiamo, travestito da molecole convulse e banali, si rivolta tutto il tempo contro questa farsa atroce del durare. Vogliono andarsi a perdere le nostre molecole, il più in fretta possibile, in mezzo all’universo le carine! Soffrono d’essere soltanto “noi”, cornuti dell’infinito.
Se uno voleva un tempo triste e adatto alle confidenze non poteva chiedere di meglio del tempo che faceva fuori. Si sarebbe detto tanto era brutto il tempo, e in una maniera così fredda, così insistente, che uno non lo avrebbe più rivisto il resto del mondo uscendo, che sarebbe fuso il mondo, dal disgusto.
(L-F. Céline – Viaggio al termine della notte - pp. 369 – 374)