mercoledì, gennaio 19, 2005
 

La fiducia, il confidare, come surrogato della passione amorosa negli esseri impauriti-impauribili […] non è più un surrogato è l’elemento congiungente principale, anteriore al desiderio erotico, quel che decide dell’intensità, della durata di un’unione. L’amore non serve più che ad attenuare la paura, cresciuta illimitatamente come l’alga che inquina le coste; senza fiducia, nessuno si butterebbe, la diffidenza reciproca ha messo occhi ai visceri, le simpatie restano predestinate ma il bisogno di fiducia le sottopone ad esame, se non lo passano sono respinte. […] Pochi riescono a dare vera fiducia, questo fa che pochi siano amati. I bambini negano ai padri l’amore, vedendoli incapaci di capire la loro paura. Essere amato per fiducia è per un uomo molto più esaltante che esserlo per la forza, il timore, il talento: c’è più piacere ad essere […] inermi marsupiali, sgocciolanti mammiferi, cicogne dal nido girovago, che leoni e sansoni. […] saper dare fiducia è una grazia delle più rare (i deboli sono l’animale che velocissimamente si sottrae, che fulmineamente sparisce), il suo magnetismo di profondità è l’estrema luce superstite dell’amore, la sua fioca parola di salvezza: eccomi, vieni. (Ceronetti)

 

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sabato, gennaio 08, 2005
Il linguaggio crea una relazione, perché con le parole noi ci denudiamo di fronte all’Altro, ma restiamo ancora nella Separazione. Ogni discorso non può fare a meno di riconoscere che c’è un Altro, oltre a me stesso. Se non riconosciamo che l’Altro si offre a noi nella completa nudità dl suo Volto e nella sua totale alterità, difficilmente arriveremo a comprendere l’Assoluto del Desiderio. Andremo alla ricerca di un essere che ci completi, rivelando così una mancanza e non l’autonomia della Separazione. L’incipit del libro di Lévinas Totalità e Infinito: “La vera vita è assente. Ma noi siamo al mondo. La metafisica sorge e si mantiene in questo alibi” è, nella sua chiarezza, quasi insostenibile. Inutile illuderci, noi siamo al mondo, il mondo è sorto per noi; il nostro essere-qui è il nostro venire-al-mondo. Perciò l’uomo non può essere lasciato solo; ecco che il pensare all’Altro si risolve nel pensare il totalmente altro, come l’inizio di ogni metafisica.
“L’affettività non affonda le sue radici nell’angoscia intesa come angoscia del nulla”. L’emozione nasce dal non essere soli, grazie agli altri. L’affettività che ci avvicina e ci stringe agli altri non è la paura del nulla, ma la paura di essere soli nello spazio sconfinato. Il discorso filosofico travalica nello psichismo. Tramite i sentimenti, il semplice sentire l’altro noi sperimentiamo se c’è un contatto affettivo o una barriera affettiva (Binswanger). Quante volte ci è capitato di voler stabilire un rapporto con un altro e di non riuscirci perché c’era una barriera tra noi; ogni nostro sforzo veniva respinto, noi ci sentivamo respinti, non per volontà dell’altro, ma per la sua estraneità al nostro sentire. Nessun sentire comune ci “accomunava”, ecco sorgere la barriera affettiva. L’iperemotività è alla base di tutte le paure, notturne e diurne, perché siamo nell’attesa e viviamo nell’attesa dell’altro.
Che vita! La vera vita è assente. Noi non siamo al mondo”. Si può pensare che la frase di Lévinas sia un rovesciamento della frase di Rimbaud, della sua Stagione all’inferno e del suo rifiuto della mano amica, dell’altro, “J’ais vu l’enfer des femmes là-bas”. O è soltanto il cercare un alibi al fare filosofia, alla metafisica. “Filosofi, voi appartenete al vostro Occidente”.
Dialoghi III
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sabato, gennaio 01, 2005

Ma quando il tempo della prova sarà finito, le profondità saranno dimenticate e Maia riacquisterà i diritti che, per decisione di Dio, le aveva tolto il diavolo, cioè la ragione, stornando l’uomo dalla superficie luminosa dell’essere verso le radici oscure e i princìpi. (Šestov)

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