sabato, settembre 24, 2005
Lettura di “Lo psichiatra e il libertino”. Prima parte. Omaggio a Mario Galzigna.
 
Ho letto solo un testo pubblicato da M. Galzigna. E’ incentrato, o almeno prende avvio da un racconto di Diderot che è una favola, “L’uccello bianco. Racconto blu”, che lui riassume all’inizio del saggio. Un principe Génistan trascorre parte della sua esistenza, grazie ad un incantesimo, con le sembianze di un uccello bianco, un uccello libertino, invaghito della principessa Lively. Grazie all’intervento della fata Verità, Génistan riprende il suo aspetto naturale. Ridiventa uomo e accede alla sobria dimora di Verità, per salvarsi la vita aveva dovuto allontanarsi da Lively, dal “mondo delle passioni”. La dimora di Verità è spoglia; Verità detesta le apparenze. La Fata consiglia al principe di sposare una donna matura e ragionevole (Policresta) abbandonata da un filosofo adulatore dei potenti. Così come l’amica Verità ama la solitudine, la filosofia, la lettura, la scrittura, anche Policresta è saggia, ragionevole e ha cuore. Génistan non ne è attratto, ma diviene suo amico, purtroppo il suo cuore continua a battere per Lively, oggetto di desiderio e di passione. Finisce per sposare anche lei, ha così due mogli, l’una, Policresta, creatura dell’equilibrio e del Logos, saggia e fedele; l’altra, Lively, creatura distante dalla parola, infedele e volubile. Due figure inconciliabili: ragione e passione, intelletto e sensi, serietà e leggerezza, saggezza e piacere. Come dice G. la conciliazione di due istanze apparentemente nemiche e irriducibili. In effetti, Génistan decide di tenerle unite, di non operare una scelta. Lo scritto rispecchia la vita di Diderot, in modo particolare la sua storia d’amore con Sophie Volland, dove la passione e il desiderio convivono con l’amore per la cultura e la filosofia.
 
L’eros principio della filosofia, l’eros che si fa parola si sottrae al suo stato di indigenza, di abbandono, ma non riesce a chiudere quello spiraglio che è la mancanza. L’amore che si scrive nella filosofia vuole il ritorno, soffre della nostalgia dell’indiviso, dell’androginia originaria, ma l’amore che si prova ha bisogno dell’Altro. “Il mito platonico dell’amore... Rifiutando nel Simposio il mito dell’androgino, Platone non ha forse affermato la natura non nostalgica del Desiderio, la pienezza e la gioia dell’essere che lo prova?” (Lévinas)
 
Ma il punto su cui G., seguendo Diderot, appunta la sua attenzione è sull’originalità del pensiero che appare nel linguaggio diretto del personaggio del romanzo di Diderot “Il nipote di Rameau”: è l’occasione per il filosofo per rompere con le convenzioni sociali e l’educazione che rendono ogni discorso noioso e uniforme. Lo stesso vale per le lettere a Sophie, la filosofia passa attraverso il corpo e le passioni. Si può anche non vedere Diderot come il prototipo del libertino “giocoso e appassionato”, occorre però seguire la lettura di G. e la sua domanda fondamentale: come si conciliano sensualità e erotismo con le avventure dell’intelletto. E’ possibile essere al contempo filosofo e libertino?
La contrapposizione è tra chi trova nella natura una “potenza ostile e nemica” e opera una vera e propria scissione tra l’essere umano pensante e l’elemento naturale (il libertino scisso, Sade) e chi invece, come Diderot, il libertino “giocoso e appassionato”, pensa che l’uomo appartenga profondamente alla natura. Solo conservando l’unità tra universo psichico e naturale è possibile concepire la relazione amorosa nella sua complessità.
 
G. scrive che l’amore, la relazione amorosa, è “quell’esperienza personalizzata che trasforma l’Alterità in Altro”, mentre l’erotismo è “la percezione dell’Alterità attraverso la carne: dimensione anonima, impersonale...”. L’amore è fondamentalmente “incontro” tra l’Io e l’Altro; l’Altro come corpo rimane, invece, nella sua Alterità “una forma che occulta un’alterità irriducibile” (O. Paz).
Nell’erotismo l’incontro deborda in pura perdita, è un istante quello in cui l’Altro si fa presenza ai nostri occhi, quello dell’estasi amorosa, per poi ripiombare nel nulla.
Il sociale è dominato dall’alterità assoluta. I corpi dispersi, perduti nel mondo, incapaci di ritrovare la loro identità sono quelli che la società o rinchiude o canalizza “nei momenti rituali di aggregazione sociale: feste, megaconcerti, discoteche”. Prima delle istanze dionisiache moderne, con l’erotismo libertino settecentesco ci troviamo ancora e sempre su un palcoscenico dove l’amore viene recitato (come nelle Liaisons dangereuses di Laclos). L’interiorità è scomparsa, perduta nei meandri della ragione libertina.
Lo sfociare naturale nella “reazione” romantica, che nell’“amore sradicato dalla corporeità spalanca in chi lo vive l’abisso del nulla, della melancolia e della morte, si contrappone a quest’amore dominato dal piacere dei sensi, che finisce per diventare una malattia piuttosto che una passione dell’anima”. Il sentimento puro, però, è fondato sulla mancanza, l’assenza di passione sensibile “la pura passione dell’anima è malattia dell’anima”. Con il Werther torniamo all’unità di amore e morte, all’io che, divorato da una passione tutta interiore, scivola nella malinconia e nella morte al mondo o nell’annientamento reale (suicidio). Sulla scissione romantica dell’Io dalla vita G. rimanda al suo “Malinconia romantica e rovine dell’Io” che sembra essere il necessario complemento del saggio che stiamo leggendo e, da un punto di vista più specialistico, ma sempre legato alla cultura filosofica e letteraria, a “La malattia morale. Alle origini della psichiatria moderna”.
 
In termini più propriamente psichiatrici: “la caduta nel baratro dell’alienazione si verifica nel momento in cui la corporeità, componente naturale del Soggetto, non è più dominata dalla ragione”. Il corpo è affetto dalle passioni senza la mediazione della ragione.
G. ci fa capire che con l’inizio della moderna psichiatria (Pinel) “il baricentro dell’osservazione medica si sposta: dall’intelligenza all’affettività, dalla ragione alle passioni”. “Le passioni eccedenti, che sfuggono al controllo della ragione, rappresentano il volto umano della follia”. Non sono più gli eccessi della ragione che interessano la psichiatria ma quelli della passione, quelle che vengono chiamate le “monomanie affettive”. Il volto umano della follia è il nostro volto, ed è attraverso la passione, nell’“eccesso passionale”, che il paziente comunica con il medico e il mondo esterno. Scrive ancora G.: “è vittima della passione proprio colui che rimane esposto ai tumulti del mondo, al loro impatto devastante, ed è incapace di mediarli attraverso la coscienza riflessiva (il ragionamento)”.
G. sa bene che è da qui che prende il via l’internamento dei malati psichici, ma sa altrettanto bene che l’intento vero non era quello di proteggere il malato dai “tumulti del mondo”, di difendere il malato dalla società, ma di difendere la società dal malato, dalle sue “violenti passioni senza mediazione”. Forse è proprio questo pervertimento delle buone intenzioni all’origine del fallimento della psichiatria che reclude, ma è giusto dire, più appropriatamente, che la disciplina psichiatrica è vittima alla stregua dei pazienti di una società (Stato) che interna i suoi figli scomodi.
I tumulti del mondo agiscono su tutti noi e il cervello (la ragione) non è sempre in grado di mediare queste impressioni forti che ci colpiscono dappertutto, allo stomaco, alle viscere, al cuore, e lasciano una ferita aperta. Che siano amore e tenerezza o odio e aggressività, agiscono come un agente aggressore sul nostro organismo. “La sensazione mi rende altro” dice Maria zambrano citando Platone, ma l’uomo non può soltanto “sentire” le cose, se non subentra il momento della riflessione (la coscienza riflessiva) la sua vita è in pericolo. “Lezione inevitabile è l’indurimento del cuore che, annichilito dalla mancanza d’amore, per sopravvivere s’indurisce e indurendo s’ammala”. La malattia psichica è anche malattia del cuore e dell’anima.
 
Mario Galzigna, “Lo psichiatra e il libertino” in Storia delle passioni, a cura di S. Vegetti Finzi, Laterza
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categoria:letture
mercoledì, settembre 21, 2005
Una risposta a “Dalle eterotopie alla blogosfera. Note in margine a Blog generation di Giuseppe Granieri” di Mario Galzigna (heteronymos). Non ho letto quel libro. Le note di Galzigna sono, però, una buona opportunità per riprendere in mano Ficciones e Le parole e le cose. Questi accostamenti, ovviamente, hanno lo scopo evidente di “qualificare” la qualità di un libro d’attualità, per non dire d’occasione. Diamo merito a Galzigna di citare Foucault, anche se attraverso una frammentarietà che lo rende irriconoscibile, mentre dell’amato Borges c’è solo l’incipit della Biblioteca di Babele.
 
Foucault ci parla “di” e “da” quel luogo che si chiama “Letteratura”. A-topia, U-topia, Etero-topia, luogo-senza luogo, contro-luogo, altro-luogo, a noi decidere, siamo “là dove il linguaggio prolifera senza promesse1”. La letteratura si è sempre sottratta al potere (lettere, clandestinità); non ha atteso l’avvento della virtualità per propagarsi, per infettare il sistema.
Di difficile lettura il testo di Foucault. Il senso del titolo è nella separazione tra “parole e cose”, tra “veduto e letto”, tra “visibile e enunciabile”, in una parola il mondo da una parte (sapere-potere) e il linguaggio (letteratura) dall’altra.
 
Galzigna dice cose interessanti appoggiandosi a Foucault, su queste “interazioni estranee alle logiche di potere” proprie di un ambiente virtuale. Ma lo spazio è garanzia dell’apparire degli esseri e delle cose, lo sa molto bene Foucault “spazio e tempo sono i garanti dell’apparire”, per cui non può esistere “un pensiero senza spazio”. “Privo di centro e stratificazioni gerarchiche”, se il centro fosse il cervello saremmo in un universo ideale: forse la Biblioteca-Universo di Borges.
 
“La Biblioteca esiste ab aeterno. Di questa verità, il cui corollario è l’eternità futura del mondo, nessuna mente ragionevole può dubitare. L’uomo, questo imperfetto bibliotecario, può essere opera del caso o di demiurghi malevoli; l’universo, con la sua elegante dotazione di scaffali, di tomi enigmatici, di infaticabili scale per il viaggiatore e di latrine per il bibliotecario seduto, non può essere che l’opera di un dio”.
 
La Cina segreta, immaginata da Borges e da Foucault, è la Cina antica, quella che non esiste più, forse non è mai realmente esistita, ma è confluita nella Biblioteca che esiste ab aeterno. Così Hegel inizia il suo cammino nella storia universale, dalla Cina: “L’alba dello spirito è in Oriente, nel momento del suo inizio. Lo spirito è però solo il suo tramonto”. Effettivamente, oggi, in Cina e negli U.S.A., lo spazio virtuale è già sotto controllo.
 
Il primo assioma è l’eternità della Biblioteca. Borges e Foucault pervengono alla stessa conclusione: la specie umana sta per estinguersi e la Biblioteca perdurerà: illimitata, solitaria, infinita, perfettamente immobile.., inutile, incorruttibile, segreta, infinita. Qui sorge il dubbio sul parallelo effettuato da Granieri e riportato da Galzigna tra la Biblioteca e Internet: se la Biblioteca è immobile e infinita, come si può aggiungervi qualcosa che non vi sia già stato aggiunto?
“Si proclamò che la Biblioteca comprendeva tutti i libri... L’universo era giustificato, l’universo attingeva bruscamente le dimensioni illimitate della speranza”.
 
Borges ha usato tutti gli aggettivi per definire la Biblioteca-Universo, ma non “ideale”, quello che, invece, sembra diventato il mondo virtuale, lo spazio-tempo ideale in cui dimorare, ma questo è, di nuovo, ricadere nell’ontologia, l’essere a casa propria, piuttosto che “l’essere senza origine, senza patria né data” che appartiene all’uomo e di cui parla Foucault.
Dobbiamo, a questo punto, demistificare forzatamente questo “spazio virtuale”, Internet non è la “versione visionaria” della Biblioteca di babele” e la “logosfera” ricompone tali e quali le gerarchie che si producono nel mondo reale. “Luogo del dialogo continuo e degli scambi imprevedibili”, se accettiamo lo scambio.
“Dilatazione dei testi, macrotesto collettivo, scomparsa dell’autore”, nulla di nuovo sotto il sole, Borges: “menino vanto gli altri delle pagine che hanno scritto...”. La letteratura: un intreccio di voci.
 
Mondo parallelo a quello reale o soltanto riproduzione del mondo reale, mondo dell’apparenza. Il mondo dell’apparenza diventa il mondo vero nel “sottosuolo”, è nel sotterraneo che il fuoco divampa realmente e le passioni si alimentano ad una fiamma viva, è là che il pensiero (la coscienza) “esplode”. Quel là è anche il di fuori, “l’assolutamente altro di cui si occuperebbe la filosofia, la filosofia che è l’eteronomia stessa” secondo Lévinas.
Immaginate un link che si apra su un “altro mondo” piuttosto che ripiombarci in “questo mondo” fatto di tante caselline, parti assegnate e etichette sulle porte. (Giornalisti, scrittori, professori, comici: blog con nomi e cognomi, gelosi della loro auto-nomia, e i blog senza nome linkano giornali e giornalisti)
Etero-nomia o auto-nomia? Il dubbio è se noi dobbiamo andare verso gli altri, o gli altri ridursi al nostro Io?
Il filosofo o il poeta hanno ancora bisogno della loro “Torre” per scrivere, nella quale ritirarsi “dentro se stessi”, per non finire nelle “condizioni più infamanti”.
 
L’evento non è la “blogosfera”, è la ricostituzione di un mondo più reale, di “rapporti umani”, a partire dal virtuale, da quella piccola traccia che si chiama scrittura, ultimo baluardo dell’uomo prima d’essere “cancellato come sull’orlo del mare un volto di sabbia”
La realtà virtuale è uno spazio aperto, terrificante come tutti gli spazi aperti, nella Biblioteca-Universo di Borges, intrappolati nelle parole (nel linguaggio), ma ci rincuora la sua periodica illimitatezza e la piccola nota finale “la Biblioteca è inutile”.
 
Avvertenza finale: leggere può portare fino alla follia, in altre parole al Desiderio di leggere tutti i libri. La Biblioteca di Babele in questo senso è anche profetico: la cecità è il destino di chi peregrina alla ricerca del Libro che racchiude tutti i libri, il Libro Totale.
 
Consigli di lettura:
Foucault, Le Parole e le Cose. Capitolo II della parte prima “La prosa del mondo”
Borges, La biblioteca di BabeleTlon Uqbar Orbis Tertius, Funes o della memoria in Finzioni
 
Questo testo è solo un gioco, il gioco del mondo, il gioco della letteratura.
 
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categoria:testi
lunedì, settembre 19, 2005

S'alza lo scarto dell'andar degli anni! / E' crudo, aperto esposto ad ogni sguardo. / Tutti possono toccarlo, se vogliono. / Ma per molti, lo scarto è solo un resto, è avanzo per cani. / Perché ascoltare chi fa del suo cuore scempio? / E' intollerabile l'assenso a chi è macerato dalla memoria.

R. FLORIT

... Il tempo, il passato come scarto, si legge sul viso, è la prima cosa che si vede, esposta allo sguardo di tutti, che tutti possono toccare, toccare e rifiutare come un avanzo per cani. Anche se “l’uomo è interamente padrone del proprio destino solo nel ricordo, alla ricerca del tempo perduto1”, chi sa ascoltare, chi è disposto a vedere scorrere il sangue dal cuore del proprio essere? “Perché ascoltare chi fa del suo cuore scempio? / E' intollerabile l'assenso a chi è macerato dalla memoria”. Impossibile condivisione del passato, perché l’Essere si Dice solo al presente.

“Attraverso la sua teoria del sensibile Husserl restituisce all’evento impressivo la sua funzione trascendentale. Nella sua massa che riempie il tempo, egli scopre un primo pensiero intenzionale che è il tempo stesso, una presenza a sé attraverso il primo scarto, un’intenzione nel primo lasso di tempo e nella prima dispersione; al fondo della sensazione percepisce una corporeità, ossia una liberazione del soggetto rispetto alla sua stessa pietrificazione di soggetto, un moto, una libertà che distrugge la struttura. 2

 1 2 Lévinas

 

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categoria:testi
lunedì, settembre 19, 2005

Emozionante dilemma: se l’uomo sia prima della parola o se la parola sia prima dell’uomo; ovvero tradotto in termini filosofici se l’essere è prima degli enti, dell’esistenza, o piuttosto se tutte le cose hanno origine dal nulla..

La parola come voce mette in gioco la questione dell’essere come presenza, il farsi avanti, il venire alla luce, l’essere-qui sulla terra. L’Essere si fa “spazio” nel Cogito attraverso la parola proferita. Per la metafisica occidentale noi assumiamo la nostra identità di esseri naturali, una volta per tutte, dicendo “Io sono”, attestando la nostra presenza unica e irripetibile “Io sono io” (Ich bin ich). La parola come attestazione di una presenza non comporta né un’origine né una fine, non mette in dubbio il venire alla luce degli esseri naturali dal nulla e il ritornare nel nulla, non prevede il tempo come distruzione...

continua

 

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categoria:dialoghi
lunedì, settembre 19, 2005

Non voglio rinunciare ai miei studi, ma in futuro li proseguirò solo in me stesso... nei nostri manicomi regnano condizioni per noi tutti infamanti.

 

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categoria:frammenti
giovedì, settembre 15, 2005

“Il tempo che avvolgeva la torre, fattosi all’improvviso indocile negli ultimi giorni di marzo, con grande ostentazione, manifestava migliaia di umori contrastanti, mutazioni, rivoluzioni, esplosioni... esercitava, stranamente,un’influenza terribile su di noi che, dentro la torre, nella nostra costante tetraggine, d’un tratto regrediti a uno stadio remoto a noi stessi, non facevamo alcun progresso: spesso, quasi fossimo d’accordo, andavamo a rintanarci nell’angolo più riposto della Cucina Nera, non molto lontano dai nostri pagliericci... di tanto in tanto, nel crepuscolo, quando la notte fonda si trasformava in una notte ancora più fonda e – così pensavamo noi – ci copriva d’infamia, quando le tempie dei monti, le pareti che penetravano come lame nell’acqua della Still, quando il burrone monumentale privo dell’eco per lo scrosciare della Still, oscuravano irrimediabilmente – sino a renderlo irriconoscibile – il nostro mondo esterno, e quindi anche il nostro mondo interiore, lo oscuravano e lo deturpavano, allora noi osavamo uscire dalla tana...”

Il burrone monumentale privo dell’eco per lo scrosciare della Still... È l’acqua metaforica della scrittura, copre la voce umana, crea un abisso interiore. Il tempo non scorre più, diventa regressione thalattica, verso l’angolo più riposto dei nostri pensieri, dell’infanzia, la Cucina Nera, il grembo primordiale della natura. Il fragore delle acque della Still si ripercuote, attraverso tutte le pagine, sulla vita dei due fratelli, che sembrano vivere in una simbiosi perfetta solo dopo la morte, prima dei genitori, poi di uno dei due, perché la morte non è mai qualcosa di reale, noi lo sappiamo, è l’imput filosofico che ci permette di vivere, di cercare il senso. La morte, ogni morte, è la presenza del niente al centro dell’essere, dell’esistenza, della vita.

“...m’incupivo nelle confuse correnti d’aria, nei venti che dall’infinito s’infilano nella valle dell’Inn. Ecco che cosa sentivo: tanti soffi primaverili di mostruosa intelligenza cosmica... i logaritmi di corpi celesti in fuga... la macrologia dei concetti di età [...] bene o male in balia delle forze d’attrazione della natura.

Ogni partenza da noi stessi, dalla casa dei nostri genitori, ci era possibile solo soffrendo... per paura delle ferite... La verità è che noi, per tutta la vita, abbiamo sempre soltanto avuto paura, i nostri genitori avevano sviluppato in noi una paura smisurata... questa paura, col passar del tempo, [...] aveva scavato sempre più a fondo dentro di noi e poi s’era estesa a regioni sempre nuove [...] delle nostre nature corporee, alle nostre nature psichiche, alle nostre nature spirituali così diverse [...] Sin da bambini, aprire porte e finestre ci causava vertigini, mal di capo e svenimenti... più tardi questo ci capitava nel voltare la pagina di un libro... [...] Siamo stati, già molto presto respinti da tutto, in cerca di riparo, tutta la vita sempre solo rinchiusi nel nostro ilozoismo; e questo – com’è naturale – ha logicamente oscurato e ottenebrato [...] i nostri rapporti col mondo esterno; per me li ha ottenebrati sino a oggi...”

“Il fatto che probabilmente sia l'opera più cara all'autore e citata nell'ultima opera scritta non è forse la testimonianza del desiderio di una vita da riavvolgere come una pellicola e da rivivere con una dose più sopportabile di dolore?” (Wolfsegg)

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categoria:testi, frammenti
giovedì, settembre 15, 2005
E quando in lui si diffonde quel possente sentimento (per indicare il quale la lingua ha solo il nome di amore e voluttà) come un vapore denso che liquefa ogni cosa ed egli si immerge tremante, preso da una dolce paura, nell’oscuro, attraente grembo della natura, la povera personalità si consuma nei flutti del piacere che si inseguono e si accavallano e non rimane che un punto focale dell’incommensurabile forza generatrice, un vortice risucchiante nel vasto oceano!
Che cos’è la fiamma che compare ovunque? Un intimo amplesso il cui dolce frutto cade come rugiada in gocce di voluttà. L’acqua, questa primogenita di fusioni passionali, non può negare la sua origine dalla voluttà e si mostra sulla terra con celeste onnipotenza come elemento dell’amore e della commistione.
[...]
Sono proprio pochi coloro i quali sono immersi nei segreti del liquido e in qualcuno di loro questa intuizione del piacere sommo e della vita eccelsa non è mai emersa nell’anima inebriata. Nella sete si manifesta quest’anima del mondo, questo possente desiderio di liquefarsi. Gli ebbri provano fin troppo bene questa voluttà sovrannaturale del liquido e tutte le sensazioni piacevoli che proviamo sono, in fondo, liquefazioni, moti in noi di quelle acque originarie. Persino il sonno non è altro che l’alta marea di quell’invisibile mare dell’universo e il risveglio non è che il subentrare della bassa marea. Quanti uomini stanno sulle sponde di fiumi inebrianti e non sentono la ninna nanna di queste acque materne e non godono del gioco incantevole delle onde infinite!
[...]
Non è solo un riflesso quello del cielo nell’acqua, è una tenera amicizia che nasce, un segno della vicinanza e quando questa tensione inappagata vuole salire ad altezza incommensurabile, l’amore felice sprofonda volentieri nell’abisso senza fondo.
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giovedì, settembre 15, 2005

 

 

in Camargue, nella vastità dei suoi cieli totali, la radente luce delle dune prossime al mare era così palpabile, familiare e arcana al contempo; in quella luce occidentale dimoro, e là davvero io vorrei morire al mondo, esserne assorbita,interamente rapita.

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domenica, settembre 11, 2005
Vengono da te gli anni,
ti guardano come stanco passante,
il mattino si sveglia sopra la guerra dei secoli
passati senza accorgersene,
sono steli funerarie gli anni,
soggiornano nel nostro giardino
tra steccati di malinconia principia il giorno
scopre i nervi all’uomo impaurito
Là dove la lingua si rifiuta al verbo.
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categoria:testi
domenica, settembre 11, 2005

 

 

 

 

 

 


"J'entretenais un feu dans la nuit la plus simple,
J'usais selon le feu de mots désormais purs,
Je veillais, Parque claire et d'une Parque sombre
La fille moins anxieuse au rivage des murs.

J'avais un peu de temps pour comprendre et pour être,
J'étais l'ombre, j'aimais de garder le logis,
Et j'attendais, j'étais la patience des salles,
Je savais que le feu ne brûlait pas en vain..."


Yves Bonnefoy  *Hier régnant désert*

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lunedì, settembre 05, 2005
P. P. PASOLINI E LA LUCE
 
Venne il giorno della morte
 e della libertà, il mondo martoriato
si riconobbe nuovo nella luce...
 
Un’educazione sentimentale. La resistenza e la sua luce. Lacrime. La poesia di Pier Paolo Pasolini nel segno della luce. E del tradimento.
 
Quella luce era speranza di giustizia:
non sapevo quale: la Giustizia
La luce è sempre uguale ad altra luce.
Poi variò: da luce diventò incerta alba,
.........................................................
Nella storia la giustizia fu coscienza
d’una umana divisione di ricchezza,
e la speranza ebbe nuova luce.
 
La resistenza che, da pura luce, si tramuta nell’acre colore del mattino delle periferie romane “nell’acre luce di una Roma ignota”. La luce che illumina la miseria delle periferie, sempre la stessa luce, “la luce uguale ad altra luce” e l’allontanarsi dei ragazzi nella luce, sempre la stessa luce, “luce uguale ad altra luce”, luce che fa piangere. “Li vedo allontanarsi... / In mezzo alle macerie / assorbite da un biancore ch’è vita / quasi sessuale, sacra nelle sue miserie. / E il loro allontanarsi nella luce / mi fa ora raggricciare di pianto: / perché? Perché non c’era luce / nel loro futuro. Perché c’era questo / stanco ricadere, questa oscurità ”. E poi non resta che dire il sogno tradito, ingiustificato, senza realtà alcuna, e “tutta quella luce” fu soltanto un sogno dal quale risvegliarsi. Il cerchio si chiude.
 
Un’educazione sentimentale. La libertà del bambino, libertà di una sessualità non ancora colpevole, ben presto “destinata a farsi vizio” “dono di sé ” “ossessione
 
... E se ho trovato
di nuovo un’accorata purezza
nell’amare il mondo, il mio
non è che amore, nudo amore, senza
futuro.
.........................................................
 
Sempre il corpo. Le “preumane passioni, già impure ” che la Lingua non sa esprimere. La “gioia del vivere infantile” e poi subito “l’anarchia”. La coscienza che si apre la strada attraverso la chiarezza della Lingua. La libertà appartiene allo Stile, ma quale libertà? Quale salvezza nello Stile? Sarà la sua “oscura volontà d’essere chiaro” a guidarlo, fino al punto di rendersi illeggibile, fino al punto di ar-rendersi...
 
La resistenza e la sua luce. La luce che non viene dall’alto, ma dal basso, dal popolo che si solleva dalla terra che l’ha reso schiavo. E tutto era pura luce: “ed era pura luce”. Era luce Casarsa e il villaggio perduto sui monti, ed era luce il fratello che partì “in un mattino muto di marzo” e “visse a lungo sui monti”, ed erano luce “i monti, che albeggiavano quasi paradisiaci nel tetro azzurrino”, ed era luce la madre che “guardava sempre perdutamente quei monti”.
 
Così giunsi ai giorni della Resistenza
senza saperne nulla se non lo stile:
fu stile tutto luce, memorabile coscienza
di sole.
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Lacrime. Ovvero la delusione, la rivoluzione tradita; quelli che tornano a casa ad occuparsi dei loro “affari”, la borghesia di sempre che non ha più colore, il lassismo dei politici che non mancano di nulla. I soliti ricchi e i soliti poveri. L’esclusione, la marginalizzazione delle periferie sono il riflesso negativo della resistenza.
 
La luce è sempre uguale ad altra luce.
Poi variò: da luce diventò incerta alba,
un’alba che cresceva, si allargava
.........................................................
Così l’alba nascente fu una luce
fuori dall’eternità dello stile...
.........................................................
... e il fantasma
lontano, in cerchi, della periferia
di Roma biancheggiante in una nuda luce.
.........................................................
 
E il cerchio si chiude. Con “i ragazzi nel cerchio dei palazzi lontani / nell’acre colore del mattino”. Con le lacrime.
 
... e mille lacrime
spuntano in ogni punto del mio corpo,
.........................................................
un pianto smisurato, perché sgorga
prima d’essere capito, precedente
quasi al dolore.
.........................................................
nell’acre luce di una Roma ignota,
la Roma appena affiorata dalla morte,
superstite con tutta la stupenda
gioia di biancheggiare nella luce
.........................................................
 
E lo “sgomentante dopoguerra / di corruzione assorbita dalla luce, / [...] in cui si desta il doloroso stupore / di sapere che tutta quella luce, / per cui vivemmo, fu soltanto un sogno / ingiustificato, inoggettivo,  fonte / ora di solitarie, vergognose lacrime”.
 
“Sole” e “Rivoluzione” sono parole che in politica non si usano (non si possono usare) più. Lo ha scritto un poeta1, in una poesia dedicata a Pasolini, e altrove “Già ci tormenta il lutto della luce”. La luce che fu di Pasolini, di chi “avrà creduto” in quella luce e non ha mai smesso di resistere. Perché ogni poesia è un atto di resistenza contro l’oscurità.
1Vegliante
 
 
postato da: alfred58 alle ore 20:37 | Permalink | commenti (6)
categoria:testi
lunedì, settembre 05, 2005
Oltrepassare il muro, ... a che prezzo? Al prezzo di un divenir-animale, di un divenir-fiore o roccia e, più ancora, di uno strano divenir-impercettibile, di un divenir-duro che è tutt’uno con amare... Vuol dire anche questo, disfare il viso, ... non guardare più gli occhi o negli occhi, ma traversarli nuotando, chiudere i propri occhi e fare del corpo un raggio di luce che si muove ad una velocità sempre più grande? ... È necessaria tutta una linea di scrittura, tutta una linea di pittoricità, tutta una linea di musicalità... Perché si diviene animale attraverso la scrittura, impercettibile attraverso il colore e, attraverso la musica, duro e senza ricordi, animale e impercettibile ad un tempo: innamorato.
G. DELEUZE - F. GUATTARI, Mille piani
postato da: alfred58 alle ore 20:35 | Permalink | commenti
categoria:frammenti
sabato, settembre 03, 2005
Paris
 
le temps de partir
 
le temps de compter le temps passé
 
de se dire
il ne reste que des souvenirs
 
on a tout allumé pour rire
 
il fallait s’y attendre
 
il s’est éteint comme un réverbère
à la première lueur du matin
 
Ungaretti, Roman cinéma I
 
 
Su Parigi s’addensa
un oscuro colore
di pianto
 
Ungaretti, Nostalgia
 
 
sur Paris se blottit cette couleur de pleur qui nous
dèfait les édifices et nous laisse la Seine sous un faix
de reflets
 
Ungaretti, Nostalgie
 
 
Dedicata al nostro malinconico reporter da Parigi, il nostro Hemingway pratese
 
I bagagli sono tristemente pronti, le note gravi di James John Williams contrastano fortemente con le grida di gioia dei ragazzi che giocano a calcio nel cortile sottostante; Parigi non si sta accorgendo della nostra partenza così come non si è accorta del nostro arrivo; è una strana sensazione: Quando si è un po' malinconici c'è sempre qualche ondata di sfacciata e spensierata allegria che t'entra scortesemente in casa appesantendo ancora di più il tuo stato d'animo.
 
 
postato da: alfred58 alle ore 18:31 | Permalink | commenti (4)
categoria:frammenti
sabato, settembre 03, 2005
Abbagliami, di parole antiche e nuove,
sii tu sola, l’insegna del mio cuore.
Amami, ma senza parole, baciami, senza parole,
ma strappami solo parole. Sogna
perché contano solo i giorni da vivere,
ma ogni tempo è già vissuto, nelle tue parole.
 
postato da: alfred58 alle ore 18:30 | Permalink | commenti (3)
categoria:testi
sabato, settembre 03, 2005

 

 

l'aria d'ozono liquido levata
tiepidarresa allevia la distanza


là tu dimori in quella asprezza mite
che ruzzola ricordi in erba alta
fittafiorita vaporosa antica

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postato da: farouche alle ore 12:35 | Permalink | commenti (1)
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