S'alza lo scarto dell'andar degli anni! / E' crudo, aperto esposto ad ogni sguardo. / Tutti possono toccarlo, se vogliono. / Ma per molti, lo scarto è solo un resto, è avanzo per cani. / Perché ascoltare chi fa del suo cuore scempio? / E' intollerabile l'assenso a chi è macerato dalla memoria.
... Il tempo, il passato come scarto, si legge sul viso, è la prima cosa che si vede, esposta allo sguardo di tutti, che tutti possono toccare, toccare e rifiutare come un avanzo per cani. Anche se “l’uomo è interamente padrone del proprio destino solo nel ricordo, alla ricerca del tempo perduto1”, chi sa ascoltare, chi è disposto a vedere scorrere il sangue dal cuore del proprio essere? “Perché ascoltare chi fa del suo cuore scempio? / E' intollerabile l'assenso a chi è macerato dalla memoria”. Impossibile condivisione del passato, perché l’Essere si Dice solo al presente.
“Attraverso la sua teoria del sensibile Husserl restituisce all’evento impressivo la sua funzione trascendentale. Nella sua massa che riempie il tempo, egli scopre un primo pensiero intenzionale che è il tempo stesso, una presenza a sé attraverso il primo scarto, un’intenzione nel primo lasso di tempo e nella prima dispersione; al fondo della sensazione percepisce una corporeità, ossia una liberazione del soggetto rispetto alla sua stessa pietrificazione di soggetto, un moto, una libertà che distrugge la struttura. 2”
1 2 Lévinas
Emozionante dilemma: se l’uomo sia prima della parola o se la parola sia prima dell’uomo; ovvero tradotto in termini filosofici se l’essere è prima degli enti, dell’esistenza, o piuttosto se tutte le cose hanno origine dal nulla..
La parola come voce mette in gioco la questione dell’essere come presenza, il farsi avanti, il venire alla luce, l’essere-qui sulla terra. L’Essere si fa “spazio” nel Cogito attraverso la parola proferita. Per la metafisica occidentale noi assumiamo la nostra identità di esseri naturali, una volta per tutte, dicendo “Io sono”, attestando la nostra presenza unica e irripetibile “Io sono io” (Ich bin ich). La parola come attestazione di una presenza non comporta né un’origine né una fine, non mette in dubbio il venire alla luce degli esseri naturali dal nulla e il ritornare nel nulla, non prevede il tempo come distruzione...
continua
Non voglio rinunciare ai miei studi, ma in futuro li proseguirò solo in me stesso... nei nostri manicomi regnano condizioni per noi tutti infamanti.
“Il tempo che avvolgeva la torre, fattosi all’improvviso indocile negli ultimi giorni di marzo, con grande ostentazione, manifestava migliaia di umori contrastanti, mutazioni, rivoluzioni, esplosioni... esercitava, stranamente,un’influenza terribile su di noi che, dentro la torre, nella nostra costante tetraggine, d’un tratto regrediti a uno stadio remoto a noi stessi, non facevamo alcun progresso: spesso, quasi fossimo d’accordo, andavamo a rintanarci nell’angolo più riposto della Cucina Nera, non molto lontano dai nostri pagliericci... di tanto in tanto, nel crepuscolo, quando la notte fonda si trasformava in una notte ancora più fonda e – così pensavamo noi – ci copriva d’infamia, quando le tempie dei monti, le pareti che penetravano come lame nell’acqua della Still, quando il burrone monumentale privo dell’eco per lo scrosciare della Still, oscuravano irrimediabilmente – sino a renderlo irriconoscibile – il nostro mondo esterno, e quindi anche il nostro mondo interiore, lo oscuravano e lo deturpavano, allora noi osavamo uscire dalla tana...”
Il burrone monumentale privo dell’eco per lo scrosciare della Still... È l’acqua metaforica della scrittura, copre la voce umana, crea un abisso interiore. Il tempo non scorre più, diventa regressione thalattica, verso l’angolo più riposto dei nostri pensieri, dell’infanzia, la Cucina Nera, il grembo primordiale della natura. Il fragore delle acque della Still si ripercuote, attraverso tutte le pagine, sulla vita dei due fratelli, che sembrano vivere in una simbiosi perfetta solo dopo la morte, prima dei genitori, poi di uno dei due, perché la morte non è mai qualcosa di reale, noi lo sappiamo, è l’imput filosofico che ci permette di vivere, di cercare il senso. La morte, ogni morte, è la presenza del niente al centro dell’essere, dell’esistenza, della vita.
“...m’incupivo nelle confuse correnti d’aria, nei venti che dall’infinito s’infilano nella valle dell’Inn. Ecco che cosa sentivo: tanti soffi primaverili di mostruosa intelligenza cosmica... i logaritmi di corpi celesti in fuga... la macrologia dei concetti di età [...] bene o male in balia delle forze d’attrazione della natura.
Ogni partenza da noi stessi, dalla casa dei nostri genitori, ci era possibile solo soffrendo... per paura delle ferite... La verità è che noi, per tutta la vita, abbiamo sempre soltanto avuto paura, i nostri genitori avevano sviluppato in noi una paura smisurata... questa paura, col passar del tempo, [...] aveva scavato sempre più a fondo dentro di noi e poi s’era estesa a regioni sempre nuove [...] delle nostre nature corporee, alle nostre nature psichiche, alle nostre nature spirituali così diverse [...] Sin da bambini, aprire porte e finestre ci causava vertigini, mal di capo e svenimenti... più tardi questo ci capitava nel voltare la pagina di un libro... [...] Siamo stati, già molto presto respinti da tutto, in cerca di riparo, tutta la vita sempre solo rinchiusi nel nostro ilozoismo; e questo – com’è naturale – ha logicamente oscurato e ottenebrato [...] i nostri rapporti col mondo esterno; per me li ha ottenebrati sino a oggi...”
“Il fatto che probabilmente sia l'opera più cara all'autore e citata nell'ultima opera scritta non è forse la testimonianza del desiderio di una vita da riavvolgere come una pellicola e da rivivere con una dose più sopportabile di dolore?” (Wolfsegg)

in Camargue, nella vastità dei suoi cieli totali, la radente luce delle dune prossime al mare era così palpabile, familiare e arcana al contempo; in quella luce occidentale dimoro, e là davvero io vorrei morire al mondo, esserne assorbita,interamente rapita.
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"J'entretenais un feu dans la nuit la plus simple,
J'usais selon le feu de mots désormais purs,
Je veillais, Parque claire et d'une Parque sombre
La fille moins anxieuse au rivage des murs.
J'avais un peu de temps pour comprendre et pour être,
J'étais l'ombre, j'aimais de garder le logis,
Et j'attendais, j'étais la patience des salles,
Je savais que le feu ne brûlait pas en vain..."
Yves Bonnefoy *Hier régnant désert*

l'aria d'ozono liquido levata
tiepidarresa allevia la distanza
là tu dimori in quella asprezza mite
che ruzzola ricordi in erba alta
fittafiorita vaporosa antica
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