sabato, ottobre 29, 2005
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La folgorazione del mezzogiorno, l’ora panica per eccellenza, ancor più della mezzanotte, poiché nelle radure dei boschi, nell’avvampo del mezzogiorno  il dio soleva manifestarsi alle ninfe.
Indubbiamente il paesaggio mediterraneo esalta l’impronta dell’aridità e delle derivanti seti, una su tutte la ricerca di sé, lo scavo e da qui l’impossibilità di non calarsi nella caverna primordiale, nella grotta metaforica. L’immagine dei crani bambini m’è derivata da quelle pietre in esubero che vanno poi a costituire dei fitti intrecci murali che al sud delimitano e ordinano il paesaggio rurale. Certo sono  i versi più dolorosi, coincidono anche con la centralità della costruzione poetica, ma non sono l’elemento catartico, che si celebra nell’urlo del mezzogiornoassalto, e nella Caduta.
Immagini che alla luce della mezzanotte assumono tutta la valenza funebre del nostro bambino seppellito, ormai ridotto all’osso, in realtà la nostra parte ancor viva e scorticata, quella che avendo chiesto amore e non avendolo ricevuto si è poi contratta e solidificata. Eppure è quella rotondità resistente che è emersa, quasi pietra angolare, che sarà “corpo” e architettura  naturale; la parte più autentica che nascondiamo è la potenzialità che affiora, che andrà poi a costituire la struttura portante che assicurerà la sopravvivenza.
La  Natura non già la Poesia é la grande consolatrice del cuore, la parola poetica mette fuoco al fuoco, la poesia non dev’essere consolatoria…
L’ acqua lustrale delle immagini naturali é la sola che ci rinfresca dalla pena del cuore, che ci benedice e purifica.
RITA REGINA FLORIT
***
Il bambino che muore in noi, è il nostro essere più profondo e assetato di luce, quello che non può ricevere amore, perché da sempre è solo. L’anima-bambina gettata nel corpo-prigione, nel mondo-caverna, “per troppa luce” poi si brucia. E’ il destino delle ninfe, la loro “irresponsabilità” erotica che le fa danzare in pieno giorno. Abbandonare il grembo primordiale della natura e la caverna corporale ci spinge di necessità a ricostruirci una “grotta metaforica”, un rifugio, una casa nel vento che è lo spazio dell’interiorità, la conquista del sé nella coscienza di una morte già avvenuta.
 
Gloria del disteso mezzogiorno
quand’ombra non rendono gli alberi,
e più e più si mostrano d’attorno
per troppa luce, le parvenze, falbe.
 
Il sole, in alto, - e un secco greto.
Il mio giorno non è dunque passato:
l’ora più bella è di là dal muretto
che rinchiude in un occaso scialbato.
 
L’arsura, in giro; un martin pescatore
volteggia s’una reliquia di vita.
La buona pioggia è di là dallo squallore,
ma in attendere è gioia più compita.1
 
Pan annichilisce Eros, il nostro demone interiore, trascinando i corpi nella luce, distruggendoli, marchiandoli a fuoco. La cura di sé nel segreto della psiche vuole l’oscurità e l’asservimento di Eros alla conoscenza per ritrovare la vera luce.
 
“ La luce del mito che ritorna e si ripete: ma in tal caso il mito resta indefinito, non appartiene a nessun momento concreto del ritorno delle stagioni, legandosi a qualche divinità di una qualsiasi religione: no: eravamo nel pieno dell’estate, e il tempo pareva non essere mai cominciato; si era nel cuore di qualcosa – appunto silenzio, azzurro, pienezza – di cui non contava il passare: ma la sua fissità: cosa che succede appunto per i giorni ricordati. Soltanto pensando a estati del passato, la luce di uno qualsiasi dei loro giorni, è « così assoluta, quieta, profonda2 » ”.
 
Quelle pietre in esubero che vanno poi a costituire dei fitti intrecci murali che al sud delimitano e ordinano il paesaggio rurale.
Fu sentimento antichissimo che gli Dei si lasciassero di tratto in tratto vedere dagli uomini scriveva nel 1815 Giacomo Leopardi, preannunciando le Operette morali, tra cui Delle favole antiche: « Anticus » indica il sud, l’ora del sud. Il più bel passo del saggio è intitolato Del meriggio, ed ha ha come oggetto « l’ora in cui il sole stesso sembra imbrunire per il calore ». E’ vero che gli Dei sogliono apparire di notte: ma è in quest’ora che la loro apparizione è più terrificante e sublime3 ”.
 
Le immagini d’acqua possono essere taumaturgiche e consolatorie perché rivelano la nostra seconda nascita. Il sonno è regressione thalattica nel grembo della Notte, è una seconda nascita4.
“ Non è il mare la nostra vera origine, cioè l’originario ventre materno (a cui, con tutte le nostre forze, tendiamo a ritornare): la nostra vera origine è lo spazio. E’ lì che siamo veramente nati: nella sfera del cosmo. Nel mare siamo forse nati una seconda volta. E dunque l’attrazione del mare è profonda, ma quella dello spazio celeste lo è infinitamente di più5  ”.
 
Montale
2 3 5 Pasolini
Ferenczi
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categoria:poesia, letture, letteratura, frammenti
sabato, ottobre 15, 2005
Quando il tuo ricordo negli spazi aperti
Custodisco, non mi pento
Di tutto questo tempo, disperato
Coltivando fiori e sogni.
La nebbia dei ricordi ci unisce,
Non capivo il tuo stare sempre uguale
Nel caldo o nel ghiaccio,
Ora, quando la lingua mi fa impaccio
Guardo il tuo sorriso e sogno.
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categoria:poesia
sabato, ottobre 08, 2005
M.Lle Dornet riferisce a Diderot il contenuto di un dialogo con un medico turco, Desbrosses, astrologo e guaritore. La malattia d’amore, la malinconia erotica, si diffonde nell’organismo a partire dagli oggetti, che hanno potere su di noi poiché sono stati toccati da una persona amata: “Per mezzo di simulacri sottili e leggeri che si staccano dai corpi e colpiscono i nostri occhi. [...]. Se gli astri che stanno a distanze infinite, ci determinano coi loro influssi, come negare l’effetto di esseri che ci circondano, ci assalgono, ci spingono, ci toccano?” [...]. “Si diviene tristi senza ragione, così pare, primo sintomo”. [...]. “Che un anello, un ritratto, una lettera, un bigliettino caschi sotto gli occhi, ed ecco il perfido simulacro attaccarsi alla retina” [...]. Descrizione della retina: “È una tela di ragno tessuta dei fili nervosi più sottili, più fini, più sensibili del corpo, che tappezza il fondo dell’occhio...”. [...]. “è la coda delle passioni che è da temere, proprio perché questa coda qui non ha fine...”.
 
 
M.LLE DORNET
Prescrive una dieta.
 
DIDEROT
Giusto.
 
M.LLE DORNET
Sacrifici.
 
DIDEROT
Si può farne.
 
M.LLE DORNET
Dà importanza a inezie.
 
DIDEROT
Bisognerebbe sapere cosa intende con questo termine.
 
M.LLE DORNET
Ma le lettere, i gioielli, i ritratti.
 
DIDEROT
E pretende?
 
M.LLE DORNET
Che si stacchi da lì non so che di pernicioso, simulacri... sì, simulacri è la parola... che vanno ad attaccarsi ... alla tettina... là, nell’occhio.
 
DIDEROT
Vuol dire la retina.
 
M.LLE DORNET
Sì, sì, alla retina. Ma allora c’è qualche fondamento?
 
DIDEROT
Penso che non ci sia di meglio da fare che staccarsi da tutti gli oggetti che risvegliano in noi un ricordo spiacevole. E’ il metodo più sicuro.
 
 
La teoria dei simulacri di Epicuro è esposta nel libro IV del De Rerum Natura di Lucrezio
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categoria:letteratura, frammenti, filosofia
sabato, ottobre 08, 2005
Lettura di “Lo psichiatra e il libertino”. Seconda parte.
 
Dal soddisfacimento dei bisogni primari a quello delle “passioni fittizie” indotte dalla società, il cammino è irto di pericoli perché è come una distesa aperta di bisogni insoddisfatti e perennemente da soddisfare. L’uomo senza pace interiore andrà sempre alla ricerca di nuovi stimoli e piaceri.
La malinconia e il tedio sono malattie guaribili. Inguaribile è l’irrequietezza dell’uomo contemporaneo, incapace di guardare dentro di sé. G. fa intervenire Hegel: è la moderna età del lavoro a produrre una coscienza infelice scissa entro se stessa. L’originaria poesia del mondo si scontra con la prosa del mondo “un mondo... oppresso dalla necessità al quale il singolo non è in grado di sottrarsi”.
“L’alienazione in tutte le sue forme assedia l’uomo” (Esquirol). “Questo passaggio dalla soddisfazione dei bisogni primari alle passioni fittizie può essere patogeno, sta a simbolizzare il rovescio opaco della nostra civiltà, dove i desideri proliferano senza fine”.
“C’è una perversione intrinseca alla macchina del capitale1”. Non a caso l’Anti-Edipo e Mille piani (Deleuze-Guattari) hanno il sottotitolo Capitalismo e schizofrenia: “Cos’è infatti lo schizo, se non prima di tutto colui che non può sopportare « tutto questo », il danaro, la borsa, le forze di morte, diceva Nižinskij, valori, morali, patrie, religioni e certezze private?2”.
La fuga schizofrenica dalla società è un tentativo di sfuggire a questa perversione universale; lo fa intuire G. sulla base di un articolo (Délire) espunto dal Dictionnaire des sciences médicales (Esquirol): anche nei malati più gravi il “sentiment du moi” il sentimento dell’Io non scompare mai. Ma perchè quest’articolo doveva essere tolto dal Dictionnaire secondo Esquirol, perché c’è sempre un “demone della teoria” che è, in questo caso, quello della “dissociazione della personalità”. G. rimanda ad un testo che ci permette di leggere “storicamente” e in chiave filosofica il sorgere della coscienza:“Gli dei, che all’alba dell’umanità riempirono il mondo, furono false personificazioni dell’uomo. Gli uomini allora erano soggetti al richiamo interiore di un dio, la natura umana era scissa schizofrenicamente3”. G. sembra accennare appena a questa filosofia sotterranea per fissare la sua attenzione sui disturbi organici legati alla mania e alla malinconia, ma vi ritorna affermando che qualsiasi sintomo, ovvero qualsiasi eccesso passionale divenuto patologico, è accessibile al medico attraverso i discorsi; le idee e vissuti emotivi si comunicano attraverso la parola e il linguaggio del corpo. Il “corpo della follia” è leggibile e decifrabile. Il declino della capacità introspettiva non è la perdita assoluta della coscienza, del sentimento dell’io, le emozioni sono sostituite dalle allucinazioni, ma entrambe entrano in una coscienza riflessiva attraverso il linguaggio.
Le espressioni artistiche e letterarie più sconvolgenti sono confinanti col campo della follia.
Il saggio di G. ci permette di comprendere fino a che punto il sesso, la parte di noi che consideriamo più istintuale, sia in realtà profondamente ancorata alla mente nell’erotismo, ma anche in tutte le degenerazioni che conducono alle soglie della follia, e quanto l’uomo abbia bisogno di dare “espressione” al suo eros nella filosofia, nella letteratura, nell’arte.
Nell’ultima parte del saggio, sul rifiuto del perverso di costituirsi come paziente e quindi da considerare come un anormale e sul sentimento coniugale come l’unico incanalamento possibile della passione amorosa, dell’eccesso di passione, affiora lo scetticismo dell’autore su un’altra disciplina, la psicanalisi, ma anche la sua disillusione personale sulla psichiatria.
Lette queste pagine, da profani ci chiediamo se la fuga psicotica “una mente che si offre nuda al suo ambiente, in attesa di dèi in un mondo che ne è privo4” sia davvero l’unica “possibilità”  rimasta all’uomo moderno, tra la “dispersione” nel mondo delle passioni, i cui eccessi dovranno essere inevitabilmente, in un modo o nell’altro repressi, e il ritorno all’ordine familiare.
“la resistenza delle psicosi... ha condotto psichiatri e psicanalisti a ri-dipiegare in condizioni aperte l’ordine d’una famiglia estesa sempre supposta detenere il segreto della malattia come della cura. [...] « Ritorno terapeutico alla famiglia », all’identità delle persone e all’integrità dell’io5”.
 
1 2 5Deleuze-Guattari l’Anti-Edipo
3 4Jaynes Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza
 
***
 
Seminari Internazionali di San Servolo -Sabato 19 novembre 2005 – Isola di San Servolo, Venezia - RIPENSARE LA CURA
Culture, tecniche, saperi, miti. Il seminario si propone di affrontare il tema della cura del disagio psichico a partire da una ridefinizione del concetto stesso di cura, vista nelle sue molteplici latitudini... Coordinatore: Mario GALZIGNA
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categoria:letture
sabato, ottobre 08, 2005
 
La notte come un filo si dipana / e da un estremo all'altro noi restiamo / disgiunti eppur avvinti / al filo, inesorabile richiamo. / Chiamami da lontano, / da lontano ti chiamo / mio fuoco, incendio, rogo / e la tua voce crepita, m'avvolge. / Consunta sto, rappresa / fremendo per la voglia che mi sale / e ancora torna a ravvivar la brace...
R. FLORIT
 
 
DESCRIZIONE DELLA SCENA
 
L’autore vorrebbe che l’attrice desse l’impressione di sanguinare, di perdere il sangue come una bestia ferita, di terminare l’atto in una camera piena di sangue.
 
LA VOCE UMANA
 
E ho fatto un sogno. Ho sognato la realtà: mi sono svegliata di soprassalto felice che fosse un sogno, e quando mi sono resa conto che era vero, che ero sola, che non avevo la testa sul tuo collo e sulla tua spalla, e le mie gambe fra le tue, ho sentito che non potevo, che non potevo vivere...
 
Un’occhiata poteva capovolgere tutto. Ma con questo apparecchio, quel che è finito è finito...
 
Ho il filo intorno al collo. Ho la tua voce intorno al mio collo...
 
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categoria:poesia, frammenti
sabato, ottobre 01, 2005
Due poesie per Borges. Omaggio a Borges
 
II. Con Borges
 
E’ con Borges che ho scoperto:
che un verso è come un lampo nella notte,
che ogni ferita è già stata amore,
che metafisica è leggerezza e incertezza,
che l’amore è uno sguardo comune sulle cose,
che lieve cosa è la felicità,
E’ con Borges che ho scoperto:
che Cristo, Eraclito, Joyce, l’Ebreo, i Labirinti, gli Specchi...
è l’Altro su cui lo sguardo si posa,
è l’Altro che non abbiamo ancora trovato.
E’ con Borges che ho scoperto:
che la vera paura non è la morte,
ma una morte non completa.
E’ con Borges che non ho ancora scoperto
Borges.
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categoria:poesia, testi
sabato, ottobre 01, 2005
Lettura di “Lezioni inevitabili”. Omaggio a Rita R. Florit
 
 
 
LEZIONI INEVITABILI
 
Rossa di polvere la terra \ tesa in velluto crepuscolare \ trasmuta l’ocra in ombre \ i suoi calcarei insediamenti \ m’impartiscono lezioni inevitabili
*
Maestosi tronchi secolari \ di nodose rugosità \ ancorando radici in circoscritti \ silenzi    decantano
*
Ritorte braccia d’ulivo \ avvoltestese \ così gravate dalla fatica \ dell’essere sostegno
*
Vomita pietre la terra \ spaccano l’aratro \ nascita di muri a secco \ rete d’ossa lucenti che \ racchiude il paesaggio \ Crani bambini a guardia \ delle notti
*
La casa del vento è nel bianco \ sortilegio di calce \ sfogliata nello \ scrostarsi \ degli strati    nell’erosione \ delle polveri    crespe \ friabili del cuore
*
Avvampano le foglie nel \ mattino riversano un abbaglio\ d’alluminio \ bifronti e consistenti \ mi persuadono della duplice \ salvifica natura
*
Frondedita nell’aria \ infilate \ ad arpionarla \ ad afferrarla e \ strapparla \ urlo del mezzogiornoassalto \ Regna Pan
*
E i frutti verdeamari pendono \ nel sogno del dicembre \ che verrà \ lievitati ellittici \ tacciono il compimento \ fremono alla Caduta
*
Rossa di polvere la terra \ in umido tappeto annerirà \ si farà grembo per accoglierli \ ma non per noi precipitati \ da più impervie altezze.
.
 
 
“La visione misterica è sempre visione di mezzogiorno o di mezzanotte” (Nancy)
 
Urlo del mezzogiorno assalto \ Regna Pan. “L’ora di Pan era sempre il meriggio. In quel momento egli appariva nell’impeto e nel fulgore del mezzogiorno, facendo sussultare uomo e animale di un cieco terrore. [...] Il mezzogiorno come la mezzanotte è un momento di transizione e, come la mezzanotte, l’alba e il tramonto, una radice d’orientamento primordiale per quello che potremmo chiamare l’orologio simbolico. Questi sono i momenti in cui il tempo si arresta, in cui l’ordinata processione dei momenti si disgrega. [...] In questi momenti il tempo viene percorso da qualcosa di straordinario, qualcosa che è oltre l’ordine abituale. [...] Questo è il momento in cui il momento stesso conta, dove il momento è separato da prima e dopo, senza legge, diventa una qualità, una costellazione delle forze nell’aria, senza continuità e perciò senza relazione con lo « ... squallido tempo | Che prima e dopo si stende » (T. S. Eliot).” (Hillman, Saggio su Pan
 
Il trionfo di Pan attiene ad una perdita, alla rinuncia ad Eros, l’indurimento del cuore. Gli assalti di Pan costringono il cuore nella morsa della natura. Pan: la paura in pieno giorno, immagini metaforiche della natura che conducono al centro del nostro essere, il cuore. Il “puro esistere” dell’uomo si contrappone alla solida gravità della Natura. Bellezza e orrore della Natura tenute assieme dalla seduzione delle metafore. Calce bianca che si scrosta come le fragili membrane del cuore. Pietre che affiorano dalla terra e ossa sepolte che riaffiorano. Le ossa simboleggiano una presenza-assenza, pura esteriorità senza contenuto, fino al verso più doloroso, alla punta che ferisce: “Crani bambini a guardia | delle notti”, è il punto del dolore, della dolorosa percezione, là dove l’osso, scrive Hegel, si oppone allo spirito con la sua materialità.
 
La sineddoche, “la metafora più seducente”, è la figura che traduce la percezione delle immagini. La natura presa nei suoi vari elementi, aspetti. Percezioni, rappresentazioni che non possono contenerla. Solo la parzialità di un’immagine, l’abbaglio d’alluminio delle foglie, può persuaderci di una Natura benevola. I frutti verdeamari che “tacciono il compimento | fremono alla Caduta”, la loro “irreale caduta” contrapposta alla Caduta dell’uomo, il perturbato, l’irrequieto, precipitato da più impervie altezze. Velluti crepuscolari che mutano l’ocra in ombra, Insediamenti calcarei quali lezioni inevitabili, tronchi secolari di nodose rugosità, radici che s’ancorano al silenzio celebrandolo, rami ritorti dove s’avverte il peso, la fatica, d’essere sostegno, pietre vomitate dalla terra, ossa lucenti, sortilegi di calce, abbagli d’alluminio, fronde che arpionano l’aria, urlo del mezzogiorno assalto, e la terra rossa che annerisce in umido tappeto, grembo per i suoi frutti. Tutte le immagini che i sensi in un attimo hanno percepito, e accolto nella memoria di un’estate. L’attimo che corre dal mezzogiorno alla mezzanotte, dall’urlo di Pan alla Casa del vento rifugio notturno. Apparente trionfo sulle tenebre.
 
Lezioni inevitabili: negazione dei moti naturali del cuore, negazione dell’amore, rifiuto. Lezione inevitabile è l’indurimento del cuore che, annichilito dalla mancanza d’amore, per sopravvivere s’indurisce e indurendo s’ammala. Durezza del cuore vicina ai calcarei insediamenti della terra, alla pietra che spacca l’aratro, così la pena d’amore spacca il cuore. Cuore lacerato da Pan simboleggiato dall’apparire fenomenico, reso sensibile dalle metafore naturali. “Il fenomeno, l’apparire, infatti, è il movimento del nascere e del perire, movimento che non nasce né perisce esso stesso” (Hegel). Ogni strofa pare conchiusa, con la ripresa del primo verso nell’ultima strofa che segna anche la fine del giorno. Per la forza legata alle immagini della terra, l’ancoraggio al luogo terrestre, “ricerca” metafisica attraverso la concretezza della parola; per la forte espressività e i richiami mitici, “ricerca” interiore di corrispondenze. Due centri, uno visibile: il mezzogiorno, e l’altro invisibile: la mezzanotte; ma racchiusi tutti i momenti di transizione del giorno: dal tramonto alla mezzanotte, dall’alba al mezzogiorno.
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categoria:poesia, letture
sabato, ottobre 01, 2005
Dal virtuale alla letteratura. Maldonado, Borges, l’eternità.
 
Lo stile del desiderio è l’eternità. (J. L. Borges)
 
Se la “letteratura” avesse una porta d’ingresso, dovrebbe portare quest’iscrizione: “O voi ch’entrate, tenetevi lontano dalla verità!”. Primo corollario: la didattica è un inganno. Come i metafisici di Tlon non cerchiamo la verità... ma la sorpresa. L’unico mezzo per diventare “eteronimi” di noi stessi è lo specchio, ma “lo specchio è abominevole perché moltiplica la realtà”.
Tema della moltiplicazione all’infinito di parole, immagini e informazioni ( “per localizzare il libro A, consultare previamente il libro B... e così all’infinito” ) e al controllo; alla mitizzazione della virtualità come luogo supremo della libertà... che può con facilità trasformarsi in prigione reale.
In un mondo in cui tutto è mitizzato, idealizzato, idolatrato, “critica” vuole ancora dire demistificare, smascherare e anche distruggere. Ma il feticcio del quale dobbiamo sbarazzarci, come scrive T. Maldonado, non è il reale. “Nell’accettazione incondizionata dell’apparenza vi è una sorta di paura per la realtà”.
Dovremmo, seguendo Maldonado, parlare di “ambiente virtuale” piuttosto che di “realtà virtuale” che, come l’espressione “realtà reale” non significa nulla, perché ognuno di noi ha una sua “versione” del reale. “Virtuale non è una novità perché l’uomo ha da sempre irrealizzato la realtà, rappresentato e creato mondi illusori, simbolici. Mondi simbolici che svolgono un ruolo di mediazione tra noi e il mondo reale”. Il mondo è rappresentazione dell’uomo (Schopenhauer) e questa facoltà è all’origine delle pratiche creative. La fascinazione dell’ambiente virtuale è nella possibilità di “avvicinare” l’altro al di là delle barriere spazio-temporali. L’atto di lettura, esperienza passiva alla stregua della percezione del presente e del nostro angolo di mondo in cui siamo gettati e confinati, può diventare condivisione di un tempo e di uno spazio non vincolati dalla cronologia e dalla distanza, un “tempo dell’anima” (Ricoeur)
“Ogni immagine, reale o virtuale che sia, è un misto di innocenza e di non-innocenza percettiva [...] Che cosa tiene insieme il nostro comune agire nel mondo? Certamente, le nostre illusioni condivise, ma anche le nostre esperienze concrete altrettanto condivise. La nostra percezione visiva può essere causa di sconcertanti, imbarazzanti abbagli, ma anche... di gratificanti certezze”. (T. Maldonado)
La prospettiva di uscire dalla gabbia della realtà per entrare nella gabbia del virtuale non è certo allettante.
 
“È noto che l’identità personale risiede nella memoria, e che l’annullamento di questa facoltà comporta l’idiozia. Lo stesso si può pensare dell’universo. Senza un’eternità, senza uno specchio delicato e segreto di ciò che accade nelle anime, la storia universale è tempo perso, e con essa la nostra storia personale – il che ci rende fastidiosamente spettrali”. (Borges)
postato da: alfred58 alle ore 13:39 | Permalink | commenti (1)
categoria:testi, frammenti, dialoghi