Ogni creatura, sulla terra, si offre. Patetica, ingenua, si offre: “sono nato! eccomi qua, con questa faccia, questo corpo e questo odore. Vi piaccio? mi volete?”
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Sempre la stessa domanda, o millanteria, o pretesa, ci si consegna alla strage e alla croce e al sadismo e all’algolagnia e al saccheggio e alle macerie. Nessuno può sfuggire alla condanna della nascita: che in un tempo solo ti strappa dall’utero e ti incolla alla tetta. E chi, già ospitato in quel nido e nutrito da quel frutto gratuito, potrà adattarsi al territorio comune, dove gli si contende ogni cibo e ogni riparo? Avvezzo a una fusione incantevole, creduta eterna, e certo di un ringraziamento gaudioso per la propria ingenua offerta, il principiante impallidirà stupefatto all’incontro con l’estraneità e l’indifferenza terrestre; e allora si abbrutirà o si farà servo. Anche le bestie randagie chiedono, più ancora del cibo, le carezze: viziati essi pure dalla madre che li leccava, cuccioli, e di giorno e di notte, e di sotto e di sopra. Per la sua tetta e la sua lingua, non si richiedevano titoli. Né servivano addobbi, per piacere a lei.
“Vi vergognerete della vostra nudità”. E qui il primo grosso autocrate trascurò di aggiungere: “E avrete bisogno di carezze fino all’ultimo vostro giorno”, mentre in realtà ribadiva, con questa legge non detta, la propria ingiustizia istituita.
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