sabato, gennaio 28, 2006
Per parafrasare il titolo, un primo libro inevitabile, inevitabile scriverlo, si è scritto da solo, inevitabile leggerlo, perché s’impone alla lettura.
“La malattia è il lato notturno della vita, una cittadinanza più onerosa” (S. Sontag). Una parola assente domina questo libro: “malattia”, ma un modo altro di essere malati, “malattia dell’anima”, che trasforma ogni crepa, ogni ferita, in bellezza, armonia, musica. Queste poesie sono il lato notturno della vita di Rita R. Florit, trenta momenti in cui il cuore si è spezzato e l’anima si è ammalata. Non si è allontanata dalla malattia scrivendo, vi ha preso dimora “Anima, mia dimora dolorosa \ navighi ancora età e spazi e libri”, e ha trasformato le sue metafore in metafore d’amore, di vita, “Ho una piccola dimora acquisita \ nei luoghi oscuri, dalla notte accesi”.
“A chi trasmise la pena \ confinandomi nel Tempo” è scritto in exergo. Confinata nel Tempo, un orizzonte che va dalla nascita alla morte, e dalla morte alla rinascita. Il dolore non s’intesse con celestiali dimenticanze, ma con una filosofia dell’immanente: “è solo al mondo ch’io voglio appartenere”.
Corpo e cuore, anima e sangue, sono inscindibili, “E il cuore è un’ara sacrificale \ per gli dèi dei morti”. L’anima sta al corpo come il sangue sta al cuore. Per Rita R. Florit nessuna malattia è mortale; ci si riprende sempre dagli abbandoni, dalle rotture, dalle morti, si esce fortificati dalle prove a cui la vita ci sottopone. Il prossimo passo da compiere va sempre nella direzione opposta all’oscurità, al nulla. Nella direzione di una luce lunare, forse irreale come questo nostro mondo, forse falsamente quieta, ma antagonista al caos, alle tenebre. “Nomade giunse al tempestoso mare, \ grigie le onde di cupo acciaio. \ Volle brandire gli occhi di fiamme \ contro il confine dell’oscurità. \ Mancata Ofelia, si ritrasse in tempo”. C’è sempre luce sufficiente in una poesia per aprire uno squarcio nel quale abitare.
Non ci sono Nomi nella poesia di Rita R. Florit, ma solo corpi che si riflettono l’uno nell’altro, corpi che continuano a vivere anche in assenza dell’Altro, che trasformano questa assenza in una presenza definitiva grazie alla scrittura, mantenendo lo scarto tra il nome dell’Amato e il suo corpo. L’Amato che conserva il suo Nome, anche dopo la rottura del legame, non verrà mai immolato sull’altare dell’Amore. La mistica dell’Amore offre i corpi in sacrificio, ma sono corpi che continuano ad amare e a provare la sofferenza d’amore attraverso la parola, “E sempre tu riemergi \ dalle acque mie profonde, \ inabissato, eluso, svincolato. \ E m’avvolgi in tiepido tepore \ di sospiro, e m’affondi in scuri \ disperanti pozzi. \ Con invisibili corde di parole, \ con sottilissime reti di pensieri”.
La struttura del libro ha il suo fulcro nella poesia che dà il titolo alla raccolta Lezioni inevitabili, unica poesia che porta un titolo. Il corpo umano e il corpo della Natura sono rappresentabili e sovrapponibili, come un unico corpo vivente. L’uno affonda nell’altro e vive dell’altro.
C’è un mondo fatto di parole e immagini, nel quale si entra come in un sotterraneo, un mondo di acque ctonie. La perdita dell’Io, delle certezze identitarie, prelude ad un’essenziale conquista interiore, “Non vedo alberi qui intorno \ che mi ricordino chi sono. \ Se radice, conchiglia o lampione \ di strada. \ Il presente è una prigione sotterranea, \ comprime il mattino con coperchi \ di latta e di inquietudine”. Solo una volta che si è perso l’ingombrante Io, si può accedere alla parola, al Regno delle ombre e dell’eros, ritornare al seno della Natura, alla simbiosi universale. Il mare che s’avvicina nell’apparente quiete crepuscolare, “Il mare si sta avvicinando tra i treni notturni e il Tempo. \ Le onde elettriche si rincorrono, \ ricompongono nel loro indaco \ la quiete apparente delle sei.” Erotismo pan-erotico: il mare nel quale affonderemo e riemergeremo, “Cadendo dalle rupi del presente. \ Giacendo in fondo all’acqua, \ riemergendo”, dopo l’inquieto sonno invernale.
postato da: alfred58 alle ore 19:43 | Permalink | commenti (4)
categoria:letture
sabato, gennaio 21, 2006
« Qualcosa mi han detto la sera e la montagna ma l’ho perduto » J.L. Borges     
 
D’effimero oblio è questa sera. | Mi narra la storia che ho perduto. | La pioggia è stanca come questa mano, | riversa e immobile sul foglio bianco. | Vertigine che preme, e strido, come | digrignar di denti, strido, corda | sublimemente vaga, stasera in disaccordo, ! con l’armonia del Tutto; | ma la montagna che una sera vidi | mi disse amore, straripante | amore : dalle sue luci appena distinguibili, | dal suo stagliarsi, Ala Riparatrice, contro | quel mare che è tempesta, al di là del | riflesso quieto d’una argentea luna.
 
Rita R. Florit (1984)
 
« Ce que m’ont dit le soir et la montagne je l’ai perdu » J.L. Borges
 
D’oubli éphémère est ce soir. | Il me narre l’histoire que j’ai perdue. | La pluie est lasse comme cette main, | retournée immobile sur la page blanche. | Vertige qui oppresse, et stridence, comme | un grincement de dents, stridence, corde | qui sublimement vague, ce soir désaccordée, | avec l’harmonie du Tout; | mais la montagne aperçue un soir | m’a dit amour, débordant | amour : de ses lumières à peine visibles, | de sa découpure, Aile Réparatrice, contre | cette mer qui tempête, au-delà du | reflet paisible d’une lune d’argent. 
 
Traduction  Angèle Paoli
 
 
L’oblio effimero che nasconde ogni sera, ogni sera metafora della sera della vita, tramonto dell’esistere, approssimarsi della fine, della notte, dell’oblio. Effimero oblio perché la sera si carica di tutto il passato, del giorno ormai perduto, della storia perduta destinata a dissolversi nell’indistinto della notte. Come i malati i cui dolori si acuiscono alla sera1, perché i dolori del giorno saranno nella notte indiscernibili da quelli dell’anima.
La pioggia che cade stanca come la mano riversa che non ha più nulla da scrivere, ma non osa finire, e queste ultime parole si scrivono da sole trascinando la mano nel loro movimento.
Opprimente vertigine di una vita che stride, fortemente stride con l’armonia universale.
Ultima immagine, la nera sagoma della montagna illuminata di fronte al fragore delle onde, mare tempestoso nel quale si riflette l’argento della luna, un quieto riflesso che sembra promettere la calma interiore. Al riparo sotto la montagna dove l’eco delle parole d’amore non si è spento e risuona ancora, ala protettrice per la tempesta interiore che vorrebbe placarsi nella contemplazione della luna. Parole d’amore, solitudine delle luci. Stato verbale dell’amore nella solitudine della natura. Luce fredda che parla alla montagna.
 
Baudelaire
postato da: alfred58 alle ore 16:06 | Permalink | commenti (3)
categoria:poesia, testi
domenica, gennaio 08, 2006

 



Detta nel rosa sillaba espirata
 parola che in mestizia si rifonda
espugnata votata ad alta quiete
   luna che affaccia un lacerato sguardo

 

 

postato da: farouche alle ore 15:13 | Permalink | commenti (8)
categoria: