“Com’è certo che Godot adombra la parola inglese God, Dio, così è assolutamente sicuro che la commedia non tratta di lui, ma soltanto del concetto di Dio: è detto che non si sa che cosa faccia Dio; per sentito dire si presume che non faccia niente; e la sola cosa da annunciare è appunto che Godot non verrà oggi, ma che verrà sicuramente domani”.
Dice Anders, nel commento ad “Aspettando Godot” di Beckett, che l’immagine di Dio rimane espressamente vaga. Noi ci chiediamo dove e quando non è così e se si può andare oltre il concetto, dal concetto all’immagine di Dio. Il mondo, soltanto il mondo, è volontà e rappresentazione. Dio è il non volere, il non agire, il non rappresentarsi nulla, è il puro esistere di Vladimir e Estragon.
“Vieni, andiamo”. “Non possiamo”. “Perché no?”. “Aspettiamo Godot”. “Ah, già”. Anders dice che Beckett ci fa capire che è la mancata venuta di Godot a tener viva l’aspettativa e la fede in lui. Loro i protagonisti della commedia, noi, sappiamo che Godot non verrà, ma che, forse, è già arrivato. Non lo sappiamo, siamo condannati ad aspettare, che sia davanti alla porta della legge o in un mondo privo di senso.
Anders mette a confronto Rilke, Kafka e Beckett: “In Rilke l’irraggiungibilità di Dio (Prima Elegia duinese), in Kafka l’irraggiungibilità nella ricerca (Il Castello), in Beckett l’irraggiungibilità nell’attesa”.
Vladimir e Estragon non agiscono, si prefiggono un’azione che non compiranno. Non vanno da nessuna parte, restano, aspettano, perché? Perché non si muovono? Sentimenti, emozioni, è indubbio che possano provarli, basta che lo vogliano. Si abbracciano, si rallegrano, chiacchierano. Il loro girare a vuoto è il nostro, ma, come dice Anders, sono ancora in due, si attaccano disperatamente l’uno all’altro, altrimenti rischierebbero di perdere tutto: emozioni e linguaggio. Godot potrebbe essere l’altro!
Dunque sarebbe l’amore (del prossimo) il solo riscatto della nostra esistenza. "Sembra che la farsa sia diventata il rifugio dell’amore per il prossimo, la complicità degli sconsolati sia diventata l’ultimo conforto. E se ciò che spunta dal terreno sconsolatamente arido dell’assurdità: Il mero tono umano, è un minuscolo conforto, e se il conforto non sa perché conforta e quale Godot promette come conforto – esso dimostra tuttavia che il calore è più importante del significato, e che non è al metaforico che spetta l’ultima parola, ma soltanto a colui che sente amore per l’umanità”.
Ma, allora, chi è Godot?
“E se ci pentissimo?” “Di cosa?” “Di esser nati?”
“Non mi toccare! Non domandarmi niente! Non dirmi niente! Resta con me.” “Forse che ti ho mai lasciato?” “Mi hai lasciato andar via.” “Guardami! Guardami, ti dico!”
“Sentivo la tua mancanza… e nello stesso tempo, ero contento. Strano, no?”
Ricomincia l’attesa di Godot
“Troviamo sempre qualcosa, eh, Didi, per darci l’impressione di esistere?”
Non finiremo mai, di attendere.
Note:
Beckett, Aspettando Godot, in Teatro, Einaudi 2002
Gunther Anders, Essere senza tempo (A proposito di En attendant Godot di Beckett), in L’uomo è antiquato Vol. I, Bollati Boringhieri 2003


