domenica, aprile 23, 2006

 

Nuit qui fais tant
 implorer l'aube
nuit de grâce
tombe

S.Beckett  *Mirlitonnades*

 

 

postato da: farouche alle ore 21:31 | Permalink | commenti (5)
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sabato, aprile 15, 2006
Com’è certo che Godot adombra la parola inglese God, Dio, così è assolutamente sicuro che la commedia non tratta di lui, ma soltanto del concetto di Dio: è detto che non si sa che cosa faccia Dio; per sentito dire si presume che non faccia niente; e la sola cosa da annunciare è appunto che Godot non verrà oggi, ma che verrà sicuramente domani”.
Dice Anders, nel commento ad “Aspettando Godot” di Beckett, che l’immagine di Dio rimane espressamente vaga. Noi ci chiediamo dove e quando non è così e se si può andare oltre il concetto, dal concetto all’immagine di Dio. Il mondo, soltanto il mondo, è volontà e rappresentazione. Dio è il non volere, il non agire, il non rappresentarsi nulla, è il puro esistere di Vladimir e Estragon.
“Vieni, andiamo”. “Non possiamo”. “Perché no?”. “Aspettiamo Godot”. “Ah, già”. Anders dice che Beckett ci fa capire che è la mancata venuta di Godot a tener viva l’aspettativa e la fede in lui. Loro i protagonisti della commedia, noi, sappiamo che Godot non verrà, ma che, forse, è già arrivato. Non lo sappiamo, siamo condannati ad aspettare, che sia davanti alla porta della legge o in un mondo privo di senso.
Anders mette a confronto Rilke, Kafka e Beckett: “In Rilke l’irraggiungibilità di Dio (Prima Elegia duinese), in Kafka l’irraggiungibilità nella ricerca (Il Castello), in Beckett l’irraggiungibilità nell’attesa”.
Vladimir e Estragon non agiscono, si prefiggono un’azione che non compiranno. Non vanno da nessuna parte, restano, aspettano, perché? Perché non si muovono? Sentimenti, emozioni, è indubbio che possano provarli, basta che lo vogliano. Si abbracciano, si rallegrano, chiacchierano. Il loro girare a vuoto è il nostro, ma, come dice Anders, sono ancora in due, si attaccano disperatamente l’uno all’altro, altrimenti rischierebbero di perdere tutto: emozioni e linguaggio. Godot potrebbe essere l’altro!
Dunque sarebbe l’amore (del prossimo) il solo riscatto della nostra esistenza. "Sembra che la farsa sia diventata il rifugio dell’amore per il prossimo, la complicità degli sconsolati sia diventata l’ultimo conforto. E se ciò che spunta dal terreno sconsolatamente arido dell’assurdità: Il mero tono umano, è un minuscolo conforto, e se il conforto non sa perché conforta e quale Godot promette come conforto – esso dimostra tuttavia che il calore è più importante del significato, e che non è al metaforico che spetta l’ultima parola, ma soltanto a colui che sente amore per l’umanità”.
Ma, allora, chi è Godot?
E se ci pentissimo?” “Di cosa?” “Di esser nati?”
Non mi toccare! Non domandarmi niente! Non dirmi niente! Resta con me.” “Forse che ti ho mai lasciato?” “Mi hai lasciato andar via.” “Guardami! Guardami, ti dico!”
Sentivo la tua mancanza… e nello stesso tempo, ero contento. Strano, no?”
Ricomincia l’attesa di Godot
Troviamo sempre qualcosa, eh, Didi, per darci l’impressione di esistere?”
Non finiremo mai, di attendere.
 
Note:
Beckett, Aspettando Godot, in Teatro, Einaudi 2002
Gunther Anders, Essere senza tempo (A proposito di En attendant Godot di Beckett), in L’uomo è antiquato Vol. I, Bollati Boringhieri 2003
 
postato da: alfred58 alle ore 21:53 | Permalink | commenti (5)
categoria:testi, letture, letteratura
sabato, aprile 15, 2006
“Beckett afferma di essere nato venerdì santo 13 aprile 1906” (D. Bair)
 
Quand on a été tourmenté, bien fatigué par sa propre sensibilité, on s'apercoit qu'il faut vivre au jour le jour, oublier beaucoup, enfin éponger la vie à mesure qu'elle s'écoule. (Samuel Beckett, Poesie)
 
De même la sensation de ma personne s’enveloppait d’un anonymat souvent difficile à percer, nous venons de le voir je crois. Et ainsi de suite pour les autres choses qui me bafouaient les sens. Oui, même à cette époque, où tout s’estompait déjà, ondes et particules, la condition de l’objet était d’être sans nom, et inversement. Je dis ça maintenant, mais au fond qu’en sais-je maintenant, de cette époque, maintenant que grêlent sur moi les mots glacés de sens et que le monde meurt aussi, lâchement, lourdement nommé ? (Samuel Beckett, Molloy)
 
L’innominabile, sarà il titolo del terzo romanzo della “Trilogia”. La condition de l’objet était d’être sans nom; gli oggetti stessi hanno perduto il loro nome e senza nome diventano irriconoscibili, hanno l’apparenza di essere questo o quello, ma solo l’apparenza. Ma come si può vivere in assenza di un nome, di un’identità, trovandosi innominabili? Nessuno può riconoscerci solo dall’aspetto che abbiamo, dalla nostra manifestazione d’essere, perché nessuno assomiglia al proprio aspetto fenomenico: “essere al mondo nell'impossibilità di essere visti per ciò che si è, è la pena1 ”. Che tutto sia contingente, dal linguaggio all’intero universo è ciò con cui dobbiamo venire a patti, convivere. Nulla ottiene un’identità d’essere che sia per sempre; questo “io” che sopravvive attraverso il tempo: io ero poco fa, sono adesso e sarò domani, è solo una labile coscienza di molecole che si compongono e ricompongono in continuazione. Che cosa ci identifica dunque agli occhi degli altri se non quella curiosa appendice che è il nome, con cui ci chiamano e che per loro significa l’essere che hanno di fronte in carne e ossa. Ma non sanno che il nome rivela sempre un’assenza alla superficie delle cose, là dove mi vedete non c’è nulla, un buco, un vuoto d’essere. Quel vuoto d’essere al quale assurgo ogni volta che mi nominate.
 
 “L'identità dell'Altro è racchiusa in quelle poche sillabe scandite. Secondo la cabala ebraica ogni lettera ha valore numerico come, e secondo la numerologia possiamo attribuire vari significati ai numeri come alle lettere, dunque tutta la nostra potenzialità è  sempre espressa nel nostro nome che non è solo un guscio, o un vuoto d'essere;  lì il destino gioca e si diverte...Per questo è sempre  bene fare attenzione quando si dà un nome a un bambino, poiché il suo destino s'inscriverà anche nel nome, non solo nel significato etimologico, bensì nella potenzialità numerica espressa 2 ”.
 
Rita R.Florit
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categoria:testi, letture, letteratura, filosofia
sabato, aprile 08, 2006
Contro l’infamia d’esser povero, bisogna, confessiamolo, provarle tutte, ubriacarsi di qualsiasi cosa, di vino, quello non caro, di masturbazione, di cinema. Non bisogna fare i difficili. [...]
Bisognerà farla addormentare sul serio una sera o l’altra, la gente felice, e mentre dormiranno, ve lo dico io, farla finita una volta per tutte con loro e la loro felicità. Il giorno dopo non si parlerà più della loro felicità e saremo diventati liberi d’essere infelici fin che vorremo insieme alla serva. [...]
E poi li non la finiva di raccontarmi le frivolezze della sua esistenza. Bisognerebbe proprio chiudere il mondo per due o tre generazioni almeno se non ci fossero più bugie da raccontare. Non ci sarebbe più niente da dirsi o quasi. Lei arrivò a chiedermi cosa pensavo della sua America. Le confidai che ero arrivato a un tal punto di debolezza e angoscia che dal più al meno non importa chi e non importa cosa ti mettono paura e quanto al suo paese semplicemente mi spaventava più di tutto quell’insieme di minacce dirette, occulte e imprevedibili che ci trovavo, specialmente per la spaventosa indifferenza nei miei confronti che a parer mio lo riassumeva. [...]
Vecchi giardino l’Europa tutto pieno di matti inusitati, erotici e rapaci. [...]
Un altro paese, altra gente intorno a te, agitata in un modo un po’ bizzarro, qualche piccola vanità in meno, dispersa, qualche orgoglio che non trova più la sua ragione, la sua menzogna, la sua eco familiare, e non occorre altro, la testa vi gira, e il dubbio vi attira, e l’infinito si spalanca solo per voi, un ridicolo piccolo infinito e voi ci cascate dentro...
Il viaggio è la ricerca di questo niente assoluto, di questa piccola vertigine per coglioni. [...]
I poveri son cotti a puntino. La miseria è gigantesca, si serve della tua faccia per asciugare l’immondizia del mondo come con un asciugamano da bagno. Ce ne resta sopra. [...]
Avevo creduto di notare in Lola qualcosa di nuovo, degli istanti di depressione, di malinconia, delle lacune nella sua stupidità ottimista, uno di quegli istanti in cui l’essere deve riprendersi per portare un po’ più in là il bagaglio della sua vita, dei suoi anni, suo malgrado già troppo grevi per lo slancio di cui dispone ancora, la sua sporca poesia. [...]
Voleva seminarmi nella notte, il più in fretta possibile. Era regolare. A forza d’essere spinto a quel modo nella notte, si deve comunque finire per arrivare da qualche parte, mi dicevo. È una consolazione. “Coraggio, Ferdinand, ripetevo a ma stesso, per tenermi su, a forza di essere sbattuto fuori dappertutto, finirai di sicuro per trovarlo il trucco che gli fa tanta paura a tutti, a tutti gli stronzi che ci sono in giro, deve stare in fondo alla notte. È per questo che non ci vanno loro in fondo alla notte!”
 
Céline, Viaggio al termine della notte, pp. 201 – 212
 
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categoria:letteratura
sabato, aprile 08, 2006
Quello che si può sperare nel migliore dei casi, è un governo favorevole a certe esigenze o istanze della sinistra. Ma un governo di sinistra non esiste, perché la sinistra non è questione di governo. Se mi si chiede come definire la sinistra, essere di sinistra, direi due cose. Ci sono due modi. E anche qui... È anzitutto una questione di percezione, c’è una questione di percezione: cosa vuol dire non essere di sinistra ? È un po’ come un indirizzo postale. Partire da sé e nella misura in cui si è privilegiati, vivendo in paesi ricchi si dice. “come fare perché la situazione tenga” ? È chiaro che ci sono dei pericoli, che tutto questo non può durare, che è demenziale. Bene, ma come fare perché duri ? [...] Essere di sinistra è il contrario. È percepire. [...] È un fenomeno di percezione. Si percepisce innanzitutto l’orizzonte, si percepisce all’orizzonte.
 
Abecedario di Gilles Deleuze, video-intervista di Claire Parnet.
 
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categoria:filosofia
venerdì, aprile 07, 2006
Desiderio capitalista, desiderio fascista, desiderio burocratico, anche Thanatos, tutto è già lì, che bussa alla porta. Dal momento che non si può contare sulla rivoluzione ufficiale per rompere la concatenazione precipitata dei segmenti, si conterà su una macchina letteraria che anticipi la loro precipitazione, che superi le “potenze diaboliche” prima ancora che si siano costituite. Americanismo, Fascismo, Burocrazia – come diceva Kafka, essere non uno specchio ma un orologio che anticipa.
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