lunedì, giugno 12, 2006
Fedeltà nondimeno all’idea di una rivoluzione, perché bisognerà bene che la nostra vita si trasfiguri e nessun progresso reale – nel nostro mondo ove tanto peso hanno il lavoro e il denaro – può concepirsi senza un sovvertimento completo delle condizioni economiche, di quelle condizioni che ebbero sul mio orientamento un’influenza tale che solo a patto di una perfetta malafede potrei considerare trascurabile. Appello alla « nuova era » che sognava Marthe-la-suicida, era che non concepisco, s’intende, come un’età dell’oro (la vera età dell’oro sarà quella in cui la questione della morte non si porrà più), ma quantomeno come uno stato di cose meno assurdo di quello in cui mi compiaccio di fare l’istrione o di darmi arie da ilota ubriaco.
 
Leiris, Biffures, p. 228
 
 
postato da: alfred58 alle ore 19:29 | Permalink | commenti
categoria:letteratura
domenica, giugno 11, 2006
Roma, città dorata anziché nera e bianca [...]; Roma, che per lungo tempo ho conosciuto [...] attraverso le Antichità e le Carceri di Piranesi, ma di cui ho recente esperienza diretta, che ho avuto modo di percorrere, sulle prime in preda a una sorta di angoscia (l’isolamento che sempre più avverto nelle grandi città), poi alla gioia dinnanzi a una tale profusione di bellezze (blocchi di civiltà diverse sovrapposti in uno straordinario disordine, appollaiati gli uni sugli altri e che crescono come vorrei crescesse la mia immaginazione). [...] Roma fu regina del mondo antico come tuttora, con la sua truppa di preti ingonnellati è il fulcro della cristianità. [...]
Ché, se a Roma ho visto un popolo di alti arcangeli (statue antiche o barocche quali le statue che punteggiano il ponte di fronte a Castel Sant’Angelo e han l’aria di tuffarsi nel Tevere ogni qualvolta un nuotatore dello stabilimento lì a fianco si butta in acqua, e non c’è neppure bisogno, perché l’errore prenda corpo, che il tizio così trasmutato in creatura supposta divina esegua un cosidetto “volo d’angelo”), e se ho udito, all’aria aperta degli spettacoli d’opera estivi, voci umane ergersi a cariatidi sonore dell’attesa e del rimpianto, mentre nel blocco compatto della notte la illuminazione scenica apriva un alveolo di luce ove persone e cose acquistavano un rilievo insospettato [...].
 
Leiris, Biffures, p. 276
 
 
Con la valorizzazione dei Fori Imperiali il regime fascista volle rendere esplicita la sua concezione dell’Italia e della storia. Via dei Fori Imperiali è un esempio di quello che Habermas chiama “ uso pubblico della storia “, il quale – nel caso in esame – collega Roma fascista alla Roma imperiale. [...]
Anche se gli archeologi o i politici che vogliono fare un uso pubblico della storia ne sono inconsapevoli, il risultato è sempre un paesaggio, cioè la riunione di temporalità diverse. Quando vi si mescola, come oggi a Roma, una presenza insistente della natura (non solo i parchi, i giardini, i chiostri, le colline boscose, ma anche le erbacce e i papaveri che si intrufolano nel cuore stesso della città, invadendo i lungotevere e i siti archeologici), si ha l’impressione (soprattutto al calar della notte, quando le attività si fanno più discrete e i passanti più rari) di una sorta di immensa rovina senza età, nella quale chi passeggia innocente può provare il puro godimento di un tempo che nessun monumento e nessun sito riescono a imprigionare.
 
Marc Augé, Rovine e macerie
 
postato da: alfred58 alle ore 18:42 | Permalink | commenti (2)
categoria:letteratura
lunedì, giugno 05, 2006
.
..
Riflessioni su un testo inedito di Starobinski (Fratello nella malinconia: il ritratto del dottor Gachet di Van Gogh. Una diagnosi contestata), presentato da M. Galzigna.
 
“ E poi sentire le stelle, e l’infinito lassù”. (Van Gogh)
È plausibile che Van Gogh si sia suicidato per non pesare economicamente sul fratello ? Oppure che abbia visto la morte come l’estrema possibilità del suo esserci, il raggiungere in anticipo la dimensione dell’eternità, “quell’infinito per il quale, egli dice, ci si imbarca come su un treno verso una stella1 ”.
“ Se il tempo trova il suo senso nell’eternità, allora esso va compreso muovendo da quest’ultima 2 ”.
Che Van Gogh sia stato cacciato dalla vita dal fratello con l’annuncio della nascita del figlio; poi dal dottor Gachet che lo mandava a dipingere dal vero, in pieno giorno, mentre stava male, per non farlo pensare. Questo sostiene Artaud in un libro lucidissimo 3.
Quale coscienza aveva Van Gogh della propria malattia, della propria malattia di vivere, e fin dove poteva arrivare in questa presa di coscienza, guardando il dolore del mondo, senza sprofondare.
Si può pensare al suicidio di Van Gogh come ad un’improvvisa esplosione di colore. Contro la desolazione del mondo, del presente. Il cattivo presente che lo sommergeva di rumore, di voci minacciose. La desolazione del mondo che si riflette nella desolazione di un volto, ecco il punto di identificazione tra Van Gogh e il dottor Gachet; “ Il punto di convergenza di queste diverse identificazioni, nel registro verbale, è la parola « desolato » nel significato forte di ferito 4 ”.
È a partire dal ritratto che gli fa che Van Gogh si identifica con il dottor Gachet. Non dipinge se stesso, ma qualcuno che gli appare “più malato di lui, o quanto lui”. Perché, per vedere la “ferita” dell’essere, bisogna andare oltre se stessi, oltre lo specchio, oltre la pittura dal vero, oltre quel che Gachet gli imponeva “dipingere dal vero, [...] senza mai oltrepassare il vero, senza mai andare più lontano del vero ”.
Il dottor Gachet è solo un essere in lutto, malinconia tutta terrena che si tiene lontana dal malinconico delirio d’infinito che ha colpito Van Gogh. Da Sorrow al Ritratto del dottor Gachet, Van Gogh dipinge per un profondo bisogno di identificazione col dolore che pervade il mondo, corpi e cose, perché solo nel dolore gli si rivela la fraternità.
“ Van Gogh vuole imporre il corpo di Sien come totale sorrow (il proprio, di lei, del mondo) 6 ”. Acutamente G. Ceronetti definisce Sien, la prostituta amica di Van gogh, non donna di dolori, ma man of sorrows. “ In lui covava una segreta violenza omicida e suicida, che si placava in raffiche di redenzioni erotiche di corpi femminili, alberi, sedie, girasoli, biliardi, ulivi, scarpe, libri, ponti, volto suo di dolore 7 ”. “ Tra Sien in nero e la nuda di Sorrow c’è lo studio di un albero, superbo groviglio di dolore ilico, man of sorrows di rami e radici neri, sviscerata angoscia che su una riva invernale di fiume supplica la carezza di qualche « gentile conforto ». [...] Per lui quell’albero e il nudo di sorrow sono la stessa cosa, lo stesso grido ”.
Il microcosmo del dolore. “ La douleur déploie son microcosme par la réverbération des personnages. Ils s’articulent en doubles comme en des miroirs grossissant leurs mélancolies jusqu’à la violence et le délire. Cette dramaturgie de la réduplication rappelle l’identité instable de l’enfant qui, dans le miroir, ne trouve l’image de sa mère que comme réplique ou comme écho (apaisant ou terrifiant) de soi-même 9 ”.
Nel dottor Gachet la malinconia, l’affievolirsi dello slancio vitale, è subentrata ad un’iperattività che egli ancora, inconsciamente, fa passare su Van Gogh, quand’egli, invece, avrebbe bisogno di quiete, di sonno. Di un riflesso pacificante negli uomini e nelle cose: i colori; come il bambino della figura materna. Così dipinge il dottor Gachet, così la sua camera ad Arles: “Questa volta si tratta semplicemente della mia camera. Solo il colore deve determinare qui un effetto e, tramite la semplificazione che dona alle cose uno stile maggiore, suggerire quiete o, in generale, il sonno” (Van Gogh).
E Van Gogh ha sempre trovato la pace nei colori, nel loro armonizzarsi sulla tela, l’equilibrio del colore contro la malattia. Fino a quando, improvvisamente, i colori si sono mescolati, l’esplosione del colore e dell’immagine di se stesso, il colpo al cuore.
“ E aveva ragione Van Gogh, si può vivere per l’infinito, soddisfarsi solo d’infinito...10 ”.
 
Artaud A., Van Gogh il suicidato della società, p. 62
2 Heidegger, Il concetto di tempo. Sull’esserci come non più e sul cattivo presente del quotidiano.
Artaud A., Ibid., p. 62
Starobinski, Fratello nella malinconia...
Artaud A., Ibid., p. 93
6   Ceronetti G., Dolore–Tempo-Thanatos
7 8 Ceronetti G., Ibid.
Kristeva J., Soleil noir. Dépression et mélancolie
10 Artaud A., Ibid., p. 60
 
 
 
postato da: alfred58 alle ore 22:33 | Permalink | commenti (3)
categoria:letture, dialoghi