Veramente già nei salmi è presente la consapevolezza che nella legge naturale è riconoscibile la legge di Dio, infatti tutto ciò che è creato è buono e secondo natura.
Nonostante le due nature siano distinte, non c'è radicale separazione tra mondo divino e terreno, per due ragioni, la prima è che questo comporterebbe una qualche simmetria e secondo perché la creazione è fatta ad immagine del creatore, ne è un suo riflesso.
Nella fede ebraica come in quella cristiana l'unione con Dio è concepita sempre come un ritorno.
In San Paolo la Morte e resurrezione di Cristo non sono la fine della legge ma il suo termine naturale, dice, con Gesù stesso, non abrogazione ma compimento.
La realizzazione, la divinizzazione dell'uomo è progressiva e la legge continua ad avere la sua funzione propedeutica, nulla è dato per acquisito, ristabilita l'immagine c'è il lungo lavoro per ripristinare la somiglianza, per incarnarla.
Non credo che esista una coscienza introspettiva, credo piuttosto che la coscienza sia il luogo dell'evidenza, la tradizione occidentale ha inventato e continua a produrre sublimi trucchi per non vederla, trucchi che ci hanno valso un'arte magnifica, musica e poesia eccelse, ma che non ci permettono di uscire dalla gabbia delle antinomie.
Toporififi
Credo che questa sia una lettura semplicistica e riduttiva della Bibbia, letterale se vogliamo. Mi piace il tuo modo di argomentare, ma l’ultimo pensiero affascinante in sé, mi lascia perplesso. La filosofia, l’interrogazione, è altra cosa. Il concetto è il risultato del pensare a cui non bisogna fermarsi, indagando oltre, creando nuovi concetti. Senza l’incontro con la Grecia, la Bibbia sarebbe rimasta poco più di un libro tradizionale, a livello degli altri. Giovanni, Paolo, siamo già in Occidente con la testa. L’invisibilità, l’Infinito, la coscienza introspettiva, siamo nel trucco, un trucco geniale, che ci fa sorpassare l’apparente, il visibile e il finito per un oltre, un oltre che ci fa filosofare, poetare, scrivere, fare musica, dipingere. Un oltre che è sempre immanenza, ma immanenza radicale. L’evidenza è quello a cui non bisogna fermarsi, nulla c’è di evidente.
Cristo viene non a distruggere, ma a completare la Legge, ma “Tanto peggio per la legge”, lo scrive Paolo. Termine naturale, compimento, escatologia come fine del tempo "discorso sulle cose ultime". Sugli uomini divini, sull’incarnazione ne dice molto di più la letteratura, ogni autore s’incarna nei suoi personaggi. Se Dio è l’autore supremo si è incarnato nel Cristo e in tutti noi.
Hegel non arriva alla Morte di Dio per una via argomentativa, non attraverso l’astrazione, ma attraverso il Calvario di Cristo. Cristo è morto sulla croce, Messia che “noi” cristiani riconosciamo come tale e come il Figlio. Abbiamo finito così di attendere un Salvatore da duemila anni. Quello del ritorno e del riconoscimento è un argomento da sviscerare. Lo riconosceremo quando, alla fine dei tempi, tornerà da noi (parusia - presenza). La prima volta furono in pochi, dodici o poco più. “Tornerò alla fine dei tempi”, ma non ci sarà un secondo Evento (Avvento), né un giudizio, né una salvezza individuale, sarà la fine e sarà tutto. Perché l’uomo non può mantenersi in vita che là dove c’è l’assenza, nel territorio della parola. La sua presenza, la sua figura, l’annienterà. Parliamo a partire dall’assenza di un evento che non avrà più luogo. Dubbio cartesiano o amletico sull’essere, o sull’essere mai più. Parliamo scartata la possibilità estrema della morte.
Mondi terreni o divini, o unico mondo, ognuno di noi è un mondo, ogni volta unico e irripetibile, e citando Derrida ogni volta che muore un amico il mondo finisce.
Alfred
Sono sempre molto scettico nell’affidare a Paolo una simile capacità speculativa. egli è piuttosto un ideologo, un costruttore di sistemi teorici erronei, e, per citare Shaw, al pari di Marx prescindenti da ogni responsabilità morale. gli va semmai riconosciuta un’abilità mistificatoria fuori del comune nella capacità di utilizzare formulazioni teologiche ellenistiche rispetto alla sapienzialità ebraica per portare acqua al suo mulino. In un approccio razionale il mondo reale, così come quello delle idee, sembra preesistere ad una realtà trascendente che appare invece come una costruzione posteriore nel proprio cammino fideistico o gnostico. La grande differenza tra l’ebraismo e il cristianesimo, a parte la “disonestà” paolina, sta appunto nella Legge. ma cos’è la Legge? voglio dirlo con grande semplicità: è tutto ciò che rende interessante il cristianesimo, cioè la coscienza. Il d-o teologico e patristico è noioso, sa di alibi, è fatto per esercitare il controllo delle intelligenze, cioè, guarda caso, delle coscienze. accanto a ciò, paradossalmente, il cristianesimo è volatile, non è fatto per tenere insieme una nazione, e questo appare una contraddizione ma non lo è se pensiamo che il dio teologico fa la sua fortuna in tempo di autoristrutturazione, di scontro feroce, di eresie, di scismi. una necessità. Il d-o ebraico al contrario non vuole essere diffuso nel mondo, ha scelto il suo popolo, e vuole che questo popolo si comporti come si deve per rimanere popolo e nazione, per tenere fede all’alleanza che non è irrevocabile. In questo senso l’ebraismo è una religione fattuale, molto poco teorica. Il cristianesimo nella sua ansia divulgativa rasenta il politeismo; l’ebraismo è un orgoglio, una differenza, una distinzione; ma al tempo stesso l’ebraismo è trascendenza, ed è in questo profondamente individuale e personale ( pensiamo solo al libro di Giobbe). Ciò che Gesù dice dell’amore lo dice perché lo ha imparato alla yeshivà. Glielo abbiamo insegnato noi, era uno dei nostri ragazzi, un promettente rabbino che aveva un’originale interpretazione della Legge. Tutto ciò che è avvenuto dopo non lo riguarda, non è mai stato cristiano. Sintetizzo: jhvh è profondamente terreno, e profondamente mistico, senza nessuna antinomia; e a mio avviso, la diaspora interpreta, paradossalmente, il vero spirito dell’ebreo nella sua erranza, metafora della modernità antimoderna di tutto l’occidente più creativo. Non so se sia stata la fretta messianica a portare Paolo a damasco, ma so bene che il cristianesimo è un’eresia ebraica, che ha fatto quella nota fortuna storica cui l’ebreo non è minimamente interessato.
Dawidh
Verso la fine del settecento, pochi anni dopo la pubblicazione dell'enciclopedia di Diderot, a Venezia veniva pubblicata un'altra enciclopedia, la Filocalia, la raccolta dei testi patristici sulla preghiera del cuore.
Ho l'impressione che vediate, (curiosamente vi assimilo in qualche modo), il cristianesimo e San Paolo (L'Apostolo per antonomasia) con gli occhi della scolastica medioevale e nella forma che il regime carolingio volle imprimere alla chiesa d'occidente.
In questo senso il cattolicesimo, la parte più visibile del cristianesimo, è un'eresia cristiana e non corrisponde più che per le comuni origini e qualche aspetto formale, che fortuitamente si è conservato, alla Chiesa originaria come si è formata nei primi secoli e con i primi sei concili ecumenici.
Fare di san Paolo un filosofo ellenista o un ideologo convertito significa prescindere da quello che è l'aspetto più evidente; la praxis, l'esperienza diretta che ha fatto di ciò che dice, del suo Vangelo.
Nel cristianesimo si dice che gli ebrei cercassero il miracolo e i greci la filosofia, ma benché i primi grandi padri fossero filosofi e taumaturghi insieme, l'insegnamento è sempre quello dell'esperienza, noi ortodossi abbiamo conservato pressoché inalterate preghiere e riti perché funzionano, non ci è utile sviscerare a parole il mistero che ci fonda, possiamo invece conoscerlo personalmente.
Non so cosa voglia dire: Senza l’incontro con la Grecia, la Bibbia sarebbe rimasta poco più di un libro tradizionale, a livello degli altri.
La Bibbia è un libro tradizionale, è scrittura viva, ma non è speculazione quello che se ne trae.
Quando parliamo di Verbo divino non ci riferiamo alle scritture e tanto meno alla parola filosofica, ma ad una persona, la seconda persona della Trinità e il rapporto è personale e non mediato da dogmi o vicari in terra.
Per questo non ci interroghiamo, chiediamo direttamente a chi ha fatto l'esperienza, a chi è andato e tornato e conosce la strada e su questa camminiamo riconoscendone all'occorrenza i passi segnalati.
Dimensione soggettiva e fideistica? peut-être, la coscienza è uno schermo così sottile che si può pensare che non ci sia o che sia semplicemente un'idea, io la considero presenza viva, conformismo e anticonformismo escono dallo stesso berretto, ho trovato casa, questo è necessario per vivere la mia diaspora.
Toporififi
Qui siamo nella teologia più che nella filosofia, in tal modo mettete uno dei due piedi, spesso tutti e due, su un gradino. In David mi interessa il concetto di “differenza”. Questo concetto presuppone “le differenze”. Elezione e orgoglio sono, invece, concetti che “chi filosofa” non può impiegare, pena la rottura di ogni dialogo con l’Altro. Commenti di questo tipo, per il loro vigore polemico e altero, indurrebbero a rispolverare la “Questione ebraica”. Non ora. Dio non si scrive e non si pronuncia, ma si fa a propria immagine e somiglianza, strano rovesciamento delle parti, presunzione senza limiti, ipocrisia. È un falso pudore quello su Dio, perché ci assomiglia troppo. Lo vogliamo troppo simile a noi, a nostro uso e consumo. Deve essere ebraico, innanzitutto, altrimenti non c’è più un Dio unico, già il fatto di dividerlo in tre persone, politeismo. Non deve essere noioso, cioè non deve filosofare, non sia mai. Deve essere un Padre, comandare, far soffrire il suo popolo, ma essere immune da sofferenza, lasciamola al Figlio, ai figli.
Che la mia coscienza preveda una Legge qualsiasi è una contraddizione in termini. L’udire le voci di Mosè, era la Voce della coscienza, o schizofrenia. “Gli dèi che, all’alba dell’umanità, riempirono il mondo furono false personificazioni dell’uomo. Gli uomini, allora, erano soggetti al richiamo interiore di un dio; la natura umana era scissa schizofrenicamente”. “Interiorità” è nel platonico, interiorità nello stoico, in Agostino, che inaugura la letteratura occidentale con le sue peccaminose confessioni, interiorità è in Kant, il cielo sopra di me, la legge morale dentro di me. La coscienza non è una serie di precetti, comandamenti, principi ricevuti per tradizione. La filosofia moderna origina, invece, dal dubbio cartesiano, esiste solo la coscienza di sé, non si esce mai da sé se non per andare verso l’altro, un’altra coscienza, o verso il nulla. Che cos’è “L’io penso, dunque sono”, o semplicemente “l”Io penso” kantiano, o l”autocoscienza” di Hegel. Marx arriverà, attraverso Hegel, al concetto di “alienazione dell’uomo”; è attraverso la “coscienza alienata” o “infelice” che l’uomo arriva alla consapevolezza di sé, di essere solo.
Il nostro corpo è solo tra milioni di corpi, ma di questo ci dimentichiamo perché viviamo nell’astrazione della mente. Questo individualizzarsi che è la coscienza dell’uomo, compimento della creazione (evoluzione), ma anche “culmine della disperazione” (Cioran). È il Figlio a soffrire, è Giobbe, è l’uomo che soffre, non il Dio Padre. Giobbe e Leopardi o la disperazione del vivere.
E se iI pragmatismo del secondo commento fosse solo apparenza, se la fede nel Verbo (Giovanni) non fosse altro che fede nella parola\parole. È qui l’incontro con la Grecia.. Né Via, nè Verità, né Vita, ma il Logos.
Cos’è l’Incarnazione se non il peso del corpo e dell’anima scagliati in un frammento d’eternità rappresentato da parole. Non c’è vento che le disperderà. Letteratura, poesia, opere di finzione, niente di più falso che questa espressione. Ma la parola non ci fa immortali, non ci aiuta a dimenticarci del corpo o a uscirne, ma ci fa vivere anche nell’assenza, ci rende presenti all’altro nell’assenza. È un’illusione e un miracolo, quello del Verbo.
Elezione o Ortodossia, soliti errori. Non sapere cosa sia l’universalità dell’amore, messaggio evangelico, mistico. Non vedo una grande apertura all’altro negli uomini che devono rintanarsi nelle proprie credenze per sopravvivere.
Alfred