domenica, ottobre 29, 2006
Cercala al fondo troverai la piaga
del vivere col cuore divorato
contratto espanso dilatato in sangue
fin dove strazio decreta il fluire

Cercala al centro troverai la chiave
di segreti cammini calcinati
stazioni di viae crucis infangate
in cui caduta faccia nella terra
 
inassolvibile fu dichiarata
da ogni incarico fu sollevata
Cercala ancora nell'esatto punto
dolente di dolcezza dolorosa

lacrimare un vessillo d'ali tese
profumare gli stracci della carne
non ancora crisalide quiescente
rosa di notte arresa non ancora 

Cercala infine nella tua memoria
di trapassati prossimi universi
dendriti ricomposti dalla cura
del riveder le stelle dall'inferno
 
 
 
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categoria:poesia
mercoledì, ottobre 25, 2006

testo – corpo – piacere \ sapere - erotismo – labirinto - specchi – violenza - desiderio

 
                                                                                                            a Arianna Florit
                                                                                                            ma deuxième soeur
 
Le trame astratte del tuo duplice erotismo. \ Non eri tu, stanotte, la mia complice. \ L’unica complice folle - \ era la mia passione, verde e inquieta - \ assorbita, stregata dal tuo corpo. \ L’ho capito vedendo, in quegli specchi, \ lo spazio vuoto della mia presenza. \ Narciso compiaciuto e inaridito,  \ contempli, solitaria, la tua immagine: \ le tue pulsioni erranti, mascherate. \ Fortezza chiusa. Camera sepolta. \ In questa notte gravida di spettri \ svanisce lentamente la speranza.

M. Galzigna

 
*          *          *
 

A partire da una poesia di M. Galzigna http://emmegi.splinder.com/

Ciò che vediamo là, in quegli specchi, è: la gelosia erotica, il narcisismo femminile abbassato, degradato, a pretesto del tradimento, il voyeurismo in cerca di un alibi, che trova nell’autosufficienza maschile, la passione senza oggetto.

“Come prendere piacere da un piacere raccontato ? [...] posso diventare il voyeur: osservo clandestinamente il piacere dell’altro: entro nella perversione” 1. Circolo vizioso del piacere del testo, il testo come corpo, scritto, interpretato, letto. Il corpo come testo, godimento non detto. Un piacere, quello del corpo-testo che non si lascia definire se non a partire da un luogo indefinito, paravento dello specchio: assenza o “spazio vuoto di una presenza”, che è quello del godimento. Il testo mescola la possibilità del piacere della lettura e l’impossibilità, rimozione, del godimento nella scrittura.

Nel fondo di questo specchio non vediamo nient’altro che il nostro proprio desiderio, vediamo noi stessi riflessi nella figura che si muove in fondo allo specchio e invoca la nostra presenza “paurosamente”. Questo gesto di guardare attraverso uno specchio, mettendo a nudo una presenza, “maschera ciò che svela”: il centro del desiderio. “I fili tenui che reggono un pensiero fatto di reciprocità s’intrecciano”, ma non raggiungiamo mai nessuno oltre noi stessi, il “cuore” dell’altro ci sfugge, sfugge al desiderio.
Quando “la voracità del desiderio non ha più bisogno di un’immagine irreale per raggiungere la nudità dell’altro” senza fretta, percorre i corridoi del labirinto dove l’altro non può difendersi; “non ruba il suo piacere, promette serenamente la violenza”.
Parafrasando il testo di Foucault ci si accorge di come Gabbia e Rete siano sinonimi, ma la Rete è molto più vicina al sotterraneo, dapprima labirinto, cunicoli pieni di specchi, dove “ciascuno è prigioniero degli altri, di cui diventerà il traditore e il giustiziere”, poi “gabbia solidificata, resa interamente opaca, poiché scavata sottoterra, (ma al tempo stesso) liquefatta, divenuta trasparente a se stessa, proprio perché essa è presa nelle coscienze avviluppanti, malefiche, diffidenti”. Il sotterraneo è “il serpente ctonio che si è risvegliato”...2

 
Un sapere così crudele. Foucault analizza due romanzi settecenteschi, uno si svolge nella luce: (Crébillon, Les égarements du coeur et de l’esprit), l’altro nelle tenebre (Reveroni de Saint-Cyr, Pauliska o la perversità moderna), per parlare della violenza occulta del desiderio, nel suo legame letale con il sapere. Il gioco erotico avviene nella luce, il suo carattere giocoso si perde quando entriamo nel sotterraneo del desiderio, là non troviamo più Arianna, ma siamo costretti alla scissione tra desiderio e sapere. Il desiderio ci spinge in basso, e la volontà di sapere si regge su questo lato oscuro del desiderio. Fino a che non si è raggiunto il centro del labirinto della passione si resta in bilico tra la follia desiderante e il sapere. Ci sono gli specchi, le allucinazioni visive e tattili, tutta la scena che fa parte del teatro dell’erotismo, vi siamo coinvolti, presi al laccio. La nostra immagine non si riflette negli specchi, perché il nostro desiderio è astratto, “complice folle solo la nostra passione” “le (nostre) pulsioni erranti, mascherate”. 

Arianna è la via d’uscita dal labirinto, è la ricerca dell’altra coscienza, rimasta esterna alla tentazione della conoscenza assoluta, al sapere svincolato dal desiderio, un desiderio senza nome, selvaggio e incontrollabile.

L’uscita dal sotterraneo del “vizio” non prevede alcuna confessione; è stato un viaggio solitario, intrapreso nella nostra mente. Ma se il godimento è alleato del mistero, corre anche pericolosamente sui bordi della follia.

 
 
 Roland Barthes, Il piacere del testo

2    Michel Foucault, Un sapere così crudele, in Scritti letterari

 
postato da: alfred58 alle ore 19:18 | Permalink | commenti (6)
categoria:poesia, testi, letteratura
venerdì, ottobre 20, 2006

Io mi nascondo - trasognato e complice - \ per ascoltare muto il suo ansimare: \ modulazione cruda del dispendio, \ liberazione trepida e festosa \ dalle gabbie dorate della mente. \ Mentre deliro ad ogni suo respiro - \ linguaggio panico del tradimento - \ il fantasma dell’altro si dilegua, \ come parvenza vuota e impersonale. \ Sospeso tra i tremori e la lussuria, \ la sua strenua scissione mi travolge: \ come un rito ammaliante, concertato, \ come un delirio che dilata i sensi, \ come una danza orgiastica, tribale, \ che un abbandono estatico e indiviso \ potrà risolvere in un puro abbraccio. \ Eros e Pan, presenze numinose, \ donatele passione e conoscenza, \ contro il retaggio infame della colpa!

M. Galzigna
 
*          *          *
 

A partire da una poesia di M. Galzigna http://emmegi.splinder.com/

 

Mi nascondo, complice \ per ascoltarti gemere – \ delirando ad ogni tuo respiro \ il fantasma dell’Altro si dilegua – \ nei tremori della lussuria \ la tua intima scissione mi travolge. \ I sensi dilatati \ nell’abbandono estatico \ si risolveranno in puro abbraccio.

Fantasma della colpa, lotta con i padri, i rivali. Una rivalità mimetica, direbbe Girard; ci si nasconde metaforicamente per spiare il desiderio dell’Altro, per trovare conferma al nostro delirio amoroso, erotismo del cuore.

La parola centrale non è “tradimento”, ma “panico”. Pan è colui che fa delirare, perdere la ragione. Come si risolve la situazione panica ? Con l’intervento di Eros, che riconcilia gli opposti stringendoli in un abbraccio, puro ma illusorio. Al fondo resta l’angoscia scatenata dall’erotismo.

“ L’angoscia che ci apre all’annientamento e alla morte, si lega sempre all’erotismo, la nostra attività sessuale si compie inchiodandoci all’immagine angosciante della morte, e la conoscenza della morte approfondisce l’abisso dell’erotismo. [...]. Vi è nell’angoscia sessuale una tristezza di morte, un’apprensione della morte piuttosto vaga, ma della quale non arriviamo mai a liberarci ”. “ È il senso dell’angoscia, senza la quale la sessualità non sarebbe che un’attività animale, e non sarebbe ‘erotica’ ”. [...]. Solo l’erotismo ha il potere, nel silenzio della trasgressione, d’introdurre gli amanti in quel vuoto ... in cui non c’è più parola concepibile, in cui l’amplesso non significa più solo l’altro, ma l’assenza di fondo e di limiti dell’universo”. [...]. “ Liberando l’essere amato dalla contingenza del disgusto, non facciamo che vincolarlo a quella della realtà volgare. Tanto che il passaggio dall’amore individuale alla purezza non ha che due significati possibili: o noi ammettiamo che quest’amore si riduce alla volgarità...; oppure mantenendoci risolutamente nella purezza, ma nello stesso istante nel desiderio dell’altro, di ciò che ci manca e che solo potrebbe rivelarci la totalità dell’essere, siamo posti alla ricerca di Dio1 ”.

L’uomo combatte, insieme alla donna,  contro i demoni dell’anima femminile, il senso di colpa, mentre la lotta solitaria dell’uomo è sempre contro il fantasma dell’Altro. Dietro ogni donna c’è un padre, un marito, un amante, una madre. Ma  Baudelaire proiettava la propria scissione sulla donna, e Bateson con il termine di “schismogenesi” intende l’identificazione che il marito fa tra la moglie e la propria madre. La lusinga della donna verso l’uomo la rende interminabilmente complice e traditrice, “La scissione della donna è lievito... moltiplicato iperbolicamente”. Al fondo di ogni esperienza amorosa c’è il  Desiderio, l’infinità e l’inevitabilità del desiderio. È il desiderio dell’Altro, sempre da raggiungere, che fa sorgere la colpa. “ La sola cosa di cui si possa essere colpevoli, almeno nella prospettiva analitica, è di aver ceduto sul proprio desiderio. E il desiderio è una misura incommensurabile, infinita 2 ”.

Il complesso di colpa è il frutto di un’esperienza primaria, di un’infedeltà al primo oggetto di soddisfacimento, il corpo della madre dal quale bisogna inevitabilmente staccarsi perché ci sia percezione del proprio corpo, del Sé. La passione della conoscenza è il frutto di un distacco inevitabile dall’Altro assoluto che si tenterà per tutta la vita di ritrovare. Su questa divisione originaria si comporrà l’intero mondo dei desideri del soggetto 3 .

L’amplesso è un ritorno allo stato indistinto di prima della nascita. Due corpi fusi dalla colpa originale. Fachinelli cita Baudelaire per dire dell’oblio suscitato dalla bocca e dai baci. Pour engloutir mes sanglots apaisés \ rien ne me vaut l’abîme de ta couche; \ L’oubli puissant habite sur ta bouche \ Et le Léthé coule dans tes baisers. ”. I singhiozzi sono l’espressione visibile di uno stato angoscioso, e l’ombra della donna beve le lacrime dell’uomo per fargli dimenticare la sua colpa.

1  Bataille, Storia dell’erotismo, Fazi editore
 Lacan, cit. da Fachinelli, in La mente estatica, Adelphi
3   Fachinelli, citazione non testuale da La mente estatica, Adelphi
4   Baudelaire, Les fleurs du mal
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categoria:poesia, testi, letture, letteratura, filosofia
martedì, ottobre 17, 2006

Qui, nell’ametista
sono racchiuse le ere della notte
E una prima luce intellettiva
accese la tristezza
che era fluida ancora
e piangeva

Ancora splende il tuo morire
dura violetta.

 
Nelly Sachs

 

La notte stupita guardava il mio fragile sonno. Accesa una lampada nel buio, ombra lunare, calda nella tua, mi tenevi la mano.

 
Ametista. Resurrezione della carne e vita eterna: ultimo articolo di fede. Mescolanza di blu e rosso. A volte domina il blu, a volte il rosso, come nelle vetrate delle cattedrali con i loro toni porpora e datura. È il sangue che assorbe l’aria vitale, congiunzione di amore e eternità. L’ispirazione dello spirito nel cuore della temporalità.
(Paul Claudel, La mistica delle pietre preziose – traduzione da “L’oeil écoute”)
 

Perché la luna è madre e padrone dei nostri corpi acquei, il pallido corpo della nostra nervosa coscienza e della nostra umida carne.
(D.H. Lawrence)
 
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categoria:poesia, testi, letteratura
lunedì, ottobre 09, 2006

Quand je m’arrête, comme tantôt, les bruits reprennent avec une force étrange, ceux dont c’est l’heure. De sorte qu’il me semble retrouvé l’ouie de ma jeunesse. Alors dans mon lit, dans l’obscurité, les nuits de tempête, je savais faire la part, dans le hurlement du dehors, des feuilles, des branches, des troncs gémissants, de l’herbe même et de la maison qui m’abritait. Chaque arbre avait sa façon de crier, comme par temps calme son murmure. J’entendais au loin son portail en fer tirer sue ses piliers et s’entrechoquer ses battants à claire-voie, par où s’engouffrait le vent. Et il n’était jusqu’au sable de l’année qui n’eut sa voix. La nuit sans souffle pour moi était une autre tempête, faite d’innombrables halètements, que je m’amusais à dépister.

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categoria:letteratura
domenica, ottobre 08, 2006

Ti sono buio e anche luce mi sei corona di spine \ gloriose rovine mi sei eco all'orecchio riflesso allo specchio \ fluida mi perdo densa mi involo \ un'attitudine,un gioco \ un'attimo solo.

 
Percorso del riconoscimento: dalla perdita al ritrovamento al riconoscersi per quello che si è, non avere più paura di essere qualcuno e nessuno, un’anima e tante anime; evolvere positivamente, oltre il negativo che ci circonda. Uscendo dal guscio di crisalide, mutare come Alice e, nel cambiamento, trovarsi oltre lo specchio. Essere quello che si è, fino in fondo senza più paure.
 
Cercate il diamante nascosto che s’incastona nella più lunga poesia, quando diventa prolissa come una donna qualunque, per dimenticare il suo dono: “non aveva \ nessun talento poetico \ se non quello \ di buttar giù pensieri \ come fossero liste della spesa. \ Dove segni sempre \ tutto ciò che manca \ eppure scordi sempre qualcosa. \ Vivere era diventato così faticoso”. Forse non ha sufficiente cura della sue poesie; forse non cura le sue creature nel modo dovuto, perché non ha rispetto per la creazione, non crede in un Dio creatore da cui sono generate tutte le cose. Si accusa in fondo solo della colpa d’essere nata: “Sono stanca di fare sempre la brava bambina. E' tutta la vita che cercano di punirmi per un delitto che non ho compiuto.”. Ma l’istinto animale che è in lei, l’istinto di vivere prevarrà. L’istinto creativo alla fine di tutto avrà il sopravvento.
 
Nessuno le dirà mai che la sua parola è importante e necessaria, nessuno la costringerà a portare un peso. Scriverà per sé, e ci darà di sé il meglio e il peggio. Il vuoto nel quale la società la costringe a vivere, lo colmerà. Non diventerà mai una creatura di sogno, ma ci incanterà con le sue parole sussurrate e lievi, anche quando sono pesanti come macigni.
 
“...Ha il cuore d'istrice ma \ se l'accarezzi è velluto...”. Mystique. Una mistica terrena...
 
***
 

Antologia, agosto - settembre


So di te \ come curvi \ le labbra \ nel sonno. \ Come ridi \ di scroscio \ in tempesta.
Come Circe, \ ombroso alle ciglia, \ mi canti e \ m'incanti. \ Duttile e \ acquatico. \ scarno \ in Parola. \ Casto Sposo ...
Nel rosa \ a spirale \ del mio timpano \ suoni.
Verso la notte \ mi sproni \ sul tuo carro \ di stelle.

 

Di te, \ mi rimarranno \ le rose.

 

Come zolla di terra \ ho assorbito tutto di te, \ mio amore immaginato. \ Avrei voluto conoscere \ la distanza \ fra la tua bocca \ e la vertigine che \ mi scava \ un solco nel ventre. \ Essere la nota più dolce \ nel tuo pentagramma \ di musica greca, \ ma tu \ non puoi amarmi, \ ed io dispero. \ Mi srotolo \ rosso tappeto ai tuoi piedi \ e ti chiedo \ di calpestarmi, \ di fare di me \ il gancio metallico \ del tuo portachiavi, \ il nodo scorsoio \ che penzola \ dal tuo soffitto. \ se un giorno fossi perso \ se un giorno \ ti venisse voglia \ del blu fondo \ dei miei occhi \ io sarò la tua ciotola vuota \ da riempire, \ vaso di pandora, \ conchiglia appoggiata \ al tuo orecchio. \ forma muta \ che e' \ tua ombra e \ tuo sole.

 

*Per dire di te... della tua voce..*

Della tua voce mi cattura il timbro ellittico e \ il retrogusto amaro come di foglie che cadono \ ( dentro un viscerale autunno inevitabile).

 

Non morirai come Tiresia \ bevendo l'acqua gelata \ della fonte di Telfussa \ mi sarai \ calda spuma di mare \ in gola e dentro gli occhi \ ti sarò azzurro blu... \ quando ogni passo \ ti sarà greve \ e gli anni e \ la fatica di vivere \ a rattristarti. \ Io ti sarò aperta \ come una voragine \ profonda d'echi e risonanze \ mi abiterai all'interno \ come \ una cattedrale altissima \ ti lenirò il dolore \ con il fuoco ardente \ della Lingua muta \ ti terrò \ come riso \ dentro \ la foglia di vite...

 

Quando torni \ fingi di trovarmi \ per caso e \ stupisciti ancora \ delle mie dita \ sui tasti . \ Sentitele premere \ sui fianchi \ in carezza. \ Bevimi aspra e \ salata di pianto. \ Lasciami scivolare \ nel sonno \ al tuo fianco.

 

Mentre a Venezia \ smarriva la strada, \ sorpresa dalla pioggia \ sul ponte dei giocattoli \ con lacrime improvvise e \ tenerissime; [...] Pensò \ che sarebbe stato bello \ cucinare del buon cibo per lui e \ poi mangiare insieme \ in una terrazza \ sul mare \ e farsi sorprendere \ dal temporale.

 

Ogni notte prendere sonno \ era un vero problema. \ Rileggeva artaud \ o altri libri paurosi \ poi stava stesa immobile \ con gli occhi fissi nel vuoto \ ed era come una nave \ alla deriva \ sospinta dal vento \ contro gli scogli.

 

Ti lapiderò con pietre di mare e nel giardino del tuo grembo coltiverò le mie rose.

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categoria:poesia, letture
sabato, ottobre 07, 2006


Lingue saline di mare
lambiscono le perle della nostra malattia –
La rosa all’orizzonte,
non fatta di polvere
ma di notte,
cala nella tua nascita –
Qui sulla sabbia
la sua cifra nera
fasciata di tempo
cresce ancora
come i capelli nella morte.

Nelly Sachs, Poesie, Einaudi 1971 e 2006 da “E nessuno sa continuare”


Mentre sto qui in attesa
Fuori il tempo si strugge nel mare
Ma sempre ripreso per gli azzurri capelli
Non raggiunge l’eternità –
Nesun amore ancora tra i pianeti
Ma già vibra un accordo segreto –

Nelly Sachs, Poesie, Einaudi 1971 e 2006 da “Enigmi roventi”


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categoria:poesia
venerdì, ottobre 06, 2006

Gelo

 

Se quella ragazza fosse morta per amore , \ malattia o solitudine \ non lo sapremo mai. [...] \ la donna virtuale che donò tutto il suo amore \ al fantasma di un uomo crudele \ [...] Eros -eroinomane -thànatos. \ Quella stessa identica ragazza morta \ cominciò ad essere baciata e penetrata \ da migliaia di persone... \ Per generazioni milioni di estranei premeranno \ le loro labbra e loro dita su di lei, \ una copia esatta di quelle labbra morte \ affogate un giorno gelido con l' alta marea \ e il vento che soffiava forte \ dentro le sue ossa malate a Venezia. [...] Continueranno a tentare di salvare la stessa ragazza [...] \ Quella donna che voleva soltanto amare \ ed essere un po " amata" ... \ La ragazza che divenne un oggetto... \ Che si innamorò di un fantasma greco, \ dell' uomo sbagliato ...

 

ORSAROSSA, Il banchetto dell’angelo, Edizioni Associate, Roma 2006, pp. 171, Euro 12

 
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[...] infilo anelli pesanti alle dita, \ che non tremino le mani e mi siano posate \ - quiete - lungo i fianchi - [...] \ Siamo insetti nell'ombra \ coviamo larve attendiamo crisalidi [...] \ congiunture femorali raggiri raggeli \ rauca e pigra muovo un passo \ tiro il filo mi sfilo l'anima \ la ripiego te la spiego te la dono ti perdono \ [...]. Malgrado me ebbra di vita \ ancora ho carne e fiato \ cuore di burro cuore ammaliato[...]. \ Ti sono buio e anche luce mi sei corona di spine \ gloriose rovine mi sei eco all'orecchio riflesso allo specchio \ fluida mi perdo densa mi involo \ un'attitudine,un gioco \ un'attimo solo.

 
ORSAROSSA, Inedita
 

*** 

Vento gelido
 

Orsarossa mi fa pensare ad Allen Ginsberg “Bufera di neve che spande \ ondate di polvere di ghiaccio su giardini”, con in più una dura dolcezza. Amore, droga e morte. La triade maledetta \ benedetta da Dio e rifiutata dagli uomini. Perché tutto ciò che è copula tra amore e morte spaventa il piccolo uomo rassegnato a vivere di niente. Amore, malattia o solitudine, impossibile sapere di e per cosa si muore, si muore e basta, perché amore e malattia generano solitudine, laddove l’amore non è più nulla, se non pressione \ penetrazione di mani e corpi estranei. “ Labbra morte \ affogate un giorno gelido con l' alta marea”, mai scritto nulla di più forte e duro sui nostri corpi morti, insensibili oramai alla vita, penetrati da altri corpi morti. E la riemersione da questo dolore, indifferente dolore, è un verso quasi tenero “E il vento che soffiava forte \ dentro le sue ossa malate a Venezia.” Sentire il vento nelle ossa e non sulla pelle, un vento che non scivola e accarezza, ma “soffia forte” nel cavo delle ossa malate, ed è gelido. Perché non si può amare se si vuole salvare l’Altro da se stesso, o essere solo il fantasma di una presenza in una vita de-realizzata, che fa fatica senza un minimo d’amore. Una vita che percepisce il vuoto attraverso le ossa.

Se O. R. costruisse le sue poesie non avrebbero più senso. Sono imperfette come la vita, ma in esse la vita esplode \ implode ed arriva così alla sua perfezione. A volte, bisogna attendere la fine per capire cosa c’è di perfetto in una vita “apparentemente” sbagliata, vita allo stadio larvale, spettrale, siamo insetti nell'ombra \ coviamo larve attendiamo crisalidi”, ma che non dispera di diventare farfalla.*

Stranezza del verbo, dei verbi che sembrano scontrarsi a distanza nel testo, e poi venirsi incontro; “infilarsi pesanti anelli alle dita” e “come un filo sfilarsi l’anima”. L’anello è pesante simbolo che non si dona; si da l’anima, si dona l’anima che non ha peso e non si sporca; l’anello serve solo a tenere le mani “posate – quiete - lungo i fianchi”, affinché “non tremino”. Si dona l’anima insieme al perdono. Ti perdono perché non l’hai accolta, e ti chiedo perdono di avere un corpo che ha “carne e fiato”, e un “cuore di burro”, troppo tenero, un cuore dove leggerai la mia pena e la mia condanna a vivere di niente, di un’estasi corporea che solo le non-sante hanno. Non so se è “banchetto” o “lotta” con l’Angelo.

 

“ E di ogni parola o silenzio tuo io ne faccio eco o risonanza. Ho sperato fino all'ultimo che tu potessi amarmi ,almeno un po'. In fondo non era faticoso. Una goccia d'acqua ogni tanto. Come si fa con le piante d'appartamento. Quelle dimenticate negli angoli.” (O. R.)

 

* Alice e il Bruco si guardarono l’un l’altro in silenzio per un pò di tempo. [...]. Il Bruco... si rivolse ad Alice e... le chiese: “Chi sei tu?” [...]. Alice titubò un momento, poi disse. “Io... io non so più esattamente chi sia, dopo tutto quel che mi è capitato oggi ... So chi ero stamattina, ma poi sono diventata un’altra e questo per parecchie volte... “. “Non ho capito niente!” disse il Bruco. [...] “Eppure, signor Bruco, anche lei troverà strano di vedersi un giorno trasformato in crisalide e poi in farfalla, o no?”. “Non credo proprio!” replicò il Bruco. Dipende dalla propria sensibilità – disse Alice – Per me sarebbe sicuramente molto strano.”. Per te – disse il Bruco – Ma chi sei tu in fin dei conti ?!?”*

Lewis Carroll, Alice ne paese delle meraviglie

 
 

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categoria:poesia, letture, dialoghi
giovedì, ottobre 05, 2006

Veramente già nei salmi è presente la consapevolezza che nella legge naturale è riconoscibile la legge di Dio, infatti tutto ciò che è creato è buono e secondo natura.
Nonostante le due nature siano distinte, non c'è radicale separazione tra mondo divino e terreno, per due ragioni, la prima è che questo comporterebbe una qualche simmetria e secondo perché la creazione è fatta ad immagine del creatore, ne è un suo riflesso.

Nella fede ebraica come in quella cristiana l'unione con Dio è concepita sempre come un ritorno.

In San Paolo la Morte e resurrezione di Cristo non sono la fine della legge ma il suo termine naturale, dice, con Gesù stesso, non abrogazione ma compimento.
La realizzazione, la divinizzazione dell'uomo è progressiva e la legge continua ad avere la sua funzione propedeutica, nulla è dato per acquisito, ristabilita l'immagine c'è il lungo lavoro per ripristinare la somiglianza, per incarnarla.
Non credo che esista una coscienza introspettiva, credo piuttosto che la coscienza sia il luogo dell'evidenza, la tradizione occidentale ha inventato e continua a produrre sublimi trucchi per non vederla, trucchi che ci hanno valso un'arte magnifica, musica e poesia eccelse, ma che non ci permettono di uscire dalla gabbia delle antinomie.

Toporififi


Credo che questa sia una lettura semplicistica e riduttiva della Bibbia, letterale se vogliamo. Mi piace il tuo modo di argomentare, ma l’ultimo pensiero affascinante in sé, mi lascia perplesso. La filosofia, l’interrogazione, è altra cosa. Il concetto è il risultato del pensare a cui non bisogna fermarsi, indagando oltre, creando nuovi concetti. Senza l’incontro con la Grecia, la Bibbia sarebbe rimasta poco più di un libro tradizionale, a livello degli altri. Giovanni, Paolo, siamo già in Occidente con la testa. L’invisibilità, l’Infinito, la coscienza introspettiva, siamo nel trucco, un trucco geniale, che ci fa sorpassare l’apparente, il visibile e il finito per un oltre, un oltre che ci fa filosofare, poetare, scrivere, fare musica, dipingere. Un oltre che è sempre immanenza, ma immanenza radicale. L’evidenza è quello a cui non bisogna fermarsi, nulla c’è di evidente.
Cristo viene non a distruggere, ma a completare la Legge, ma “Tanto peggio per la legge”, lo scrive Paolo. Termine naturale, compimento, escatologia come fine del tempo
"discorso sulle cose ultime". Sugli uomini divini, sull’incarnazione ne dice molto di più la letteratura, ogni autore s’incarna nei suoi personaggi. Se Dio è l’autore supremo si è incarnato nel Cristo e in tutti noi.
Hegel non arriva alla Morte di Dio per una via argomentativa, non attraverso l’astrazione, ma attraverso il Calvario di Cristo. Cristo è morto sulla croce, Messia che “noi” cristiani riconosciamo come tale e come il Figlio. Abbiamo finito così di attendere un Salvatore da duemila anni. Quello del ritorno e del riconoscimento è un argomento da sviscerare. Lo riconosceremo quando, alla fine dei tempi, tornerà da noi (parusia - presenza). La prima volta furono in pochi, dodici o poco più. “Tornerò alla fine dei tempi”, ma non ci sarà un secondo Evento (Avvento), né un giudizio, né una salvezza individuale, sarà la fine e sarà tutto. Perché l’uomo non può mantenersi in vita che là dove c’è l’assenza, nel territorio della parola. La sua presenza, la sua figura, l’annienterà. Parliamo a partire dall’assenza di un evento che non avrà più luogo. Dubbio cartesiano o amletico sull’essere, o sull’essere mai più. Parliamo scartata la possibilità estrema della morte.
Mondi terreni o divini, o unico mondo, ognuno di noi è un mondo, ogni volta unico e irripetibile, e citando Derrida ogni volta che muore un amico il mondo finisce.

Alfred


Sono sempre molto scettico nell’affidare a Paolo una simile capacità speculativa. egli è piuttosto un ideologo, un costruttore di sistemi teorici erronei, e, per citare Shaw, al pari di Marx prescindenti da ogni responsabilità morale. gli va semmai riconosciuta un’abilità mistificatoria fuori del comune nella capacità di utilizzare formulazioni teologiche ellenistiche rispetto alla sapienzialità ebraica per portare acqua al suo mulino. In un approccio razionale il mondo reale, così come quello delle idee, sembra preesistere ad una realtà trascendente che appare invece come una costruzione posteriore nel proprio cammino fideistico o gnostico. La grande differenza tra l’ebraismo e il cristianesimo, a parte la “disonestà” paolina, sta appunto nella Legge. ma cos’è la Legge? voglio dirlo con grande semplicità: è tutto ciò che rende interessante il cristianesimo, cioè la coscienza. Il d-o teologico e patristico è noioso, sa di alibi, è fatto per esercitare il controllo delle intelligenze, cioè, guarda caso, delle coscienze. accanto a ciò, paradossalmente, il cristianesimo è volatile, non è fatto per tenere insieme una nazione, e questo appare una contraddizione ma non lo è se pensiamo che il dio teologico fa la sua fortuna in tempo di autoristrutturazione, di scontro feroce, di eresie, di scismi. una necessità. Il d-o ebraico al contrario non vuole essere diffuso nel mondo, ha scelto il suo popolo, e vuole che questo popolo si comporti come si deve per rimanere popolo e nazione, per tenere fede all’alleanza che non è irrevocabile. In questo senso l’ebraismo è una religione fattuale, molto poco teorica. Il cristianesimo nella sua ansia divulgativa rasenta il politeismo; l’ebraismo è un orgoglio, una differenza, una distinzione; ma al tempo stesso l’ebraismo è trascendenza, ed è in questo profondamente individuale e personale ( pensiamo solo al libro di Giobbe). Ciò che Gesù dice dell’amore lo dice perché lo ha imparato alla yeshivà. Glielo abbiamo insegnato noi, era uno dei nostri ragazzi, un promettente rabbino che aveva un’originale interpretazione della Legge. Tutto ciò che è avvenuto dopo non lo riguarda, non è mai stato cristiano. Sintetizzo: jhvh è profondamente terreno, e profondamente mistico, senza nessuna antinomia; e a mio avviso, la diaspora interpreta, paradossalmente, il vero spirito dell’ebreo nella sua erranza, metafora della modernità antimoderna di tutto l’occidente più creativo. Non so se sia stata la fretta messianica a portare Paolo a damasco, ma so bene che il cristianesimo è un’eresia ebraica, che ha fatto quella nota fortuna storica cui l’ebreo non è minimamente interessato.

Dawidh


Verso la fine del settecento, pochi anni dopo la pubblicazione dell'enciclopedia di Diderot, a Venezia veniva pubblicata un'altra enciclopedia, la Filocalia, la raccolta dei testi patristici sulla preghiera del cuore.
Ho l'impressione che vediate, (curiosamente vi assimilo in qualche modo), il cristianesimo e San Paolo (L'Apostolo per antonomasia) con gli occhi della scolastica medioevale e nella forma che il regime carolingio volle imprimere alla chiesa d'occidente.
In questo senso il cattolicesimo, la parte più visibile del cristianesimo, è un'eresia cristiana
e non corrisponde più che per le comuni origini e qualche aspetto formale, che fortuitamente si è conservato, alla Chiesa originaria come si è formata nei primi secoli e con i primi sei concili ecumenici.

Fare di san Paolo un filosofo ellenista o un ideologo convertito significa prescindere da quello che è l'aspetto più evidente; la praxis, l'esperienza diretta che ha fatto di ciò che dice, del suo Vangelo
.
Nel cristianesimo si dice che gli ebrei cercassero il miracolo e i greci la filosofia, ma benché i primi grandi padri fossero filosofi e taumaturghi insieme, l'insegnamento è sempre quello dell'esperienza, noi ortodossi abbiamo conservato pressoché inalterate preghiere e riti perché funzionano, non ci è utile sviscerare a parole il mistero che ci fonda, possiamo invece conoscerlo personalmente.

Non so cosa voglia dire: Senza l’incontro con la Grecia, la Bibbia sarebbe rimasta poco più di un libro tradizionale, a livello degli altri.

La Bibbia è un libro tradizionale, è scrittura viva, ma non è speculazione quello che se ne trae.

Quando parliamo di Verbo divino non ci riferiamo alle scritture e tanto meno alla parola filosofica, ma ad una persona, la seconda persona della Trinità e il rapporto è personale
e non mediato da dogmi o vicari in terra.
Per questo non ci interroghiamo, chiediamo direttamente a chi ha fatto l'esperienza, a chi è andato e tornato e conosce la strada e su questa camminiamo
riconoscendone all'occorrenza i passi segnalati.
Dimensione soggettiva e fideistica? peut-être, la coscienza è uno schermo così sottile che si può pensare che non ci sia o che sia semplicemente un'idea, io la considero presenza
viva, conformismo e anticonformismo escono dallo stesso berretto, ho trovato casa, questo è necessario per vivere la mia diaspora.

Toporififi


Qui siamo nella teologia più che nella filosofia, in tal modo mettete uno dei due piedi, spesso tutti e due, su un gradino. In David mi interessa il concetto di “differenza”. Questo concetto presuppone “le differenze”. Elezione e orgoglio sono, invece, concetti che “chi filosofa” non può impiegare, pena la rottura di ogni dialogo con l’Altro. Commenti di questo tipo, per il loro vigore polemico e altero, indurrebbero a rispolverare la “Questione ebraica”. Non ora. Dio non si scrive e non si pronuncia, ma si fa a propria immagine e somiglianza, strano rovesciamento delle parti, presunzione senza limiti, ipocrisia. È un falso pudore quello su Dio, perché ci assomiglia troppo. Lo vogliamo troppo simile a noi, a nostro uso e consumo. Deve essere ebraico, innanzitutto, altrimenti non c’è più un Dio unico, già il fatto di dividerlo in tre persone, politeismo. Non deve essere noioso, cioè non deve filosofare, non sia mai. Deve essere un Padre, comandare, far soffrire il suo popolo, ma essere immune da sofferenza, lasciamola al Figlio, ai figli.
Che la mia coscienza preveda una Legge qualsiasi è una contraddizione in termini. L’udire le voci di Mosè, era la Voce della coscienza, o schizofrenia.
“Gli dèi che, all’alba dell’umanità, riempirono il mondo furono false personificazioni dell’uomo. Gli uomini, allora, erano soggetti al richiamo interiore di un dio; la natura umana era scissa schizofrenicamente”. “Interiorità” è nel platonico, interiorità nello stoico, in Agostino, che inaugura la letteratura occidentale con le sue peccaminose confessioni, interiorità è in Kant, il cielo sopra di me, la legge morale dentro di me. La coscienza non è una serie di precetti, comandamenti, principi ricevuti per tradizione. La filosofia moderna origina, invece, dal dubbio cartesiano, esiste solo la coscienza di sé, non si esce mai da sé se non per andare verso l’altro, un’altra coscienza, o verso il nulla. Che cos’è “L’io penso, dunque sono”, o semplicemente “l”Io penso” kantiano, o l”autocoscienza” di Hegel. Marx arriverà, attraverso Hegel, al concetto di “alienazione dell’uomo”; è attraverso la “coscienza alienata” o “infelice” che l’uomo arriva alla consapevolezza di sé, di essere solo.
Il nostro corpo è solo tra milioni di corpi, ma di questo ci dimentichiamo perché viviamo nell’astrazione della mente. Questo individualizzarsi che è la coscienza dell’uomo, compimento della creazione (evoluzione), ma anche “culmine della disperazione” (Cioran). È il Figlio a soffrire, è Giobbe, è l’uomo che soffre, non il Dio Padre. Giobbe e Leopardi o la disperazione del vivere.
E se iI pragmatismo del secondo commento fosse solo apparenza, se la fede nel Verbo (Giovanni) non fosse altro che fede nella parola\parole. È qui l’incontro con la Grecia.. Né Via, nè Verità, né Vita, ma il Logos.
Cos’è l’Incarnazione se non il peso del corpo e dell’anima scagliati in un frammento d’eternità rappresentato da parole. Non c’è vento che le disperderà. Letteratura, poesia, opere di finzione, niente di più falso che questa espressione. Ma la parola non ci fa immortali, non ci aiuta a dimenticarci del corpo o a uscirne, ma ci fa vivere anche nell’assenza, ci rende presenti all’altro nell’assenza. È un’illusione e un miracolo, quello del Verbo.
Elezione o Ortodossia, soliti errori. Non sapere cosa sia l’universalità dell’amore, messaggio evangelico, mistico. Non vedo una grande apertura all’altro negli uomini che devono rintanarsi nelle proprie credenze per sopravvivere.

Alfred

postato da: alfred58 alle ore 21:11 | Permalink | commenti (6)
categoria:dialoghi
lunedì, ottobre 02, 2006

In termini ebraici, la realtà del mondo esterno non è visibile nelle leggi naturali (halikhot olam), ma viene rappresentata dalla Torah o Legge divina (halakhah). Una crisi relativa alla validità delle strutture del mondo si traduce, quindi, “giudaicamente” nel problema della validità della Legge. Contrapponendomi a Scholem, vorrei dimostrare che la strategia di Paolo di abolire la Legge non è stata dettata da motivazioni pragmatiche, una resa a un “impulso proveniente dall’esterno”, essa piuttosto segue rigorosamente la “logica immanente” di Paolo che deriva dall’accettazione di un messia giustamente crocifisso secondo la Legge. Tanto peggio per la Legge, sostiene Paolo; e perciò deve sviluppare la sua teologia messianica in una forma “totalmente antinomica”, che culmina nella dichiarazione che il messia crocifisso è “la fine della Legge” (Rm 10, 4). La crisi dell’interiorizzazione obbliga Paolo anche a distinguere tra un ebreo che è tale solo “esteriormente” e un ebreo che lo è anche “interiormente” (Rm 2, 28) – la parola “cristiano”, per lui, non esisteva ancora. La crisi è un evento intimamente ebraico. La crisi dell’escatologia diventa, per Paolo, una crisi di coscienza.
Volgendo l’esperienza messianica all’interno, Paolo apre la porta alla coscienza introspettiva dell’Occidente. Quel cattivo genio di Hitler aveva capito che la “coscienza” è un’ “invenzione ebraica”.

 
Jacob Taubes, Il prezzo del messianesimo, Quodlibet
 


La coscienza è l’esistenza della pura interiorità, la “pura interiorità esistente”. “La coscienza è interiore, ma costantemente tesa al mondo, a decifrarlo, c’è un vuoto da colmare tra la coscienza e il regno del mondo”. Il regno del mondo governato da una Legge che non ha più valore assoluto. La coscienza è la Legge del cuore. L’umanità che segue la legge del cuore non vuole sottomettersi e non può, allo stesso tempo, trasgredire una Legge che gli impedisce di godere della realtà terrena (Hegel). La fuga della coscienza dalla realtà del mondo terminerà in Hegel nella coscienza infelice. Di contro a questa coscienza pura, intellettuale, avremo la fede, la “quieta positività” della fede nel mondo e nell’aldilà di “questo mondo” contro il negativo assoluto della coscienza. Il passaggio dal cuore “elemento pervertito e perversore” alla coscienza pura che nega ogni realtà al mondo non potrà che produrre in Hegel la “morte di Dio”, annunciata prima di Nietzsche. “La palpitazione del cuore per il benessere dell’umanità, pertanto, trapassa ora nel furore delirante della presunzione, nella furia della coscienza che vuole salvarsi dalla propria distruzione”. La morte di Dio è il naturale epilogo della coscienza della propria morte che trascina con sé ogni realtà terrena e positiva, il regno delle ombre inghiottirà il regno del mondo e sarà come non esser mai esistiti. “ (La coscienza) denuncia l’ordine universale come una perversione della legge del cuore e della sua felicità. Una perversione tramata e manipolata da preti fanatici, da despoti corrotti...”. [...]. In realtà la fonte di sconvolgimento e di perversione è il cuore stesso”. La legge del cuore, singolare che si vuole universale, “non riesce a sopportare la luce del giorno, esposto a questa luce, va a fondo”. Il cuore non ha, quindi, realtà, trapassa nella non-realtà; non è in grado di sopportare il dolore del mondo, la realtà della morte. La morte del dio vivente o dell’ “uomo divino” (Hegel), una morte astratta, “questa morte è il sentimento doloroso della coscienza infelice per la quale Dio stesso è morto... Il ritorno della coscienza nella profondità del la notte, dell’Io = Io, la notte che non fa differenza e non sa più nulla al di fuori di se stessa.”

 
postato da: alfred58 alle ore 22:25 | Permalink | commenti (8)
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