venerdì, novembre 24, 2006

 

 



fiumicino, 23 nov 2006

 


Quando il tempo percorreva i mari
le onde dei minuti ricoprivano
l'immenso intrattenersi delle nubi.
M'invasero brividi come saette
affastellate da memorie antiche.
Lottai, e duramente ancora torno
a dilaniare il verso come branco
di famelici cani.
Non persi, ma neppure vinsi
se adesso in solitudini rapprese
tasto il polso ai venti presaghi di
tempesta,
presto ascolto al palpito sommesso
di case ormai svuotate,
disadorne d'amore.

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.rita r. florit da *lezioni inevitabili*
lietocolle.2005
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postato da: farouche alle ore 17:29 | Permalink | commenti (29)
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giovedì, novembre 16, 2006

Io credo che sia difficile nominare l’Innominabile. Ci salva solo un pensiero, siamo qui, siamo al mondo. Il passo al di là, non lo scegliamo noi. Ci possiamo pensare e ripensare, non siamo pronti, siamo incapaci di pensare la morte, di figurarci l’assenza. Si cade all’improvviso, per un evento banale. Tutto è banale qui, ma il fato è tragico. Lo sapevano i Greci. Ci portiamo dentro millenni di evoluzione, ma anche di “regressione” su noi stessi. Quando non riesci più non solo a leggere o scrivere, agire, ma nemmeno a pensare, quando il cervello è solo corpo: io non sono più lì.

“Comment, dans ces conditions, fais-je pour écrire, à ne considérer de cette amère folie que l’aspect manuel ? Je ne sais pas. Je pourrais le savoir. Mais je ne le saurai pas. Pas cette fois-ci. C’est moi qui écris, moi qui ne puis lever la man de mon genou. C’est moi qui pense, juste assez pour écrire, moi dont la tète est loin. Je suis Mathieu et je suis l’ange, moi venu avant la croix, avant la faute, venu au monde, venu ici » (S. Beckett, L’innomable).

“Come, in queste condizioni, riesco a scrivere, a non considerare di quest’amara follia che l’aspetto manuale ? Non lo so. Potrei saperlo. Ma non lo saprò. Non questa volta. Sono io che scrivo, io che non posso sollevare la mano dal mio ginocchio. Sono io che penso, quel poco che basta per scrivere, io la cui testa è lontana. Sono Matteo e sono l’angelo, io venuto prima della croce, prima della colpa, venuto al mondo, venuto qui”. (S. Beckett, L’innominabile).

 
postato da: alfred58 alle ore 18:45 | Permalink | commenti (26)
categoria:testi, letteratura
martedì, novembre 07, 2006

ESSERE LUCE – ANTIGONE – JEAN GENET - CERCALA

 
Essere luce, e istantaneo il dolore del ricordo attraversa lo sguardo. Laddove muore il sole si estendono i tempi e le benedizioni. Nelle sue variazioni serali la luce combatte una guerra contro il cielo, per non essere divorata, inglobata e avvinta, sfinita e finita, nell'avvento della notte.
Le tenebre s'instillano sedendosi compiaciute su se stesse, inerpicandosi, incubando, lievitando...
Il riposo dell'occhio, palpebra/anemone socchiusa, non si estingue nel sonno se incautamente, appostata nel sogno riecheggia in lontananza la fenice, il suo stridere cinereo, i suoi fragori di piume/uragano, il suo vorticare in fiamma, la sua trasmutazione.
Rita R. Florit
 
***
 
ANTIGONE Io sono fatta per condividere l’amore, non l’odio.
 
 
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“Une Antigone plus antique et plus grecque me faisait escalader un calvaire abrupt et ténébreux”.
Jean Genet  Journal du voleur
 
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“La poésie est une vision du monde obtenue par un effort, quelquefois épuisant, de la volonté tendue, arc-boutée. La poésie est volontaire. Elle n’est pas un abandon, une entrée libre et gratuite par les sens; elle ne se confond pas avec la sensualité, mais s’opposant à elle...”.
 
Jean Genet Notre- Dame – des - Fleurs
 
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Cercala al fondo troverai la piaga \ del vivere col cuore divorato \ contratto espanso dilatato in sangue \ fin dove strazio decreta il fluire
 
Cercala al centro troverai la chiave \ di segreti cammini calcinati \ stazioni di viae crucis infangate \ in cui caduta faccia nella terra
 
inassolvibile fu dichiarata \ da ogni incarico fu sollevata \ Cercala ancora nell'esatto punto \ dolente di dolcezza dolorosa
 
lacrimare un vessillo d'ali tese \ profumare gli stracci della carne \ non ancora crisalide quiescente \ rosa di notte arresa non ancora
 
Cercala infine nella tua memoria \ di trapassati prossimi universi \ dendriti ricomposti dalla cura \ del riveder le stelle dall'inferno
 
Rita R. Florit
 
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Non ancora rosa di notte arresa \ Cercala infine nella tua memoria \ di trasparenti prossimi universi. L’universo nel trapassato prossimo, un nuovo tempo inventato per chi sa condividere l’amore. Non ossimoro, ma metafora di un mondo dilaniato dal tempo dell’attesa.
La dichiararono inassolvibile \ la sollevarono d’ogni incarico \ Cercala ancora nell’esatto punto di dolcezza dolorosa. Non si diventa poeti senza aver accumulato dentro di sé sufficiente dolore, e la necessità di espellerlo con uno sforzo della volontà, di trasfigurarlo nelle parole. Come se esistesse “une douleur raisonnable”, un dolore ragionevole, giustificato. Un dolore che ci assolve e assolve l’Altro dall’amore non dato, trattenuto dentro sé, metamorfosato in odio di sé e dell’altro, in rabbia di vivere. Ecco indispensabile la ricerca, e allora “Cercala ancora nell’esatto punto di dolcezza dolorosa”. Cercala ancora significa cercala sempre là dove sai lei è, nel fluire del sangue, palpito del cuore divorato. Nel punto di dolore dove converge la dolcezza dell’anima, infine pacificata, suprema sintesi dell’universale (rappresentato dalla famiglia) e del particolare individuale.
Profumare gli stracci della carne\ non ancora crisalide quiescente, saldatura tra la carne e le metamorfosi della natura vegetale, ibrido di natura e umanità faticosamente conseguita. Crisalide nel suo guscio e rosa che non si è ancora chiusa, arresa alla notte.
Fu inassolvibile, creatura inaffidabile, renitente alla cura: cristallo di neve lacerata\ricomposta, tollerata. Creatura infernale e celeste, senza divisione tra bene e male. Vampiro e Angelo.
 
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Car Dieu – les Jésuites l’on dit – choisit milles manières d’entrer dans les âmes: la poudre d’or, un cygne, un taureau, une colombe, qui sait comment encore ?”.
Jean Genet Notre- Dame – des - Fleurs
 
 
 
postato da: alfred58 alle ore 19:46 | Permalink | commenti (18)
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mercoledì, novembre 01, 2006

Lui non è nel buio ora, ma nella luce. La stessa luce che ha acceso per noi. “Pasolini e la sua luce”. Quest’anno,  nel volume antologico curato da lui “Poesie” in cui raccoglie Le ceneri di Gramsci, La religione del mio tempo e Poesia in forma di rosa, c’è un segno sul Glicine.

Rileggetela perché ne vale la pena, la strofa che inizia con “Prepotente, feroce” e l’ultima strofa che è testamentaria “Tu che brutale ritorni”, ma anche la strofa che inizia con “tutto questo ho trovato nascendo, e subito mi ha dato dolore”; infine, leggetela tutta, è poesia pura. “Parola, puro viola sopra il verde”.

Una poesia vegetale e carnale al tempo stesso, di vita rinata e di morte non accettata. “Io ero morto, e intanto era aprile \ e il glicine era qui a rifiorire”. “La sua è una gioia dolorosa, \ e, nel dolore di quel lilla quasi bianco, \ a esaltare è la ragione del pianto”.

Citare qui diventa gioia che ti strozza ogni commento in gola, ogni altra parola sembra superflua, se non aggiunge bellezza a bellezza. Sì, più leggo e più mi accorgo che questa è poesia ispirata, una strofa precipita nell’altra. “Ma è ridicolo, non posso \ straziarmi qui su questa pallida ombra \ sia pur stracarica di spasimi”. “Non posso: io che da anni prèdico \ che tutto ciò non esiste, ch’è atto \ di alienata volontà, \ di cecità che non conosce altro rimedio \ che morire nel cuore \ del mondo avuto in dono nascendo”. “E ora, per un misero glicine \ fiorito agli angoli di Monteverde, \ sono qui a ragionar di sconfitta”.

Corpo, cuore, passione, poesia storica e astorica, fisica, stoica e sensuale. “Mi contraddico. \ rendo ridicola una mia lunga passione \ di verità e ragione. \ Passione... Sì, perché c’è un cuore antico, \ preesistente al pensiero: \ e un corpo – o fiorente o ferito , \ povera vita mai certa davvero \ di resistere alla vita informe dei nervi”.

Impossibile è l’amore se i nervi restano contratti sopra l’abisso, se la paura resta l’unica passione, il tremito finale della vita umana. “Povero glicine! \ Quanto in te vive – e in me per te trema - \ resta represso gemito \ di cui non si sa, di cui non si dice. \ Ma è possibile amare \ senza sapere cosa questo vuol dire ? Felice \ te, che sei solo amore, gemello vegetale, \ che rinasci in un mondo prenatale! ”.

La furia di vivere della natura non è rabbia; l’umana natura soltanto ha una furente rabbia di vivere, rabbia di non saper vivere, e rabbia di sapersi morire, di vedersi mortale. “Furia della natura, dolcissima, \ mi stronchi uomo già stroncato \ da una serie di miserabili giorni, \ ti sporgi sopra i miei riaperti abissi, \ profumi vergine sul mio eclissi, \ antica sensualità, disgregata, pietà \ spaurita, desiderio di morte... \ Ho perduto le forze; \ non so più il senso della razionalità; decaduta si insabbia \ - nella tua religiosa caducità - \ la mia vita, disperata che abbia \ solo ferocia il mondo, la mia anima rabbia”.

postato da: alfred58 alle ore 18:54 | Permalink | commenti (9)
categoria:poesia, testi
mercoledì, novembre 01, 2006

Trentun’anni fa, nel novembre del 1975, moriva Pasolini, ucciso... .

Confinare Pasolini “all’interno di una ideologia genericamente di sinistra” significa già imbalsamarlo. Pasolini era di sinistra, era marxista, era anti-fascista; era una persona democratica; era, nel profondo del suo essere, spirituale e cristiano. E le sue parole, ieri come oggi, sono drammaticamente attuali, vere.

“Come sempre ambiguo. Io conduco una guerra su due fronti, contro la piccola borghesia e contro quel suo specchio che è certo conformismo di sinistra. E così scontento tutti, mi inimico tutti, sono costretto a tenere relazioni complicatissime, fatte di spiegazioni continue”.
 
“L'Italia sta marcendo in un benessere che è egoismo, stupidità, incultura, pettegolezzo, moralismo, coazione, conformismo: prestarsi in qualche modo a contribuire a questa marescenza è, ora, il fascismo”.

“Prima tragedia: una educazione comune, obbligatoria e sbagliata che ci spinge tutti dentro l'arena dell'avere a tutti i costi […] L'educazione ricevuta è stata: avere, possedere, distruggere.”
 
“Ho nostalgia della gente povera e vera che si batteva per abbattere il padrone senza diventare quel padrone. Poiché erano esclusi da tutto, nessuno li aveva colonizzati.”
 
“Il potere è un sistema di educazione che ci divide in soggiogati e soggiogatori. Ma attento. Uno stesso sistema educativo che ci forma tutti, dalle cosiddette classi dirigenti, giù fino ai poveri. Ecco perché tutti vogliono le stesse cose e si comportano nello stesso modo. Se ho tra le mani un consiglio di amministrazione o una manovra in Borsa uso quella. Altrimenti una spranga.”
 
“Ora, con la Resistenza, si è avuta una nuova “spinta dal basso”, realmente democratica, e popolare, questa volta. E, dal punto di vista linguistico, qual è stata la sua prima operazione ? Quella di contestare e mettere fuori gioco il ‘classicismo piccolo-borghese’ del fascismo.(P.P.Pasolini, Empirismo eretico)
 
“Non c’è segno, per quanto arbitrario, che, senza soluzione di continuità, attraverso decine di millenni, non sia riconducibile al grido, cioè all’espressione linguistica orale biologicamente necessaria.” (P.P.Pasolini, Empirismo eretico)
 
“Ora, io, personalmente (la mia privata esclusione...) e pubblicamente (il fascismo e la guerra, con cui ho aperto gli occhi alla vita...) sono troppo traumatizzato dalla borghesia, e il mio odio verso di lei è ormai patologico.” (P.P.Pasolini, Empirismo eretico)
 
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Pasolini e la sua luce: http://lessness.splinder.com/post/5627630#comment


postato da: alfred58 alle ore 18:53 | Permalink | commenti (8)
categoria:letture