giovedì, dicembre 21, 2006

« Le plaisir, à la vérité, n’importe guère. Il est reçu comme un surcroît. Le plaisir où la joie, l’alleluiah insensé de la peur, est le signe d’une étendue où le coeur se désarme. Dans cet au-delà à demi lunaire, où chaque élément est rongé, les roses humides de pluie s’éclairent de lumière d’orage... »

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categoria:letteratura, filosofia
lunedì, dicembre 11, 2006
387.
 

La più dolce eresia che uomo e donna

sappiano praticare

è convertirsi l’uno all’altro –

benché la fede si fermi a due –

 
Le chiese sono molto frequentate –

il rituale – esiguo –

la grazia – certamente inevitabile –

mancare – è da infedeli -
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categoria:poesia
sabato, dicembre 09, 2006

Crudeltà livida delle prospettive

Nel bagliore che acceca

Vittima di un sole senza ragione

Intrico di sillabe, di giorni, di notti

Nelle aride sorvegliate praterie del giorno

Destinate all’oscurità

Larvale memoria di sogni passati.

 
 

“L’esprit n’est pas au monde pour affirmer seulement l’idée, mais pour lui donner un corps. Ce corps ne peut être celui d’un supplicié. Il ne peut être qu’un corps glorieux. Le christianisme et le communisme s’entendraient sur ce point, bien qu’ils définissent différemment la gloire ». (Brice Parain, cit. da Klossowski)

 
***
 

“Ogni religione nasce da una nevrosi ossessiva, che intrattiene rapporti con la psicosi allucinatoria” (Freud). Siamo tutti nevrotici e la nevrosi è inguaribile. E della povertà di un mondo senza allucinazioni non sapremmo che farcene. Come non seppero che farsene Blake, De Quincey, Poe.

Dio non simboleggia il Padre, il progenitore assoluto. Dio è l’uomo stesso che si fa Dio, quindi Dio impossibile da uccidere se non uccidendo se stessi, vale a dire sopprimendo la nostra angoscia, la nostra paura, il nostro essere uomini. Dio è la nostra nevrosi e la nostra battaglia perduta contro questa nevrosi. Dio si conforma sempre alla nostra immaginazione, al luogo e al momento.

Scontrarsi con l’episteme cristiana e non essere sfiorati nemmeno per un istante che questa sia soltanto il passo obbligato nella naturale evoluzione dell’animale umano, che “si rappresenta” il mondo, poiché è l’essere inconscio dell’uomo che si nutre di simboli e di immagini.

Prendersela col Nulla teologico, sebbene la filosofia vada a nozze con i concetti di Essere e di Nulla. Scagliarsi contro la religione che deriva dalle pulsioni di morte e contro le pulsioni di morte che derivano dalla religione; ma le pulsioni di morte, le tendenze suicide (perché vivere se domani dobbiamo morire) sono all’opera sempre più frequentemente in una società de-sacralizzata, tra coloro che non hanno mai sentito parlare di Dio.

 
***
 

“La carne occidentale è cristiana. Anche quella degli atei, dei musulmani, dei deisti, degli agnostici educati, allevati e ammaestrati nella zona geografica e ideologica ebraico-cristiana. Il corpo che noi abitiamo, lo schema corporeo platonico- cristiano di cui siamo eredi, la simbolica degli organi e la gerarchia delle loro funzioni – la nobiltà del cuore e del cervello, la trivialità dei visceri e del sesso, neurochirurgo contro proctologo -, la spiritualizzazione e la dematerializzazione dell’anima, la distinzione di una materia peccaminosa e di uno spirito luminoso, la connotazione ontologica di quelle due istanze artificiosamente contrapposte, le forze inquietanti di un’economia libidica moralmente temuta, tutto ciò struttura il corpo a partire da duemila anni di discorsi cristiani: l’anatomia, la medicina, la fisiologia, certo, ma anche la filosofia, la teologia, l’estetica contribuiscono alla scultura cristiana della carne”. (Michel Onfray, Trattato di ateologia p.55)

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categoria:poesia, testi, letture, filosofia
sabato, dicembre 02, 2006

“La nuova Destra non è più realmente fascista o virilista o clericale o concentrata sul gruppo di Dio-Patria-Famiglia. Questo tempo è diverso, e l’obiettivo non è più ideologico ma pragmatico: gestire con intelligenza, pragmaticamente, il Denaro e la Morte degli altri.”

 
Massimo Sannelli, Philologia Pauli



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categoria:letture
venerdì, dicembre 01, 2006

Testo piuttosto articolato, ma che si riassume in quella frase di Beckett “Che importa chi parla, qualcuno ha detto, che importa chi parla”, e nella distanza dell’Autore, che Foucault chiama funzione-autore per dire la sua in-esistenza, lo spazio vuoto, sia dal soggetto che scrive sia dal narratore in prima persona, la finzione letteraria. Chi è l’autore ? Che importa.

Il narrare infinito delle Mille e una notte aveva il fine di mantenere svegli, “il non morire” 1 . L’opera, al contrario, uccide il suo autore. Se vale come testamento, come lascito testamentario, come eredità lasciata dallo scrittore, l’autore deve essere già morto. O come scrive Genet: “L’autore di una bella poesia è sempre già morto”. Cancellare ogni traccia del vivo, della voce, del gesto che non si scrive, interpretando, scavando, incorniciando l’opera a guisa di lapide: qui giace. Ecco chiuse tutte le strade. L’incessante lavoro dell’addetto ai lavori di turno: impedire di vedere la strada aperta dall’autore, perché troppo sconnessa, irta, piena di buche, trappole per i contemporanei, illuminazioni per i posteri.
 
“Ma evidentemente non basta ripetere, come affermazione vuota, che l’autore è scomparso. Ugualmente non basta ripetere indefinitamente che Dio e l’uomo sono morti di una morte comune. Bisognerebbe invece individuare lo spazio lasciato vuoto dall’autore scomparso, seguire con lo sguardo la ripartizione delle lacune e delle crepe e scrutare i luoghi e le funzioni liberi che tale scomparsa ha reso visibili.” 2
 
Rinchiudere l’autore nell’ l’inconscio individuale o collettivo, ovvero neutralizzare l’opera. La Recherche è “Le baiser du soir” che non arriva per il piccolo Proust; ma più nessuno vede in azione il narratore della Recherche “ une femme naissait pendant mon sommeil d’une fausse position de ma cuisse. Formée du plaisir que j’étais sur le point de goûter, je m’imaginais que c’était elle qui me l’offrait” 3. Allo stesso modo “Il Castello” è il rapporto irrisolto di Kafka con la presenza del divino; ma dell’Agrimensore K. e dei suoi rapporti “irrisolti” con Frieda e le alte donne nessuno si preoccupa più.
 
“Si potrebbe arrivare, in conclusione, all’idea che il nome d’autore non proceda come il nome proprio dall’interno di un discorso verso l’individuo reale ed esteriore che lo ha prodotto, ma che esso giri, in un certo senso, al limite dei testi, conformandoli, seguendone le asprezze, manifestandone il modo di essere o almeno caratterizzandolo. [...]. Il nome d’autore non si situa nello stato civile degli uomini, ma non è neanche situato nella finzione dell’opera; esso è situato nella rottura che dà vita a un certo gruppo di discorsi che sono dotati della funzione “autore”, mentre altri ne sono sprovvisti. [...]. I discorsi hanno cominciato ad avere realmente degli autori ... nella misura in cui l’autore poteva essere punito, vale a dire nella misura in cui i discorsi potevano essere trasgressivi. Il discorso, nella nostra cultura (e in altre probabilmente), non era, all’origine, un prodotto, una cosa, un bene; era essenzialmente un atto posto nel campo bipolare del sacro e del profano, del lecito e dell’illecito, del religioso e del blasfemo. Il discorso è stato storicamente un gesto carico di rischi prima di essere un bene assunto in un circuito di proprietà. E quando si è instaurato un regime di proprietà per i testi, ... - vale a dire alla fine del XVIII secolo e all’inizio del XIX – è da quel momento che la possibilità di trasgressione che apparteneva all’atto di scrivere ha preso sempre più l’andamento di un imperativo proprio della letteratura.” 4
 
“I discorsi ‘letterari’ non possono più essere accolti se non sono dotati della funzione-autore. Ad ogni testo di poesia o di invenzione si domanderà da dove viene, chi l’ha scritto, in quale data, in quale circostanze e a partire da quale oggetto.” 5
 
Ma per funzionare pienamente come autore, l’autore deve essere sempre morto, o metaforicamente sul punto di morire. Per dare “origine a” un discorso sull’autore bisogna seppellirlo definitivamente. Chi è il narratore della Recherche, chi è K. L’agrimensore ? In quale misura coincidono con i loro autori ? Doppio, ombre, buchi neri dell’inconscio. Scoprire l’autore dietro la sua incarnazione, raddrizzare l’autore, normalizzare l’inconscio. Far ragionare l’autore togliendolo dall’ombra dell’opera.
 
“A questo essere ragionevole (l’autore) si cerca di dare uno statuto realista: ci sarebbe nell’individuo, una istanza ‘profonda’, un potere ‘creatore’, un ‘progetto’ che costituirebbe il luogo originario della scrittura. Ma in realtà, ciò che nell’individuo è designato come autore ... non è che la proiezione, in termini più o meno psicologizzanti, del trattamento che si fa subire ai testi. [...]. Ci deve appunto essere – a un certo livello del suo pensiero o del suo desiderio, della sua coscienza o del suo inconscio – un punto a partire del quale le contraddizioni si risolvono.” 6
 
“Si sa bene che in un romanzo che si presenta come il racconto di un narratore, il pronome in prima persona, il presente indicativo, i segni della localizzazione non rinviano mai esattamente allo scrittore, né al momento in cui egli scrive né al gesto stesso della sua scrittura: ma ad un alter ego la cui distanza nei riguardi dello scrittore può essere più o meno grande e variare nel corso stesso dell’opera. Sarebbe altrettanto falso cercare l’autore dalla parte dello scrittore reale quanto dalla parte di quel locutore fittizio; la funzione-autore si effettua nella scissione stessa – in questa divisione e a questa distanza.” 7
 
Tra lo scrittore Marcel Proust e il narratore della Recherche; tra Franza Kafka e l’alter ego K., nessuna continuità; è nella frattura stessa dell’essere che si pone l’autore, colui che non cessa di scomparire scrivendo e di comparire incarnandosi sulla carta. Per tornare nel nulla con la fine dell’opera.

Ma se l’opera non avesse mai fine. Crisi della critica. Crisi della letteratura. Crisi della cultura.

 
 
1 2 4  5 6 7 Michel Foucault, Che cos’è un autore ?
Marcel Proust, Du côté de chez Swan
 
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categoria:testi, letture