Testo piuttosto articolato, ma che si riassume in quella frase di Beckett “Che importa chi parla, qualcuno ha detto, che importa chi parla”, e nella distanza dell’Autore, che Foucault chiama funzione-autore per dire la sua in-esistenza, lo spazio vuoto, sia dal soggetto che scrive sia dal narratore in prima persona, la finzione letteraria. Chi è l’autore ? Che importa.
Il narrare infinito delle Mille e una notte aveva il fine di mantenere svegli, “il non morire” 1 . L’opera, al contrario, uccide il suo autore. Se vale come testamento, come lascito testamentario, come eredità lasciata dallo scrittore, l’autore deve essere già morto. O come scrive Genet: “L’autore di una bella poesia è sempre già morto”. Cancellare ogni traccia del vivo, della voce, del gesto che non si scrive, interpretando, scavando, incorniciando l’opera a guisa di lapide: qui giace. Ecco chiuse tutte le strade. L’incessante lavoro dell’addetto ai lavori di turno: impedire di vedere la strada aperta dall’autore, perché troppo sconnessa, irta, piena di buche, trappole per i contemporanei, illuminazioni per i posteri.
“Ma evidentemente non basta ripetere, come affermazione vuota, che l’autore è scomparso. Ugualmente non basta ripetere indefinitamente che Dio e l’uomo sono morti di una morte comune. Bisognerebbe invece individuare lo spazio lasciato vuoto dall’autore scomparso, seguire con lo sguardo la ripartizione delle lacune e delle crepe e scrutare i luoghi e le funzioni liberi che tale scomparsa ha reso visibili.” 2
Rinchiudere l’autore nell’ l’inconscio individuale o collettivo, ovvero neutralizzare l’opera. La Recherche è “Le baiser du soir” che non arriva per il piccolo Proust; ma più nessuno vede in azione il narratore della Recherche “ une femme naissait pendant mon sommeil d’une fausse position de ma cuisse. Formée du plaisir que j’étais sur le point de goûter, je m’imaginais que c’était elle qui me l’offrait” 3. Allo stesso modo “Il Castello” è il rapporto irrisolto di Kafka con la presenza del divino; ma dell’Agrimensore K. e dei suoi rapporti “irrisolti” con Frieda e le alte donne nessuno si preoccupa più.
“Si potrebbe arrivare, in conclusione, all’idea che il nome d’autore non proceda come il nome proprio dall’interno di un discorso verso l’individuo reale ed esteriore che lo ha prodotto, ma che esso giri, in un certo senso, al limite dei testi, conformandoli, seguendone le asprezze, manifestandone il modo di essere o almeno caratterizzandolo. [...]. Il nome d’autore non si situa nello stato civile degli uomini, ma non è neanche situato nella finzione dell’opera; esso è situato nella rottura che dà vita a un certo gruppo di discorsi che sono dotati della funzione “autore”, mentre altri ne sono sprovvisti. [...]. I discorsi hanno cominciato ad avere realmente degli autori ... nella misura in cui l’autore poteva essere punito, vale a dire nella misura in cui i discorsi potevano essere trasgressivi. Il discorso, nella nostra cultura (e in altre probabilmente), non era, all’origine, un prodotto, una cosa, un bene; era essenzialmente un atto posto nel campo bipolare del sacro e del profano, del lecito e dell’illecito, del religioso e del blasfemo. Il discorso è stato storicamente un gesto carico di rischi prima di essere un bene assunto in un circuito di proprietà. E quando si è instaurato un regime di proprietà per i testi, ... - vale a dire alla fine del XVIII secolo e all’inizio del XIX – è da quel momento che la possibilità di trasgressione che apparteneva all’atto di scrivere ha preso sempre più l’andamento di un imperativo proprio della letteratura.” 4
“I discorsi ‘letterari’ non possono più essere accolti se non sono dotati della funzione-autore. Ad ogni testo di poesia o di invenzione si domanderà da dove viene, chi l’ha scritto, in quale data, in quale circostanze e a partire da quale oggetto.” 5
Ma per funzionare pienamente come autore, l’autore deve essere sempre morto, o metaforicamente sul punto di morire. Per dare “origine a” un discorso sull’autore bisogna seppellirlo definitivamente. Chi è il narratore della Recherche, chi è K. L’agrimensore ? In quale misura coincidono con i loro autori ? Doppio, ombre, buchi neri dell’inconscio. Scoprire l’autore dietro la sua incarnazione, raddrizzare l’autore, normalizzare l’inconscio. Far ragionare l’autore togliendolo dall’ombra dell’opera.
“A questo essere ragionevole (l’autore) si cerca di dare uno statuto realista: ci sarebbe nell’individuo, una istanza ‘profonda’, un potere ‘creatore’, un ‘progetto’ che costituirebbe il luogo originario della scrittura. Ma in realtà, ciò che nell’individuo è designato come autore ... non è che la proiezione, in termini più o meno psicologizzanti, del trattamento che si fa subire ai testi. [...]. Ci deve appunto essere – a un certo livello del suo pensiero o del suo desiderio, della sua coscienza o del suo inconscio – un punto a partire del quale le contraddizioni si risolvono.” 6
“Si sa bene che in un romanzo che si presenta come il racconto di un narratore, il pronome in prima persona, il presente indicativo, i segni della localizzazione non rinviano mai esattamente allo scrittore, né al momento in cui egli scrive né al gesto stesso della sua scrittura: ma ad un alter ego la cui distanza nei riguardi dello scrittore può essere più o meno grande e variare nel corso stesso dell’opera. Sarebbe altrettanto falso cercare l’autore dalla parte dello scrittore reale quanto dalla parte di quel locutore fittizio; la funzione-autore si effettua nella scissione stessa – in questa divisione e a questa distanza.” 7
Tra lo scrittore Marcel Proust e il narratore della Recherche; tra Franza Kafka e l’alter ego K., nessuna continuità; è nella frattura stessa dell’essere che si pone l’autore, colui che non cessa di scomparire scrivendo e di comparire incarnandosi sulla carta. Per tornare nel nulla con la fine dell’opera.
Ma se l’opera non avesse mai fine. Crisi della critica. Crisi della letteratura. Crisi della cultura.
1 2 4 5 6 7 Michel Foucault, Che cos’è un autore ?
3 Marcel Proust, Du côté de chez Swan