“La ripetizione è una compagna amata di cui non ci si stanca mai, siccome è solo il nuovo ad annoiare… C’è bisogno di giovinezza per sperare, di giovinezza per ricordare, ma c’è bisogno di coraggio per volere la ripetizione. Chi vuole solo sperare è vile; chi solo ricordare voluttuoso; ma chi vuole la ripetizione è un maschio vero, e tanto più profondamente umano quanto più fermamente avrà saputo penetrarla. [...]
Tutto si muta in uno scenario teatrale. Una realtà di sogno albeggia tra le quinte dell’anima. Mezzanotte è passata. Spegne la luce, accende una candela. La luce della luna trionfa nella sua purezza. Un’ombra solitaria si staglia ancor più scura, uno scalpiccio isolato impiega assai a smorzarsi. Il firmamento senza nuvole ha un’aria così mesta e trasognata, quasi fosse avvenuta la fine del mondo e il cielo s’occupasse imperturbato di se solo. [...]
Così per un attimo mi sembrò trattarsi di una ragazza che aveva sofferto molto ed ora si serrava tutta nel suo scialle decisa a chiudere col mondo, finché poi l’espressione del suo viso mi convinceva del contrario: una bimba felice, che stringeva la sua sciarpa tanto stretta per godere in santa pace. [...]
Non sapeva di essere vista e tanto meno di avere i miei occhi addosso… c’è un’innocenza, un’incoscienza che persino il più puro dei pensieri può turbare… Mi rendi felice ma senza concedermi nulla. [...]
La ragazza non ha alcuna realtà, ma è un riflesso dei suoi movimenti, e uno stimolo ad essi… E’ quasi un confine del suo essere, ma un rapporto così non è erotico… Dovesse precisare a se stesso quale gioia, quale beatitudine s’aspetta propriamente da un rapporto erotico reale, non avrebbe in verità una sola parola da dire. Senza dubbio a preoccuparlo non è di nuovo il possesso in senso stretto, ma soltanto il ritorno. – La ripetizione è troppo trascendente anche per me. [...]
Mi viene il sospetto che la ragazza si sia permessa di volerlo irretire nella sua malinconia. [...]
Il corpo aveva perso la sua gravità terrestre, era come se non avessi corpo perché appunto ogni funzione godeva il suo pieno appagamento, ogni nervo gioiva per conto proprio e dell’intero; mentre ogni pulsazione, quest’inquietudine dell’organismo, valeva solo a ricordare e segnalare la voluttà dell’attimo. Il mio passo era sospeso, non come il volo dell’uccello che fende l’aria e lascia il suolo, ma come l’ondeggiar del vento sulle messi, come il cullare languido del mare, come il filar sognante della nuvola. Il mio essere aveva la trasparenza delle profondità marine, dei placidi silenzi notturni, dei quieti monologici meriggi.”
(Soren Kierkegaard, La ripetizione)
Incapaci di ritrovare la pienezza dell’essere, il tempo dell’infanzia, non c’è più nulla da scoprire nel mondo intorno a noi, ogni mistero sembra svanito dall’esistenza. Intuiamo che il mistero si è trasferito dentro di noi, è la nostra stessa vita, è l’erotismo dei corpi, ed è la possibilità di essere afferrati dall’amore in qualsiasi momento.
Sembra che Kierkegaard provi piacere dalla vita guardando soltanto, ma guardando in profondità. Osserva una ragazza in un palco di teatro. È solo un sospetto che lei abbia voluto irretirlo, forse non lo ha neanche notato, con la coda dell’occhio si accorge di una presenza, di uno sguardo posato su di lei, proiezione di un desiderio che non la riguarda.
Bisogna immaginare il “teatro” di Kierkegaard come un luogo desolato, popolato da rovine, propriamente in rovina, avvolto dalla nebbia. Infinite volte siamo stati su quel sentiero; quel cammino viene ripetuto infinite volte, tanto da diventare un luogo dell’anima. Ci siamo, siamo lì con la mente, con il corpo reso leggero dal ricordo, con l’anima che vaga per questo luogo sperduto, che forse non esiste, ma possiamo ritrovare ad ogni angolo di strada. Percorriamo un sentiero che è eterna ripetizione, riviviamo un passato senza più identità a partire dal presente per proiettarci in un futuro che non ci aspetta, ma è già presente e passato. Dormiamo con il fantasma dell’altro – come suggerisce Desnos: “J’ai tant rêvé de toi, tant marché, parlé, couché avec ton fantôme qu’il ne me reste plus peut-être, e pourtant, qu’à être fantôme parmi les fantômes et plus ombre cent fois que l’ombre qui se promène et se promènera allègrement sue le cadran solaire de ta vie.”1 – che prende forma, si materializza e si fa presente per noi attraverso un passato senza forme da cui scaturisce quel fuoco virtuale che ha acceso la possibilità del momento presente.
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