sabato, marzo 24, 2007








Pourvu qu'à Rome il fasse beau, "hic ver assiduum", pourvu que vous puissiez demain matin, sans avoir besoin de vous protéger d'une de ces virulentes averses automnales romaines dans une porte cochère voisine, ce qui risquerait de vous
empêcher de rencontrer, d’apercevoir ou même de rattraper Cécile au moment ou elle s’enfuirait en courant....
 
(Butor)






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postato da: alfred58 alle ore 18:07 | Permalink | commenti (38)
categoria:letteratura
sabato, marzo 17, 2007

- La testa insanguinata di Hegel: “L’uomo è questa notte, questo puro nulla, che tutto racchiude nella sua semplicità – una ricchezza senza fine di innumerevoli rappresentazioni e immagini, delle quali nessuna gli sta di fronte o che non sono in quanto presenti. Ciò che qui esiste è la Notte, l’interno della natura – un puro Sé; in fantasmagoriche rappresentazioni tutt’intorno è notte, improvvisamente balza fuori qui una testa sanguinante, là un’altra figura bianca, e altrettanto improvvisamente scompaiono. Questa notte si vede quando si fissa negli occhi un uomo – si penetra in una notte, che diviene spaventosa; qui a ognuno sta sospesa di contro la notte del mondo”.

 
- Noi viviamo in un ordine di finzioni simboliche, dominato dalla figura del Padre, il Potere. Si finisce sempre per credere al Potere, anche quando le figure che lo incarnano sono abiette, corrotte, prive di reale attrattiva. È il diniego feticistico sul quale si basa la coesistenza sociale, non riconoscere gli altri per quello che sono. Negare il Mondo per cercare un altro mondo è, forse, l’unico gesto che ci resta, piuttosto che accettare beatamente la realtà idiota del potere e delle sue immagini, quelle figure irreali che si agitano nel baccano della finzione politica.
 
- L’angoscia emerge quando ci si avvicina troppo all’oggetto del desiderio. Ciò che ci angoscia nel desiderio è riferibile sempre alla solita, ennesima, domanda: “Che cosa vuole l’Altro da me? Che cosa sono io, in quanto oggetto, per l’Altro?”
Il vuoto, il nulla, dietro la maschera, dietro i soggetti in ansia per la perdita d’identità. Distinguersi attraverso l’esteriorità è annullarsi nell’indifferenziato. Il piacere esteriorizzato è il risultato di un narcisismo edonista.
C’è un Simulacro, le maschere che indosso, il ruolo che interpreto, nelle relazioni intersoggettive; e c’è un Reale, la violenza che faccio al mio corpo nascondendolo.
 

- L’Altro è il portatore di un messaggio destinato a me, che lui non conosce, l’Altro è un enigma. In psicanalisi il Soggetto corrisponde al portatore di un messaggio indirizzato all’Altro, ma inaccessibile al soggetto stesso.
Per appassionarmi all’Altro devo ritenerlo portatore di un segreto, quello che è il suo segreto, il segreto del suo essere unico e irriducibile. L’Altro è un abisso imperscrutabile, più di quanto lo sono io per me.

 
- Per Bataille il desiderio non è mancanza, non è correlato alla presenza di un oggetto. Il desiderio è sempre un eccesso d’essere che aspira a consumarsi, a distruggersi nel fuoco dei sensi. Il desiderio è il fuoco che perennemente arde dentro di noi, è esperito interiormente, è l’esperienza interiore.
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categoria:testi, letture, filosofia
lunedì, marzo 12, 2007

Lettura e montaggio di Dumoulié, Zizek, Freud, Lacan, Hegel – Parte I

 

- L’amore, dice Lacan, è sempre “l’amore in faccia”, l’amore narcistico di sé nell’altro, la domanda di essere amato. L’amore come incontro di due desideri, che non sono più due mancanze, due “assenze”. Ma per vedere l’Altro come Soggetto desiderante e diventare oggetto del suo desiderio, io devo essere “assente” da me stesso. L’amore funge da resistenza contro il desiderio. L’amore è “un dare ciò che non si ha a qualcuno che non lo vuole”.

 
- C’è (prima di tutto) il concetto psicoanalitico del fantasma, il punto oscuro rappresentato dal piacere dell’Altro. Questo “godimento” dell’Altro disturba la calma interiore della nostra omeostasi psichica.
“Che cosa vuole l’Altro da me? Che cosa sono io per l’Altro, per il suo desiderio?”
L’impotenza puramente organica del bambino diviene l’impotenza psichica dell’adulto di fronte al richiamo dell’altro. Non sappiamo bene che cosa fare dell’Altro, dove situarlo rispetto a noi. I legami sociali nascono sfruttando questa assenza di relazione con l’Altro. Chi è l’Altro per me, in che modo può costituirsi come soggetto di piacere e non più oggetto.
 

- Hilflosigkeit, la sensazione di essere senza difese. “Ora, l’intera esistenza umana sembra perpetuare questo stato d’abbandono, e le esigenze narcisistiche del principio di piacere spingono gli uomini a ritrovare una situazione infantile di richiesta d’aiuto e d’amore”.

 
- L’Hilflosigkeit, il vuoto primordiale nel quale si trova il bambino dà inizio al bisogno di un originario “attaccamento appassionato” fantasmatico. Il Fantasma dell’Altro è sempre presente, lo è dall’inizio. È protezione dall’Abisso primordiale e insieme sottomissione ad una figura protettiva (paterna).
 

- “Che cosa sono io per l’Altro? Perché mai sono quello che l’Altro dice che io sono?”
L’isteria è il rifiuto di farsi oggetto del desiderio dell’Altro. Ulisse incatenato dal canto delle Sirene, non è il farsi immobile e sordo al loro richiamo l’affermazione dell’autonomia del piacere! Non sentire il canto è il non accorgersi di loro, ma sapere che ci sono. La rinuncia al piacere non mi lega a nessun’Altro, ma al suo fantasma. Si tratta di passare attraverso l’isola dei fantasmi. Ma questo Fantasma, questa cosa spaventosa sono io stesso che mi riconosco come oggetto di piacere, labbra, bocca, orecchie, orridi capelli delle Sirene, tutto diventa oggetto parziale, dunque spaventoso, e blocca le parole in gola, mi condanna al silenzio. Ulisse condanna le Sirene al silenzio al quale lui stesso è condannato. L’Altro che vuole un oggetto parziale, la bocca, il fallo, la testa di Giovanni Battista, non ottiene che morte.
La pulsione del Soggetto è sempre pulsione di morte, non esiste pulsione di desiderio, ma soltanto il desiderio dell’Altro.

 

postato da: alfred58 alle ore 19:15 | Permalink | commenti (5)
categoria:letture, filosofia, dialoghi
mercoledì, marzo 07, 2007

“La seduzione non è più che un valore di scambio”, “Tutti i discorsi appaiono come un commento eterno del sesso e del desiderio”, “Il sessuale è una categoria”. Noi dividiamo la realtà in categorie con l’illusione di comprenderla. Il piacere dell’arte, della letteratura, della musica è impalpabile, con il corpo le cose si complicano. Dalla seduzione degli occhi, pura virtualità, alla seduzione dell’assenza e della mancanza, della debolezza e della fragilità, della malattia e della morte.

  
Della seduzione
 
“La seduzione degli occhi. La più immediata, la più pura. Quella che rende superflue le parole, solo gli sguardi si impegnano in una sorta di duello, di subitaneo abbraccio, all’insaputa degli altri e del loro discorso: fascino discreto di un orgasmo immobile e silenzioso. Caduta d’intensità quando la tensione incantevole degli sguardi si scioglie in parole, o in gesti d’amore. Tattilità degli sguardi in cui si concentra tutta la sostanza virtuale dei corpi (del loro desiderio?) in un istante sottile, come in un motto di spirito – duello voluttuoso e sensuale, e al tempo stesso disincarnato – modello perfetto della vertigine della seduzione, e che nessuna voluttà carnale potrà mai eguagliare. Quegli occhi sono accidentali, ma è come se si fossero posati da sempre su di noi. Privi di senso, non sono sguardi che si scambiano. Nessun desiderio qui. Perché il desiderio è privo di fascino, mentre gli occhi, come le apparenza fortuite, sono pieni di fascino, ed è un fascino fatto di segni puri, atemporali, duali e privi di profondità.

“Sedurre significa render fragile. Sedurre significa venir meno. Seduciamo con la nostra fragilità, e mai con poteri o segni forti. È questa fragilità che noi mettiamo in gioco nella seduzione, e che le conferisce la sua potenza.
Seduciamo con la nostra morte, con la nostra vulnerabilità, con il vuoto che incombe su di noi. Il segreto è saper giocare questa morte in mancanza dello sguardo, in mancanza del gesto, in mancanza del sapere, in mancanza del senso.”
 
 
 
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categoria:filosofia
sabato, marzo 03, 2007
Everyman di Philip Roth

Requiem per ognuno. La prima immagine del libro: la figlia quarantenne di E. che, al momento di gettare una manciata di terra sulla bara del padre, ritorna la bambina frastornata di dieci anni, e sente le parole del padre: “È impossibile rifare la realtà...”
“Ora eludere la morte sembrava essere diventata l’unica preoccupazione della sua vita e la decadenza fisica tutta la sua storia”. “Confondere la morte”: a questo ci applichiamo tutta la vita. Senza saperlo. Sotto le sue tante sembianze la vita è solo uno sfuggire alla morte. Il bambino gioca per non pensare alla morte; l’adulto fa l’amore per attutire quel rumore di fondo.
Emozionante il rapporto tra padre e figlia che rimane inalterato anche dopo la separazione dei genitori. “Ma è impossibile rifare la realtà”. Le separazioni non si riparano, non si torna indietro. Dietro questa amara constatazione, c’è anche la rivendicazione che gli affetti non s’incrinano con la fine di una famiglia. C’è una frase che sembra voler togliere la colpa, ma esprime solo la ragione di ogni esistere - everyman: “Ho settantun’anni. Questo è l’uomo che ho creato. Questo è ciò che ho fatto per diventare quello che sono, e non c’è altro da dire”.
È l’ “assoluta alterità” del dolore che ti spossessa. E di fronte al dolore, come viene detto nel libro, le parole non possono nulla. - “ «Di fronte al dolore le parole non significano nulla... Detesto le lacrime». «Tutti noi – le disse lui – ma piangiamo lo stesso». E lui vide che lo stava guardando con una fiducia infantile, come se fosse veramente una bambina appena messa a letto.”
La coscienza della morte è il prezzo da pagare per l’attaccamento alla vita, per la fiducia incrollabile nella materia – “il diamante è indistruttibile”. La morte batte i suoi colpi e l’erotismo sembra essere l’unico “medicamento” che abbiamo quaggiù alla “pesante pietra sepolcrale che dice: la morte è soltanto la morte e nient’altro”. Ma “l’audacia racchiusa nel solo erotismo” è anch’essa spesso solo un’illusione, retrospettiva e tardiva presa di coscienza di Everyman.
“La vita ci è donata casualmente, fortuitamente e una volta sola”. Ogni frase del libro è un profondo sentire la vita, la materia di cui è fatta la nostra vita; una vita che trae origine da quel mare nel quale l’infanzia si bagna. La “Madeleine” di Proust diventa un braccio nel quale affondare i denti per sentire sulla pelle l’inebriante sapore e odore del mare, “il sapore della propria carnale esistenza”.
“Una volta ero completo: ero un essere umano”. L’alterità, il “senso di alterità” è, invece, la drastica scoperta dell’incontro con l’uomo cosciente del proprio decadimento e della morte. “Era ora di tormentarsi per l’oblio. Era arrivato il futuro remoto”

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grazie all’amico Ernie (Wolfsegg)
postato da: alfred58 alle ore 13:17 | Permalink | commenti (10)
categoria:letture