sabato, aprile 28, 2007

La profondeur qui monte est la naissance. L’écume est toujours naissante, seulement naissante. Aphrodite n’a pas une naissance : elle est la naissance, la venue au monde, l’existence.
La naissance exige l’écume. Il faut mêler et mouiller pour que naisse la chose même : sa forme inimitable. « L’humide est la cause de ce que le sec prend contour », dit Aristote.
Le lieu de la naissance, Empédocle le nomme : « Les gazon fendus d’Aphrodite ». Déesse des jardins, Aphrodité èn kèpois. Mers d’herbes, herbes de mer, algues, sargasses, varechs, laitues, chevelure luisante, toison trempée, naissance de la fente. Ce qui vient à la surface, et qui écume, est une fente. La fente n’est pas une entaille, elle est une fourche dans l’algue, elle est un fruit, une figue entr’ouverte sur une mousse humide. Ce sont des lèvres, léchées par la houle. Naître : le nom de l’être. Être délivré, venir à l’ouvert d’un lieu.
Pas de dieux : la chance des lieux.
Et la mer aux lieux agités multiplie le rire : Eschyle le nomme, kumatôn anarithmon gelasma, le rire innombrable des flots. Et bien plus tard, Oppien de Cilicie dit le gelôs, la grande mer de rire douée, peau de panthère et chlamyde fendue.
Fente, mais sans abîme, sans gouffre et sans profondeur. Hystera, ce qui est en arrière, au fond, vient en avant. Hysteron proteron, figure de rhétorique, aussi nommée hystérologie. La parole de la déesse est une douce hystérie d’écume sans angoisse, sans puissance. Une divinité sans force, analkis theos, mais d’où échappe, lorsque elle saigne, ichôr, le sang immortel dont l’écoulement brille et ne fait pas périr.
Rien d’autre qu’une élévation sur l’eau, même pas une marche, une naissance de la fente qui affleure.
Cypriss, la déesse de l’île, élève doucement sa fente. Elle est, inconcevable, bien conçue, la levée d’une fente, la motte d’herbe partagée, et sa gemme, et sa clef, kleitoris.

Jean-Luc Nancy, Péan pour Aphrodite, Galilée 2006
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categoria:filosofia
mercoledì, aprile 25, 2007






Nuovo tempo

 

Le cose mi si spengono intorno   sfinite
ma c’è una consolazione di terra nel cuore


*

E’ nel tardo mattino   declinato in mezzogiorno
che le erbe selvatiche parlano


*

Quest’anno i papaveri d’aprile s’aprono

in carta velina vizza
                  ma sono morbida alcova

ai metallici amori coleotteri


*

Sterpiserpi in  gialle scaglie     rami recisi
        colonia di licheni     ossa esposte rifioriscono

*

Steli verdi     e respiro

*

Fitti fitti fioccano i cinguettii frizzano

a fiotti       sfrangiano l’aria
la euforizzano

*

Le corolle tremolano alle risa sfacciate
dei petali       e le farfalle banchettano


*


Svetta l’innesto nuovo    il mandorlosusino      
noi non sappiamo fondere
                      il sangue in uno

*

Sola consolazione d’aria e terra
passo che affonda in dolci crepe
               c e d e v o l e 
Poso e riposo in brezze il corpo  il cuore  il tutto





rita r. florit,
inedita 2007




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categoria:poesia
sabato, aprile 21, 2007

... tandis que j’observais toujours Reger qui contemplait toujours L’homme à la barbe blanche de Tintoret, c’est bien aussi une méthode, a-t-il dit, que de tout transformer en caricature. Un grand tableau important, a-t-il dit, nous ne le supportons que lorsque nous l’avons transformé en caricature, un grand homme, une soi-disant personnalité importante, nous ne tolérons pas l’un en tant que grand homme, l’autre en tant que personnalité importante, a-t-il dit, nous devon les caricaturer. Si nous contemplons un tableau pendant un certain temps, et même s’il est des plus sérieux, nous devons l‘avoir transformé en caricature, a-t-il dit,, pour le supporter, donc aussi nos parents, nos supérieurs, si nous en avons, en caricatures, le monde entier en caricatura, a-t-il dit. [...]. Lisez Kant attentivement et de plus en plus attentivement et, tout à coup, vous aurez le fou rire, a-t-il dit. D’ailleurs tout original est, à vrai dire, une falsification en soi, a-t-il dit, vous comprenez tout de même ce que je veux dire. Naturellement il y a des phénomènes dans le monde, dans la nature, comme vous voulez, que nous ne pouvons pas ridiculiser, mais en art, tout peut être ridiculisé, tout homme peut être ridiculisé et transformé en caricature, si nous le voulons, si nous en avons besoin, a-t-il dit. Si nous sommes en mesure de ridiculiser, nous ne sommes pas toujours en mesure de le faire, alors le désespoir nous emporte, et ensuite le diable, a-t-il dit. Une oeuvre d’art, peu importe laquelle, peut être ridiculisée, a-t-il dit, elle se présente à vous dans sa grandeur et, d’un moment à l’autre, vous la rendez ridicule, tout comme un être humain, qu’il vous faut rendre ridicule parce que vous ne pouvez pas faire autrement. Mais la plupart des gens sont tout de même ridicules, et la plupart des oeuvres d’art sont tout de même ridicules, a dit Reger, et vous n’avez même pas besoin de ridiculiser et de caricaturer. Mais la plupart des gens sont incapables de caricaturer, ils considèrent tout jusqu’au bout avec leur terrible sérieux, a-t-il dit, l’idée d’une caricature ne leur vient même pas, a-t-il dit.

Thomas Bernhard
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categoria:letteratura
mercoledì, aprile 11, 2007

Mario Galzigna Il mondo nella mente

  

“A una riflessione radicale, dunque, perfino il mondo degli esseri umani costituito intersoggettivamente si costituisce in realtà per me attraverso le pure connessioni della mia coscienza”. (Edmund Husserl)

 

“La dimensione labirintica del Sé si risolve nel raggiungimento dell’unità dell’Io, cioè nel processo costruttivo dell’identità personale, che tuttavia arriverà a recidere la trama delle connessioni e a trascendere il flusso labirintico su cui questa stessa trama si era sviluppata”. (Mario Galzigna)

 

“Ogni volta che c’è una metafora c’è anche da qualche parte un sole; ma ogni volta che c’è il sole, allora la metafora è cominciata”. (Jacques Derrida)

 

“Più che il vizio, dice Proust, sono la follia e la sua innocenza ad inquietare. Se la schizofrenia è l’universale, il grande artista è proprio colui che supera il muro schizofrenico, e raggiunge la patria sconosciuta, là dove non c’è più alcun tempo, alcun ambiente, alcuna scuola”. (Deleuze - Guattari)

 
 
1.
 

Io è un altro”; “Gli altri sono l’inferno”. Da sillogismo filosofico a paradigma della cura, il senso è sovvertito. Verremo a capo di questo nodo solo nell’appendice, che non sta lì per caso.

 
Difficile dopo una parte introduttiva (pp. 20-26), in cui la libertà espressiva, tra citazioni (Gadda, Deleuze, Leibniz, Spinoza) e disordine barocco, è al suo massimo, calarsi nel libro reale. La pratica clinica o i compiti dell’epistemologia sembrano agli antipodi della segreta conoscenza propria dell’anima barocca. Calarsi in un teatro di voci che dilegua verso il sogno non sembra essere lo stesso che il rimanere prigionieri delle voci interiori imperiose o dei sintomi propri delle malattie psicotiche. Eppure il libro sembra proprio ricercare questo rapporto, ma quale rapporto ci può essere tra il reale quotidiano e banale e le fantasticherie barocche !
La complessità dell’anima barocca è un edificio su due piani: piano inferiore che si curva, si piega, muta in rapporto al mondo esteriore, si affaccia sul mondo; piano superiore chiuso, buio, ma punto di vista unico, buia stanza in cui risuonano le molteplici voci del mondo (p. 25). La monade, “senza porte e finestre”, limite del mondo illimitato.

Per aprirsi al mondo l’anima deve prima richiudersi su se stessa, “la chiusura è la condizione dell’essere per il mondo”. Il buio della stanza è metafora del buio dell’anima in cui il tempo si dissolve, è “il dileguare verso i fuochi misteriosi del sogno” dell’io. “Nei tormenti e nei sogni dell’anima barocca... la fantasia separa lo spazio dal tempo”. Nessun nesso logico o temporale in questo teatro dell’anima popolato di voci, di ricordi disordinati; un teatro desolato tenuto in piedi da un ordine interiore, un’identità articolata su un disordine esteriore. “Labirinto del continuo nella materia e labirinto della libertà nell’anima”. “In realtà la materia non è un continuo, ma un discreto diviso in atto all’infinito” (Leibniz).
 
L’enigma delle radici e la cosmoanalisi è uno dei capitoli chiave del libro. Il cosmo include e abita i soggetto: il cosmo come ambiente, storia, mondo. “Il luogo è la superficie del corpo ambiente” (Descartes).
Parzialità della follia: si ragiona anche all’interno della follia – “un resto di ragione” (Hegel). Tutte le passioni sono alienanti; sulla base dell’analogia evidente tra passione e follia è possibile riconsiderare la cura, riconducendo la follia alla sua primitiva espressione, che è il carattere di ogni passione. Si potrebbe dire che la follia è solo una passione continuata, senza un’adeguata mediazione del pensiero. Condurre il mondo nel soggetto (Deleuze), piuttosto che alienarlo al mondo. C’è in tutti noi un nucleo di follia che si chiama libertà interiore (Gauchet) capace di produrre il nostro asservimento a un sé senza fondamento esterno.
 
Dal punto di vista unico della monade leibniziana alla “sospensione” o “messa tra parentesi” del mondo (epochè) della fenomenologia di Husserl, non c’è un cambiamento prospettico, ma una ricerca di senso propria di una coscienza che non nega il mondo, ma lo riduce (insieme al Cogito), ad atto intenzionale. L’assenza di un senso dato dell’esistenza sostituisce il dubbio cartesiano, ovvero “ogni cogito ha per cogitatum cose, uomini, oggetti o stati” (Husserl), è un percepire un mondo già dato.
A partire dal capitolo sui “processi costitutivi” Galzigna formula la domanda principale a cui il libro tenta di dare una risposta: “Come può l’intenzionalità terapeutica rivolgersi al mondo interno del soggetto malato senza conoscere i processi storici che lo hanno ‘costituito’ ?”

Il processo di costituzione dell’io non può avvenire contro il mondo, ma solo al suo interno. Si può arrivare a definire la malattia psichica, in senso lato, come la perdita dei ricordi, poiché il ricordo non è mai qualcosa di dato, di attivo, ma viene sempre prodotto, secondo la geniale intuizione di Proust, a partire da sensazioni e esperienze presenti che lo riportano in superficie, lo “riattivano” (p.116). Il malato ossessionato e fissato su un presente che gli appare eterno e immutabile ha perso la sua storia; ha perso la capacità di andare in fondo ai ricordi per scoprire ciò che ha generato il suo stato attuale di disagio.

“La perdita delle immagini è la più dolorosa delle perdite. Significa la perdita del mondo. Significa: non c’è più nessuna esperienza [...]. Nell’immagine ho abbracciato il mondo, te, noi.” (Handke cit. da Galzigna)
 
2.
 
La materia della mente (Edelman) e quindi il mondo nella mente è la metafora di un vissuto corporeo in carne e ossa (Husserl); è un percepire le “cose del mondo” come possibilità dell’esperienza corporea.
“La conoscenza dell’interazione tra corpo proprio e metafora – tra Leib e rappresentazione psichica verbalizzata – potrebbe, in altri termini, gettare nuova luce su alcune disfunzioni ideative, su alcune deformazioni deliranti, dando allo psicoterapeuta la possibilità di ricondurle, con relativa certezza, alla centralità del vissuto corporeo. Il delirio, dunque, come spia di un rapporto disturbato tra il paziente e il proprio corpo. La successione, ovviamente, potrebbe essere rovesciata, rimanendo ugualmente significativa: da un’anomalia percepibile (o intuibile) del vissuto corporeo alla comprensione di certe distorsioni rappresentative, oppure di un certo deficit della funzione metaforica (p. 117) ”.
Questo è, a mio parere, uno dei passi più significativi del libro. In altre parole, non si hanno idee deliranti, ma un corpo incapace di esperire il mondo come sua estrema possibilità e tradurlo metaforicamente nel proprio mondo mentale, cioè nel proprio vissuto. “Non c’è percezione senza affezione”, ma è possibile ritrovare la purezza dell’immagine (del mondo) solo liberandola dall’affezione (Bergson); non più sensazione ma parola, pura idealità. Questa incapacità ideativa o di creare metafore è la perdita del mondo (la terra) come luogo sicuro, luogo in cui si è a casa e si sta presso di sé. Ritorniamo al concetto di piega, da Leibniz a Mallarmé: “La piega è infatti al tempo stesso sesso, fogliame, specchio, libro, tomba, tutte realtà che essa riunisce in un certo sogno molto particolare di intimità. [...]. Possiamo rappresentarci il posto che occupano le cose solo con metafore. Il luogo, il posto in cui le cose appaiono..., il ricettacolo, la matrice, la madre, la nutrice, tutte queste formule fanno pensare allo spazio che contiene le cose” (Derrida).
 

Galzigna si chiede a più riprese se il discorso psichiatrico è stato ed è ancora funzionale alla cura dell’altro o ad un potere di controllo delle menti. Espressioni come “non guaribilità; irreversibilità dei processi schizofrenici” o quella di “sintomo primario” non rientrano nella diagnosi della malattia, ma nel paradigma ideologico che non considera il “soggetto sofferente”, ma solo la malattia.
Vale la pena citare Deleuze di Differenza e ripetizione: “Non è altri a essere un altro Io, ma l’Io un altro, un Io incrinato. Non c’è amore che non cominci con la rivelazione di un mondo possibile in quanto tale, involto in altri che lo esprime. Il volto di Albertine esprime l’amalgama della spiaggia e dei flutti: ‘Da quale mondo sconosciuto lei mi distingueva ?’ Tutta la storia di questo amore esemplare, è la lunga esplicazione dei mondi possibili espressi da Albertine, che ora la trasforma in soggetto affascinante, ora in soggetto deludente.” È attraverso il mezzo del linguaggio che “l’altro da realtà ai mondi possibili che esprime”. È sempre la “funzione del linguaggio” che porta all’ “interiorizzazione della differenza” (Deleuze, D.R.).
Tra i molti volti del mio Io ce n’è uno nel quale io mi riconosco, ma che si nasconde tra le infinite pieghe della mia anima, delle mie identità. Questa differenza del tutto interiore è la garanzia della mia unità solo se non smarrisce il suo rapporto col mondo. “Dobbiamo imparare a spostare le nostre intensità vitali verso la terra... Ritrovare un rapporto con il cosmo.” (Pierre Lévy cit. da Galzigna)

 
Blogosfera come spazio virtuale autonomo svincolato dal tempo della vita; “esposizione della propria identità in un circuito comunitario e comunicativo”. (p. 60). La rete può apparire come un extra-mondo, in particolare la blogosfera in cui il linguaggio, e solo il linguaggio, rivela l’altro a se se stessi.
 
“Vediamoli, questi desideri inaccettabili, che popolano l’inferno dell’inconscio freudiano” (Appendice p. 162). Il sogno come regolatore delle pulsioni attraverso, da un lato la loro parziale cancellazione o soppressione, dall’altro la loro modificazione e riordinamento. (p. 163). Sembrerebbe non esserci via di scampo al sacrificio pulsionale all’interno delle società; i compromessi, la nostra censura interna, saranno ricompensati (p. 163). Superare l’interiorizzazione delle istanze censorie sostituendo loro l’interiorizzazione della differenza, accettando le nostre anime plurime, le incrinature dell’Io, le altre voci e non la voce della coscienza. Passare, come dicono Deleuze e Guattari da un inconscio molare, repressivo, ad un inconscio molecolare che “delira”.... (p. 168), “In verità, la terra diventerà un giorno luogo di guarigione” (A. E.)
 
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categoria:testi, letture
lunedì, aprile 09, 2007

Lo scrittore realmente grande non vuole scrivere; vuole che il mondo sia un luogo nel quale egli possa vivere la vita dell’immaginazione. La prima vibrante parola che mette sulla carta è la parola dell’angelo ferito: dolore. Il processo dello scrivere parole equivale a quello del narcotizzarsi [...]. Parole, frasi, idee, non importa quanto sottili e ingegnose, i voli più folli della poesia, i sogni più profondi, le visioni più allucinanti, non sono altro che rozzi geroglifici cesellati nella sofferenza e nel dolore per commemorare un evento non comunicabile.

 
(H. Miller, Sexus)
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categoria:letteratura
mercoledì, aprile 04, 2007
“La sterile sabbia misura il tempo; la terra è feconda”.

“Ero alla ricerca del mio baricentro, di quel punto esatto che spetta a ognuno e ne definisce il posto, al di là del dolore e della frustrazione: il luogo del suo adempimento.”
È letteratura normale. Come H. Grimaud, anch’io sono un ossessivo: l’ossessione della simmetria nel corpo, e tra corpo e mente.
“Tutti noi risentiamo di movimenti ripetitivi; crescendo abbiamo acquisito abitudini di cui dobbiamo disfarci. Bisogna imparare di nuovo a muovere meglio il braccio, la testa, il busto, le gambe. Per lo più le persone ignorano i propri muscoli, non ne hanno la minima idea, non sanno niente di se stesse. Chi conosce le correnti neuronali, l’origine degli impulsi nervosi? In altre parole, tutte le occasioni per elevarsi ? Il corpo condiziona il pensiero. Disfarsi delle abitudini quotidiane del corpo significa rendere possibile un diverso rapporto con il pensiero.”         
Mi ossessiona il rapporto con la lettura, con la scrittura, la letteratura, la filosofia. Non è questione di conoscenza, ma del senso e dell’assenza di senso. Mi manca l’istinto che hanno le donne selvagge. E mi manca la musica, che viene dopo il silenzio e la segue.
“La musica si è impadronita di me perché è l’estensione del silenzio, di quel silenzio che sempre la precede e ancora vi echeggia ? La musica è una via d’accesso a un altrove della parola, a quel che la parola non può dire e che il silenzio, tacendolo, dice. Una musica senza silenzio cos’altro è, se non rumore ?”
“Subire, o scegliere di subire il destino”. Hélène sceglie di subire il suo destino, di non farsi imporre un destino. E trova il suo dolore come un atto. “Ero tormentata da un senso d’impotenza, anzi d’inutilità. Il mio dolore era un atto, e la sua contemplazione un abisso. Un grande buco nero nel mio petto; esso non comunicava più con gli spazi infiniti, con il cosmo, con la vertiginosa architettura della musica: come una falla nello scafo di una nave, comunicava con le acque glauche degli abissi, e inghiottiva tenebre.”
“Ogni piacere esige l’eternità, esige una profonda, profondissima eternità, scrive Nietzsche”. Scrittura e musica, piaceri che prevedono l’eternità.
“Coincidenza ? I lupi e le donne selvatiche hanno la stessa reputazione. Clarissa Pinkola Estès ha scritto che la storia dei lupi ha strane analogie con quella delle donne, quanto a passionalità e a fatica.”
“Avevo i lupi e avevo la musica. Avevo la musica dei lupi sotto la luna, e nel mio modo di suonare c’era quell’animalità che protegge l’artista.”
“Ogni essere ha in sé il mistero delle proprie contraddizioni, delle proprie lotte interiori. Noi tutti siamo l’incarnazione di un mistero”.
L’elemento dell’uomo non è la terra, né il fuoco, né l’acqua, né l’aria. L’elemento dell’uomo è “il quinto elemento”: l’arte.

 
***
 

Ho visto le statue senza fiato di Roma
allibite su fiumi di fumo
luce di semafori e acqua che bagna tutto.
Portoni come fienili
sbarre di ferro antico
parentesi vecchie
fuoco nemico.
Tagliole mozzafiato per topi e carogne
e baci in bocca e fogne,
stazione sempreverde Termini.
La mia infamia insolita
che altro non sa fare
se non girare intorno a una fontana
dedica i miei pensieri
e un cuore che si spezza
all’alba che bussa forte.
Ora mi corre l’idea di infilare le mani
leggere sotto il corpo schiantato
dal Pizzo Roccello e posarlo
sull’acqua di mare
che a me rimane soltanto
quella che specchia semafori a Roma
o aerei in partenza a Madrid.
Tanto non smetterà di piovere un attimo.

 

La poesia descrive una “partenza” entrando nel cuore di una città – Roma. È tutto lì, tra lo sfacelo e la gloria di una città e lo sfacelo assoluto di un cuore che si spezza. Rimane un angolo di verde, una stazione – Termini, la fine. Il mare è un lontano richiamo su cui posare un corpo, forse nella speranza di farlo tornare in vita. Ma l’unica acqua è quella delle strade in cui si specchiano i semafori, o gli aerei in partenza a Madrid.
Sereni aveva visto anche lui le “statue senza fiato di Roma / allibite su fiumi di fumo”, i “portoni come fienili”, il “ferro antico” e le “tagliole mozzafiato per topi”. Sereni aveva intuito “l’infamia insolita di girare intorno ad una fontana” come al proprio vuoto, e dedicare i propri pensieri e il cuore all’ “alba che bussa forte”, come la vita alle porte della morte. E chissà se smetterà di piovere.

 
***
 

Non so per quali strane analogie o caso, la lettura si è incrociata con le ultime pagine di “variazioni selvagge”, una quindicina di righe in cui vengono descritte le trappole che l’uomo ha inventato per sterminare il lupo che ti fanno rabbrividire d’orrore, l’orrore di appartenere a una specie chiamata uomo: “Ormai è impossibile elencare tutte le trappole e i veleni che l’uomo ha inventato per sterminare il lupo”. Poche righe dopo c’è la descrizione di New York, dove “si vive con il presentimento di una catastrofe; un presentimento eccitato, al limite della follia”. Poi, verso la fine del libro, Hélène Grimaud narra dell’11 settembre 2001, di un concerto a Londra da rimandare oppure no. Si chiede: “Che fare, fermare tutto ? Imbavagliare la musica, quella musica che proprio l’integralismo proibisce ? [...]. Tuttavia suonammo: per la vita, in suo onore. Fin dalle prime battute, sentii qualcosa di tiepido bagnarmi le mani, bagnare la tastiera. Lacrime.” Davvero strani analogie.

postato da: alfred58 alle ore 20:33 | Permalink | commenti (13)
categoria:poesia, testi, letture, letteratura