mercoledì, maggio 30, 2007

Si gioca tra due personaggi. Ham e Clov, due concezioni del mondo, parti psicotiche e non psicotiche.

“Nulla avviene” sulla scena.
L’ “Io egocentrico” (Ham) è al centro dello spazio scenico.
Ham – E l’orizzonte ? Niente all’orizzonte ?
Clov – Ma che cosa vuoi che ci sia all’orizzonte ?
Ham – E il sole ?
Clov – Nulla

Sulla scena due pattumiere dove sono “gettati” i genitori di Hamm. Trattati come bambini, prigionieri del loro contenitore. Chiedono affetto e nutrimento a Hamm, richiesta gratificata con parsimonia. Clov è l’Io infantile che vuole separarsi da Hamm, fuggire da una situazione insostenibile. Hamm rappresenta per lui il potere assoluto che finora lo ha soggiogato. Clov accumula risentimento, al punto di voler uccidere Hamm. Un giorno decide di sfuggire questo spazio simmetrico, ... dove il tempo è immobile: “Che ora è ? – La stessa di sempre – E allora ? – Zero.”

Guardando attraverso una finestra, unica apertura di un mondo chiuso, Clov scopre e riferisce un incidente nel nulla, una vita nella morte. C’è qualcuno fuori e Clov lo guarda.

Clov – Vado a vedere

Hamm – È finita, Clov, ormai abbiamo finito. Non ho più bisogno di te.

Clov – Capita a proposito... Ti lascio”.

Rescissione del cordone ombelicale per avventurarsi nello spazio aperto.

Il dramma si svolge in uno spazio chiuso tagliato fuori dal mondo vivente. Il fuori stesso non è che il nulla.

Hamm - Fuori di qua è la morte.

Hamm, l’io onnipotente non vede, non ha bisogno di vedere, egli sa.

Il dubbio sul suo potere comincia nel momento in cui si accorge di aver bisogno di Clov per vedere. Il suo potere crolla. La sua onnipotenza nega la curiosità per il mondo esterno. Egli non deve muoversi, perché un altro (Clov) è incaricato di tutte le mediazioni con la realtà esterna.

Clov come Hamm, è in uno stato di ambivalenza, dipendenza da Hamm e dis-illusione, bisogno di rapportarsi a una realtà diversa, di uscire nello spazio aperto. Prendendo coscienza del suo stato di prigioniero, comincia a odiare il suo padrone, colui che era il centro del (suo) mondo. Clov non ha genitori; per lui Hamm è tutto.

Hamm, l’io narcisistico, non tollera la dipendenza dai genitori. Non valorizza questi oggetti primari, li degrada, li introietta senza amore, senza calore. Non si occupa di loro, li abbandona, confinati dentro le pattumiere, li lascia morire lentamente. Nega la sua dipendenza che minerebbe il suo potere assoluto; riconoscerla creerebbe una ferita narcisistica insormontabile.

L’odio di Clov è l’odio del servo per il padrone, colui che si frappone tra il sé e la realtà esterna, ma è anche risentimento per la dis-illusione nei confronti dell’Io onnipotente.

Hamm sa che esiste un’altra realtà, ma che essa gli sfugge. Deve, perciò, imporre la propria realtà, eliminare la barriera che lo separa da Clov, negare la sua identità, negare ogni diversità, negare l’Altro.

Si vede in Clov come in uno specchio (stadio del narcisismo): “Un giorno sarai cieco. Come me. Sarai seduto in qualche luogo, un piccolo pieno perduto nel vuoto, per sempre nel buio. Come me. Un giorno dirai a te stesso, Sono stanco, vado a sedermi, e andrai a sederti. Poi dirai a te stesso, Ho fame, ora mi alzo e mi preparo da mangiare. Ma non ti alzerai... e non ti preparerai da mangiare. Guarderai il muro per un poco, poi dirai a te stesso, Ora chiuderò gli occhi, forse dormirò un poco, dopo andrà meglio, e li chiuderai. E quando li riaprirai il muro non ci sarà più. Intorno a te ci sarà il vuoto infinito... Sì, un giorno saprai cosa vuol dire, sarai come me”.

La “fatica” di Hamm è nello stesso tempo la tristezza del corpo e l’esperienza corporea della sua onnipotenza: l’immobilità traduce la sua incapacità di andare alla ricerca del nutrimento, dell’oggetto di cui ha bisogno. Essa nega lo spazio che separa, il ponte che è, paradossalmente, espressione della dis-continuità.

In questo deserto il muro è il segno delle identità, ma il corpo si dissolve nel vuoto infinito. È il vuoto interno di Hamm che invade tutto lo spazio.

Clov, in questo deserto, vede un bambino che si guarda l’ombelico; il bambino è il segno della separazione, della sua liberazione. Guarda il punto in cui il cordone ombelicale è stato tagliato, la ferita, la traccia dell’affrancamento e nello stesso tempo dell’esistenza di Hamm, della sua presenza in lui.

Le parti psicotiche e non psicotiche hanno coabitato per tanto tempo, sono state unite nello spazio corporeo e nel tempo..., e alla parte malata sono state attribuite tutte le qualità dell’Io (intelligenza, immaginazione).

Guarire è perdersi nella molteplicità. La guarigione è una morte e una rinascita. Clov sfugge lo spazio simmetrico e chiuso per rinascere, abbandona Hamm che rifiuta di riconoscere la sua decadenza, che si attacca disperatamente alla sua arroganza, che abbraccia la sua morte come un’ultima sfida, come la suprema affermazione del suo mondo.

Clov va verso la vita, la diversità, la molteplicità degli esseri e degli aspetti della vita. Sfugge all’Uno-tutto che lo racchiudeva.

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lunedì, maggio 28, 2007

Ruines répandues confondues avec le sable gris cendre vrai refuge. Cube tout lumière blancheur rase faces sans trace aucun souvenir. Jamais ne fut qu’air gris sans temps chimère lumière qui passe. Gris cendre ciel reflet de la terre reflet du ciel. Jamais ne fut que cet inchangeant rêve l’heure qui passe.

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giovedì, maggio 24, 2007

Ruines vrai refuge enfin vers lequel d’aussi loin par tant de faux. Lointains sans fin terre ciel confondus pas un bruit rien qui bouge. Face grise deux bleu pâle petit corps coeur battant seul debout. Éteint ouvert quatre pans à la renverse vrai refuge sans issue.

 
Samuel Beckett
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venerdì, maggio 18, 2007

 


prête-moi ta cervelle
cède-moi ton cerveau
ta cédille ta certitude

cette cerise
cède-moi cette cerise
ou à peu près une autre
cerne-moi de tes cernes

précipite-toi
dans le centre de mon être
sois le cercle de ce centre
le triangle de ce cercle
la quadrature de mes ongles
sois ceci ou cela ou à peu près

un autre
mais suis-moi précède-moi

séduction

entre la nuit de ton nu et le jours de tes joues
entre la vie de ton visage et la pie de tes pieds
entre le temps de tes tempes et l’espace de ton esprit
entre la fronde de ton front et les pierres de tes paupières
entre le bas de tes bras et le haut de tes os
entre le do de ton dos et le la de ta langue
entre les raies de ta rétine et le riz de ton iris
entre le thé de ta tête et les verres de tes vertèbres
entre le vent de ton ventre et les nuages de ton nu
entre le nu de ta nuque et la vue de ta vulve
entre la scie de tes cils et le bois de tes doigts
entre le bout de tes doigts et le bout de ta bouche
entre le pois de tes poils et la poix de ta poitrine
entre le point de tes poings et la ligne de tes ligaments
entre les pôles de tes épaules et le sud-est de ta sueur
entre le cou de tes coudes et le coucou de ton cou
entre le nez de tes nerfs et les fées de tes fesses
entre l’air de ta chaire et les lames de ton âme
entre l’eau de ta peau et le seau de tes os
entre la terre de tes artères et le feu de ton souffle
entre le seing de tes seins et les seins de tes mains
entre les villes de ta cheville et la nacelle de tes aisselles
entre la source de tes sourcils et le but de ton buste
entre le musc de tes muscles et le nard de tes narines
entre la muse de tes muscles et la méduse de ton médius
entre le manteau de ton menton et le tulle de ta rotule
entre le tain de ton talon et le ton de ton menton
entre l’oeil de ta taille et les dents de ton sang
entre la pulpe de ta pupille et la serre de tes cernes
entre les oreilles de tes orteils et le cervelet de ton cerveau
entre l’oreiller de tes oreilles et la taie de ta tête
entre le lévrier de tes lèvres et le poids de tes poignets
entre les frontières de ton front et le visa de ton visage
entre le pouls de tes poumons et le pouls de ton pouce
entre le laits de tes mollets et le pot de ta paume
entre les pommes de tes pommettes et le plat de tes omoplates
entre les plantes de tes plantes et le palais de ton palais
entre les roues de tes joues et les lombes de tes jambes
entre le moi de ta voix et la soie de tes doigts
entre le han de tes hanches et le halo de ton haleine
entre la haine de ton aine et les aines de tes veines
entre les cuisses de tes caresses et l’odeur de ton coeur
entre le génie de tes genoux et le nom du nombre

du nombril de ton ombre

Gherasim Luca, Héros-Limite, Folio Gallimard 2001, Josè Corti 1985, Soleil Noir 1953

***

L’ECO DEL CORPO
prestami le tue cervella
cedimi il tuo cervello
la cediglia della tua certezza
questa ciliegia
cedimi questa ciliegia
o un’altra all’incirca
accerchiami nelle tue occhiaie
precipitati
nel centro del mio essere
diventa il cerchio di questo centro
il triangolo di questo cerchio
la quadratura delle mie unghie
diventa questo o quello o quasi
un altro
ma seguimi precedimi
seduzione

tra la notte del tuo nudo e il giorno delle tue guance
tra la vita del tuo viso e la provocazione dei tuoi piedi
tra il tempo delle tue tempie e lo spazio del tuo spirito
tra la fronda della tua fronte e le pietre delle tue palpebre
tra il basso delle tue braccia e l’osanna delle tue ossa
tra il do del tuo dorso e il la della tua lingua
tra i raggi della tua retina e il riso della tua iride
tra il tè della tua testa e i vetri delle tue vertebre
tra il vento del tuo ventre e le nuvole del tuo nudo
tra il nudo della tua nuca e la vista della tua vulva
tra la scia delle tue ciglia e la foresta delle tue dita
tra la punta delle tue dita e la punta della tua bocca

tra il peduncolo dei tuoi peli e la pece del tuo petto
tra il punto dei tuoi pugni e la linea dei tuoi legamenti
tra gli spazi delle tue spalle e il sud–est del tuo sudore
tra la gola dei tuoi gomiti e il cucù del tuo collo
tra il naso dei tuoi nervi e la naiade delle tue natiche
tra l’aria delle tua carne e la lama della tua anima
tra la pioggia della tua pelle e l’orcio delle tue ossa
tra la terra delle tue arterie e il fuoco del tuo fiato
tra il segno dei tuoi seni e i seni delle tue mani
tra le città della tua caviglia e la navicella delle tue ascelle
tra la sorgente delle tue sopracciglia e il progetto del tuo petto
tra il muschio dei tuoi muscoli e il nardo delle tue narici
tra la musa dei tuoi muscoli e la medusa del tuo medio
tra il mantello del tuo mento e la tulle della tua rotula
tra lo stagno del tuo tallone e il tono del tuo mento
tra lo sguardo della tua statura e le strette del tuo sangue
tra la polpa della tua pupilla e l’orto delle tue occhiaie
tra le pieghe dei tuoi piedi e il cervelletto del tuo cervello
tra il letto dei tuoi lobi e la custodia del tuo capo
tra il levriere delle tue labbra e il peso dei tuoi polsi
tra le frontiere della tua fronte e il visto del tuo viso
tra il polso dei tuoi polmoni e il polso del tuo pollice
tra la polpa dei tuoi polpacci e il piatto del tuo palmo
tra i pomi dei tuoi pomelli e il piano delle tue scapole
tra le piante delle tue piante e il palazzo del tuo palato
tra le ruote delle tue gote e i lombi delle tue gambe
tra il me della tua voce e la seta delle tue dita
tra l’ ardore delle tue anche e l’alone del tuo alito
tra l’inimicizia del tuo inguine e le cavità delle tue vene
tra le cosce delle tue carezze e l’odore del tuo cuore
tra il genio delle tue ginocchia e il nome del numero
dell’ombelico della tua ombra

© alfredo r. e rita r. florit


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martedì, maggio 15, 2007

DEMONI Il soggetto amoroso ha talvolta l’impressione di essere posseduto da un demone del linguaggio che lo spinge a farsi del male e a espellersi – secondo le parole di goethe – dal paradiso che, in altri momenti, la relazione amorosa rappresenta per lui.

Io cerco di farmi del male, mi espello da solo dal mio paradiso, affannandomi di suscitare in me stesso le immagini (di gelosia, di abbandono, di umiliazione) che possono ferirmi; e quando la ferita è aperta, cerco di mantenerla tale, la alimento con altre immagini, fino a che un’altra ferita non venga a distogliermi da quella.

(Roland Barthes, Frammenti di un discorso amoroso)

 

Esseri parlanti, da sempre potenzialmente parlanti, noi siamo da sempre anche sfasati, separati rispetto alla natura. e un simile sdoppiamento lascia in noi la traccia di processi semiotici pre o translinguistici che costituiscono la nostra sola via d’accesso alla memoria della specie o alle mappe neuronali bioenergetiche. Processi semiotici (inscrizioni arcaiche dei legami tra le nostre zone erogene e quelle dell’altro, intese come tracce sonore, visive, tattili, olfattive, ritmiche) che costituiscono diacronicamente un presoggetto (l”infans”). Sincronicamente, essi figurano l’angoscia catastrofica (la “passione”) della psicosi melanconica. Striano con la loro insistenza le nostre lucidità tutto sommato fragili, e ci riempiono di dimenticanze, di vertigini, di fantasmi.
Senza dubbio, siamo soggetti permanenti di una parola che ci possiede. Ma soggetti presi in un processo: perdiamo continuamente la nostra identità, destabilizzati dalle fluttuazioni di quello stesso rapporto con l’altro in cui una certa omeostasi ci mantiene tuttavia unificati. Postulando questa eclissi della soggettività all’alba della nostra vita, cogliendo uno iato della soggettività nei momenti intensi delle nostre passioni, lo psicoanalista non “biologizza l’essenza dell’uomo” come temeva Heidegger. Egli esprime al contrario un’esorbitante fiducia nel potere del legame transferenziale e della parola interpretativa, sapendo per esperienza che l’eclissi e lo iato del soggetto, una volta riconosciuti e dunque nominati, sono capaci di ristabilirne l’unità provvisoria.

(Julia Kristeva, In principio era l’amore)


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mercoledì, maggio 09, 2007

 
















Nuovi accecati passi divelgono gli inverni
nell'arenarsi vinto del resinoso cuore
stillare dalla scorza sangue vivo di viole
appassendole in gola mal riposte speranze

 
 
***
 
Se penso a una caduta,
a un lento vorticare che si spegne,
a un rivolo inoltratosi nel verde,
è a te che penso, amore
e sento, così profondamente il tuo dolore,
che d’un azzurro pallido si tinge
tutto il mio giorno luminoso e vivo.
E resto nella voragine di pena,
senza bagliori, senza fioca fiamma.
 
 
***
 
 
Fu la porta d’entrata divelta
risucchiata dagli atomi bagliori
rifluita in cortecce. Nerelune sorelle
allineate dai secoli affacciate
raccontarono l'oscuro sporgersi
dagli occhi di fradice foglie consunte
di carni artigliate da chiodigarofani
cesellate da scorticature.
Evaporazione di lingua perduta
sul ramo d'autunno del cuore
s'innesta in patria radice
 
 
***
 
Espanso l’oro s’avviluppa ai voli
sete d’innalzamento segno alato
propaggini di rami desolati
enumerano il metallico suono
 
 

(Rita R. Florit, da “Piante occulte”, 2007, inedite)


 
 

“Visione ed elevazione attraverso la differenza delle somiglianze, comprensione dei livelli dello spirituale attraverso le variazioni del sensibile. Senso determinato quasi dalla specificità dell’azzurro caldo, luminoso, e misteriosa trasparenza diversa dal segreto proibito del nero e dal grido violento del rosso bruciante. L’azzurro in quanto azzurro, momento essenziale dell’elevazione.”  (Lévinas)

 

“ ...ed ecco le nostre vite svaniscono odori suoni colori e tocchi glicine angoli di noccioleti linfa autunno inverno rive d’estate... labbra ciliege fieno capelli nella cantina fruscio di vimini in soffitta tappeto... sdraiati sulle foglie aranci allori limoni...” (Sollers, Paradis)

 


















Suoni e colori nerelune e rami desolati oro rosso azzurro il vento si muove nei tuoi capelli mi dà acuto dolore di te che non sei me nell’odore della sera svaniscono i fiori i colori cambiati nel nero del cielo logoro sigillato essere del mondo afferra il niente un silenzio di neve e di vuoto in vuoto se qualcosa avviene non è mai in ristagno d’eterno evaporazione di lingua perduta sul ramo d’autunno del cuore e voglia di rannicchiarmi nell’ombra dolce frutto della bocca ancora non so andarmene da qui sguardo che si allontana gesto che va verso te sorriso aperto tristezza senza pena lettera senza indirizzo do titolo alla mia opera del nulla dell’assenza siamo monadi cominciamo per creazione finiamo per annichilimento e il muscolo della notte si stira nel letto pratica vitale qualcosa dal fondo di quest’occhio notturno raggiunge la vena intima e resto nella voragine di pena tra poli ed equatore stelle fisse ad oriente propaggini di rami desolate...

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mercoledì, maggio 09, 2007
Lettre à la Voyante

Madame,

Vous habitez une chambre pauvre, mêlée à la vie. C’est en vain qu’on voudrait entendre le ciel murmurer dans vos vitres. Rien, ni votre aspect, ni l’air ne vous séparent de nous, mais on ne sait quelle puérilité plus profonde que l’expérience nous pousse à taillader sans fin et à éloigner votre figure, et jusqu’aux attaches de votre vie.
L’âme déchirée et salie, vous savez que je n’assieds devant vous qu’une ombre, mais je n’ais pas peur de ce terrible savoir. Je vous sais à tous les noeuds de moi-même et beaucoup et beaucoup plus proche de moi que ma mère. Et je suis comme nu devant vous. Nu, impudique et nu, droit et tel qu’une apparition de moi-même, mais sans honte, car pour votre oeil qui court vertigineusement dans mes fibres, le mal est vraiment sans péché. [...]
Cependant, je pénétrai chez vous sans terreur, sans l’ombre de la plus ordinaire curiosité. Et cependant vous étiez la maîtresse et l’oracle, vous auriez pu m’apparaître comme l’âme même et le Dieu de mon épouvantable destinée. Pouvoir voir et me dire ! Que rien de sale ou de secret ne soit noir, que tout l’enfoui se découvre, que le refoulé s’étale enfin à ce bel oeil étalé d’un juge absolument pur. De celui qui discerne et dispose mais qui ignore même qu’il vous puisse accabler.
La lumière parfaite et douce où l’on ne souffre plus de son âme, cependant infestée de mal. La lumière sans cruauté ni passion où ne se révèle plus qu’une seule atmosphère, l’atmosphère d’une pieuse et sereine, d’une précieuse fatalité. Oui, venant chez vous, Madame, je n’avais plus peur de ma mort. Mort ou vie, je ne voyais plus qu’un grand espace placide où se dissolvaient les ténèbres de mon destin. J’étais vraiment sauf, affranchi de toute misère, si par impossible j’avais de la misère à redouter de mon avenir. [...]
Mais vous, honnie, méprisée, planante, vous mettez le feu à la vie. Et voici que la roue du Temps d’un seul coups s’enflamme à force de faire grincer les cieux.

Antonin Artaud, L’Art et la Mort, in L’ombilic des limbes suivi de Le Pèse-nerfs et autres textes, Poésie / Gallimard 1989

 
 
Lettera alla Veggente

Signora,

Voi abitate una povera stanza, confusa con la vita. Invano si vorrebbe percepire il cielo che sussurra alle vostre finestre. Niente, né il vostro aspetto, né l’aria vi separano da noi e non si sa quale ingenuità più profonda dell’esperienza ci spinga a tagliare senza fine e ad allontanare la vostra figura, e persino i legami della vostra vita.
Con l’anima lacerata e sporca, sapete che non metto davanti a voi che un’ombra, ma non ho paura di questo terribile sapere. Conoscete tutti i nodi di me stesso e mi siete molto più vicina di mia madre. E sono come nudo davanti a voi. Nudo, impudico e nudo, onesto e simile a un’apparizione di me stesso, ma senza vergogna, poiché per il vostro occhio che corre vertiginosamente attraverso le mie fibre, il male è davvero senza peccato. [...]
Tuttavia venivo da voi senza terrore, senza l’ombra della più ordinaria curiosità. E tuttavia voi eravate l’amante e l’oracolo, avreste potuto appartenermi come l’anima stessa e il Dio del mio spaventoso destino. Poterlo vedere e dirmelo! Che niente di sporco o di segreto sia oscuro, che tutto ciò che è nascosto si scopra, che tutto ciò che è rimosso si mostri infine davanti a questo occhio aperto di un giudice assolutamente puro. Di colui che discerne e dispone ma al tempo stesso ignora che vi possa opprimere.
La luce dolce e perfetta dove non si soffre più per la propria anima, tuttavia infestata dal male. La luce senza crudeltà ne passione dove non si rivela più che un’unica atmosfera, l’atmosfera di una pietosa e serena, di una preziosa fatalità. Sì, venendo da voi, signora, non avevo più paura della mia morte. Morte o vita, non vedevo più che un grande spazio placido dove si dissolvevano le tenebre del mio destino. Ero davvero salvo, affrancato da tutta la miseria, poiché anche la mia miseria futura mi era dolce, se per assurdo avevo altra miseria da temere in futuro. [...]
Ma voi, vilipesa, disprezzata, leggera, voi aggiungete fuoco alla vita. Ed ecco che la ruota del Tempo d’un sol colpo s’infiamma a forza di far stridere i cieli.

Antonin Artaud, Sul suicidio e altre prose, collana “ocra gialla” Via del Vento edizioni, Pistoia 2001

 
- traduzione modificata -
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sabato, maggio 05, 2007



LE RÊVE EN ACTION
 
la beauté de ton sourire ton sourire
en cristaux les cristaux de velours
le velours de ta voix ta voix et
ton silence ton silence absorbant
absorbant comme la neige la neige
chaude et lente lente est
ta démarche ta démarche diagonale
diagonale soif soir soie et flottante
flottante comme les plaintes les plantes
sont dans ta peau ta peau les
décoiffe elle décoiffe ton parfum
ton parfum est dans ma bouche ta bouche
est une cuisse une cuisse qui s’envole
elle s’envole vers mes dents mes dents
te dévorent je dévore ton absence
ton absence est une cuisse cuisse ou
soulier soulier que j’embrasse
j’embrasse ce soulier je l’embrasse sur
ta bouche car ta bouche est une bouche
elle n’est pas un soulier miroir que j’embrasse
de même que tes jambes de même que
tes jambes de même que tes jambes de
même que tes jambes tes jambes
jambes du soupir soupir
du vertige vertige de ton visage
j’enjambe ton image comme on enjambe
une fenêtre fenêtre de ton être et de
tes mirages ton image son corps et
son âme ton âme ton âme et ton nez
étonné je suis étonné nez de tes
cheveux ta chevelure en flamme ton âme
en flammes et en larmes comme les doigts de
tes pieds tes pieds sur ma poitrine
ma poitrine dans tes yeux tes yeux
dans la forêt la forêt liquide
liquide et en os les os de mes cris
j’écries et je crie de ma langue déchirante
je déchire tes bras tes bas
délirant je désire et déchire tes bras tes bas
le bas et le haut de ton corps frissonnant
frissonnant et pur pur comme
l’orage comme l’orage de ton cou cou de
tes paupières les paupières de ton sang
ton sang caressant palpitant frissonnant
frissonnant et pur pur comme l’orange
orange de tes genoux de tes narines de
ton haleine de ton ventre je dis
ventre mais je pense à la nage
à la nage du nuage nuage du
secret le secret merveilleux merveilleux
comme toi-même
toi sur le toit somnambulique et nuage
nuage et diamant c’est un
diamant qui nage qui nage avec souplesse
tu nages souplement dans l’eau de la
matière de la matière de mon esprit
dans l’esprit de mon corps dans le corps
de mes rêves de mes rêves en action
 

Ghérasim Luca, HÉROS-LIMITE suivi de LE CHANT DE LA CARPE et de PARALIPOMÈNES, Poésie Gallimard

 
 
 
IL SOGNO IN AZIONE
 

la bellezza del tuo sorriso il tuo sorriso
di cristallo il cristallo di velluto
il velluto della tua voce la tua voce e
il tuo silenzio il tuo silenzio assorbente
assorbente come la neve la neve
calda e lenta lenta è
la tua andatura la tua andatura diagonale
diagonale sete sera seta e fluida
fluida come i pianti le piante
sono nella tua pelle la tua pelle le
spettina spettina il tuo profumo
il tuo profumo è nella mia bocca la tua bocca
è una coscia una coscia che s’invola
s’invola verso i miei denti i miei denti
ti divorano divoro la tua assenza
la tua assenza è una coscia coscia o
scarpa scarpa che bacio
bacio questa scarpa la bacio sulla
tua bocca perché la tua bocca è una bocca
non è una scarpa specchio che bacio
come le tue gambe come
le tue gambe come le tue gambe
come le tue gambe le tue gambe
gambe del sospiro sospiro
della vertigine vertigine del tuo viso
scavalco la tua immagine come si scavalca
una finestra finestra del tuo essere e dei
tuoi miraggi la tua immagine il suo corpo e
la sua anima la tua anima la tua anima e il tuo naso
sorpreso sono sorpreso naso dei tuoi
capelli la tua capigliatura in fiamme la tua anima
in fiamme e in lacrime come le dita dei
tuoi piedi i tuoi piedi sul mio petto
il mio petto nei tuoi occhi i tuoi occhi
nella foresta la foresta liquida
liquida e in ossa le ossa delle mie grida
esclamo e grido nella mia lingua lacerante
lacero le tue braccia le tue calze
delirando desidero e lacero le tue braccia le tue calze
il basso e l’alto del tuo corpo fremente
fremente e puro puro come
il temporale come il temporale del tuo collo collo delle
tue palpebre le palpebre del tuo sangue
il tuo sangue carezzevole palpitante fremente
fremente e puro puro come l’arancia
arancia delle tue ginocchia delle tue narici del
tuo fiato del tuo ventre dico
ventre ma penso al nuoto
al nuoto della nuvola nuvola del
segreto il segreto meraviglioso meraviglioso
come te stessa
tu sul tetto sonnambulica e nuvola
nuvola e diamante è un
diamante che nuota che nuota con agilità
tu nuoti agevolmente nell’acqua della
materia della materia del mio spirito
nello spirito del mio corpo nel corpo
dei miei sogni dei miei sogni in azione

 

© alfred & farouche

postato da: farouche alle ore 19:09 | Permalink | commenti (4)
categoria:poesia, traduzioni
giovedì, maggio 03, 2007


L’amicizia può forse nutrirsi di osservazione e di conversazione, ma l’amore nasce e si nutre d’interpretazione silenziosa. L’essere amato appare come un segno, un ‘anima’: esprime un mondo possibile a noi sconosciuto. L’amato implica, include, imprigiona un mondo che occorre decifrare, e cioè interpretare”

(Gilles Deleuze)


Vedi, ho dato ascolto alla tua voce e ho accolto la tua presenza
Samuele 1, 25, 35





postato da: farouche alle ore 14:22 | Permalink | commenti (13)
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