Si gioca tra due personaggi. Ham e Clov, due concezioni del mondo, parti psicotiche e non psicotiche.
Sulla scena due pattumiere dove sono “gettati” i genitori di Hamm. Trattati come bambini, prigionieri del loro contenitore. Chiedono affetto e nutrimento a Hamm, richiesta gratificata con parsimonia. Clov è l’Io infantile che vuole separarsi da Hamm, fuggire da una situazione insostenibile. Hamm rappresenta per lui il potere assoluto che finora lo ha soggiogato. Clov accumula risentimento, al punto di voler uccidere Hamm. Un giorno decide di sfuggire questo spazio simmetrico, ... dove il tempo è immobile: “Che ora è ? – La stessa di sempre – E allora ? – Zero.”
Guardando attraverso una finestra, unica apertura di un mondo chiuso, Clov scopre e riferisce un incidente nel nulla, una vita nella morte. C’è qualcuno fuori e Clov lo guarda.
Hamm – È finita, Clov, ormai abbiamo finito. Non ho più bisogno di te.
Rescissione del cordone ombelicale per avventurarsi nello spazio aperto.
Il dramma si svolge in uno spazio chiuso tagliato fuori dal mondo vivente. Il fuori stesso non è che il nulla.
Hamm, l’io onnipotente non vede, non ha bisogno di vedere, egli sa.
Il dubbio sul suo potere comincia nel momento in cui si accorge di aver bisogno di Clov per vedere. Il suo potere crolla. La sua onnipotenza nega la curiosità per il mondo esterno. Egli non deve muoversi, perché un altro (Clov) è incaricato di tutte le mediazioni con la realtà esterna.
Clov come Hamm, è in uno stato di ambivalenza, dipendenza da Hamm e dis-illusione, bisogno di rapportarsi a una realtà diversa, di uscire nello spazio aperto. Prendendo coscienza del suo stato di prigioniero, comincia a odiare il suo padrone, colui che era il centro del (suo) mondo. Clov non ha genitori; per lui Hamm è tutto.
Hamm, l’io narcisistico, non tollera la dipendenza dai genitori. Non valorizza questi oggetti primari, li degrada, li introietta senza amore, senza calore. Non si occupa di loro, li abbandona, confinati dentro le pattumiere, li lascia morire lentamente. Nega la sua dipendenza che minerebbe il suo potere assoluto; riconoscerla creerebbe una ferita narcisistica insormontabile.
L’odio di Clov è l’odio del servo per il padrone, colui che si frappone tra il sé e la realtà esterna, ma è anche risentimento per la dis-illusione nei confronti dell’Io onnipotente.
Hamm sa che esiste un’altra realtà, ma che essa gli sfugge. Deve, perciò, imporre la propria realtà, eliminare la barriera che lo separa da Clov, negare la sua identità, negare ogni diversità, negare l’Altro.
Si vede in Clov come in uno specchio (stadio del narcisismo): “Un giorno sarai cieco. Come me. Sarai seduto in qualche luogo, un piccolo pieno perduto nel vuoto, per sempre nel buio. Come me. Un giorno dirai a te stesso, Sono stanco, vado a sedermi, e andrai a sederti. Poi dirai a te stesso, Ho fame, ora mi alzo e mi preparo da mangiare. Ma non ti alzerai... e non ti preparerai da mangiare. Guarderai il muro per un poco, poi dirai a te stesso, Ora chiuderò gli occhi, forse dormirò un poco, dopo andrà meglio, e li chiuderai. E quando li riaprirai il muro non ci sarà più. Intorno a te ci sarà il vuoto infinito... Sì, un giorno saprai cosa vuol dire, sarai come me”.
La “fatica” di Hamm è nello stesso tempo la tristezza del corpo e l’esperienza corporea della sua onnipotenza: l’immobilità traduce la sua incapacità di andare alla ricerca del nutrimento, dell’oggetto di cui ha bisogno. Essa nega lo spazio che separa, il ponte che è, paradossalmente, espressione della dis-continuità.
In questo deserto il muro è il segno delle identità, ma il corpo si dissolve nel vuoto infinito. È il vuoto interno di Hamm che invade tutto lo spazio.
Clov, in questo deserto, vede un bambino che si guarda l’ombelico; il bambino è il segno della separazione, della sua liberazione. Guarda il punto in cui il cordone ombelicale è stato tagliato, la ferita, la traccia dell’affrancamento e nello stesso tempo dell’esistenza di Hamm, della sua presenza in lui.
Le parti psicotiche e non psicotiche hanno coabitato per tanto tempo, sono state unite nello spazio corporeo e nel tempo..., e alla parte malata sono state attribuite tutte le qualità dell’Io (intelligenza, immaginazione).
Guarire è perdersi nella molteplicità. La guarigione è una morte e una rinascita. Clov sfugge lo spazio simmetrico e chiuso per rinascere, abbandona Hamm che rifiuta di riconoscere la sua decadenza, che si attacca disperatamente alla sua arroganza, che abbraccia la sua morte come un’ultima sfida, come la suprema affermazione del suo mondo.
Clov va verso la vita, la diversità, la molteplicità degli esseri e degli aspetti della vita. Sfugge all’Uno-tutto che lo racchiudeva.
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