mercoledì, ottobre 17, 2007

e sedermi a fumare sulle scale finché il tuo vicino non torna a casa e sedermi a fumare sulle scale finché tu non torni a casa e preoccuparmi se fai tardi e meravigliarmi se torni presto e portarti girasoli e andare alla tua festa e ballare fino a diventare nero e essere mortificato quando sbaglio e felice quando mi perdoni e guardare le tue foto e desiderare di averti sempre conosciuta e sentire la tua voce nell’orecchio e sentire la tua pelle sulla mia pelle e spaventarmi quando sei arrabbiata e hai un occhio che è diventato rosso e l’altro blu e i capelli tutti a sinistra e la faccia orientale e dirti che sei splendida e abbracciarti se sei angosciata e stringerti se stai male e aver voglia di te se sento il tuo odore e darti fastidio quando ti tocco e lamentarmi quando sono con te e lamentarmi quando non sono con te e sbavare dietro ai tuoi seni e coprirti la notte e avere freddo quando prendi tutta la coperta e caldo quando non lo fai e sciogliermi quando sorridi e dissolvermi quando ridi e non capire perché credi che ti rifiuti visto che non ti rifiuto e domandarmi come hai fatto a pensare che ti avessi rifiutato e chiedermi chi sei ma accettarti chiunque tu sia e raccontarti dell’angelo dell’albero il bambino della foresta incantata che attraversò volando gli oceani per amor tuo e scrivere poesie per te e chiedermi perché non mi credi e provare un sentimento così profondo da non trovare le parole per esprimerlo e aver voglia di comperarti un gattino di cui diventerei subito geloso perché riceverebbe più attenzioni di me e tenerti a letto quando devi andar via e piangere come un bambino quando poi te ne vai e schiacciare gli scarafaggi e comprarti regali che non vuoi e riportarmeli via e chiederti di sposarmi e dopo che mi hai detto ancora una volta di no continuare a chiedertelo perché anche se credi che non lo voglia davvero io lo voglio veramente fin dalla prima volta che te l’ho chiesto e andare in giro per la città pensando che è vuota senza di te e volere quello che vuoi tu e pensare che mi sto perdendo ma sapere che con te sono al sicuro e raccontarti il peggio di me e cercare di darti il meglio perché è questo che meriti e rispondere alle tue domande anche quando potrei non farlo e cercare di essere onesto perché so che preferisci così e sapere che è finita ma restare ancora dieci minuti prima che tu mi cacci per sempre dalla tua vita e dimenticare chi sono e cercare di esserti vicino perché è bello imparare a conoscerti e ne vale di sicuro la pena e parlarti in un pessimo tedesco e in un ebraico ancor peggiore e far l’amore con te alle tre di mattina e non so come non so come non so come comunicarti qualcosa dell’ / assoluto eterno indomabile incondizionato inarrestabile irrazionale razionalissimo costante infinito amore che ho per te.

 

(Sarah Kane, Crave)

 

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Non è un ibrido il mio cuore,

O un fuoco di vendetta.

S’accorge di quel che gli manca:

Labbra di viola.

Piove in ogni sala;

E l’argento resta isolato sui rami,

Nudo paradiso degli sguardi.

 

(alfred r. – roma - ottobre2007)

 

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« On ne meurt que parce qu’on se croit mortel parce que les institutions faites par les hommes on fait croire aux hommes qu’ils étaient mortels. » (Antonin Artaud)

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“La pioggia non soltanto bagna i capelli ma gocciola nelle cellule cerebrali con la pervicacia di un’infiltrazione. La neve non raggela soltanto le mani ma come l’etere dilata i polmoni fino a farli scoppiare.”. (Anais Nin)

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categoria:poesia, letteratura
giovedì, ottobre 11, 2007

Ogni volta che mi metto a scrivere e lascio che la mente vaghi a volontà, ecco le parole è così buio, o qualcosa che ha a che fare con l’oscurità. Il terrore. Il terrore della città. La paura d’esser sola. C’è soltanto una cosa che m’impedisce di saltar su, d’urlare o di precipitarmi al telefono e chiamare qualcuno, ed è il pensare volutamente al passato in questa luce calda… la luce bianca illumina gli occhi chiusi, la luce rosa che brucia le pupille. Il calore vivido e pulsante di un masso di granito. Il palmo della mano vi poggia aperto e si muove sopra i licheni. La grana dei licheni. Minuta come le orecchie di minuscoli animali, una seta calda e ruvida sulla palma che s’attacca ai pori della pelle. E il caldo. Il profumo del sole sulle rocce calde. Secco e caldo, e la seta della polvere sulle guance che profumano di sole. Il sole.

 

Il sesso per le donne è essenzialmente emotivo. Quante volte lo hanno scritto ? Eppure c’è sempre un momento, persino con l’uomo più intelligente e sensibile, in cui la donna lo guarda al di là di un abisso; lui non ha capito; lei di colpo si sente sola; s’affretta a dimenticare quel momento perché se non lo fa dovrebbe ripensarci.

 

Da quando lui l’aveva lasciata non era mai riuscita a raggiungere l’orgasmo vaginale. Riusciva ad arrivare all’acuta violenza dell’orgasmo esterno, la sua mano diventava la mano di Paul, ma rimpiangeva in quei momenti il proprio vero io. Dormiva, eccitata, nervosa, esausta, barando con se stessa. E adoperando così Paul, finiva col ritrovare la sua parte “negativa”, l’uomo pieno di sfiducia in se stesso. La sua vera personalità s’allontanava sempre più da lei. Per Ella era diventato difficile ricordare il calore dei suoi occhi, le tenera ironia della sua voce. Dormiva accanto al fantasma della sconfitta.

 

Si dice che quando s’innamorerà di un uomo sarà di nuovo normale: una donna in cui il sesso sarebbe rifluito e sbocciato rispondendo al sesso di un uomo. La sessualità di una donna è, come dire, contenuta da un uomo, se è un vero uomo; una donna è, in un certo senso, addormentata dalla sua presenza, e non pensa al sesso.

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categoria:letteratura
giovedì, ottobre 11, 2007

Celle qui dort

 

Celle qui dort inquiète au profond
de toi, la petite effrayée invincible,
sais-tu que je la touche parfois
sans la tenir, même en rêve, où nous pleurons



*Jean-Charles Vegliante*
Les Oublies, Obsidiane, Collection Les Solitudes

 

 

 



Quella che dorme



Quella che dorme inquieta nel tuo profondo
essere, la piccola impaurita invincibile,
sai talvolta la tocco senza tenerla,
anche in sogno, dove siamo in lacrime.



trad. alfred & farouche







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categoria:poesia, traduzioni
domenica, ottobre 07, 2007

Da “Terresdefemmes


Non-couleurs de noms d’arbres.

Hivers plantés d’arbres vieux.

Arbres d’aucune sorte.

Neiger nageant en sa blancheur.

                                    (Au plus pur des lèvres

                                    est neige souveraine,

                                    fidèle neige en forme

                                     d’arbre, en forme de jeu ;

                                    en dessin de lèvres. De feu.)

 *

Non colore dei nomi d’albero.

Inverni di vecchi alberi piantati.

Alberi senza nome.

Nevica fluttuando nel bianco.

(Nella purezza delle labbra

è neve sovrana,

neve fedele in forma

d’albero, in forma di gioco;

disegno di labbra. Di fuoco)  

 

 

*

 

Nombres et neiges

à l’étroit des jambes entreparlés.

Et ma bouche. Senteurs de menthe,

de fraîches rosées, « au plus près

de tes prés ». À neige apparue :

seins vifs - excessifs tremblés

sous mon toit. Amours en confins

                          de neiges ta bouche.

Dans la mêlée des corps et des parfums,

Au défaut de parole,

Neige en définition de silence.

 

 *


Numeri e neve

Nella strettoia delle gambe incrociate

E la mia bocca. Sentore di menta,

fresca rugiada, “ vicino

ai tuoi prati ”. La neve appare:

seni brucianti-eccessivi tremanti

sotto il mio tetto. Amori ai limiti

       di neve la tua bocca.

Nell’intreccio dei corpi dei profumi,

In difetto di parola,

Neve in definizione di silenzio.

 


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categoria:traduzioni
venerdì, ottobre 05, 2007

Fuori dalla consueta dialettica tra significante e significato. Jean Paulhan, scrive Sollers, si occupava di linguistica, senza parlare di significante e significato. Più precisamente: « Le langage est devenu, après 68, une sorte de question de cours universitaire. Personne, dans la vie courante, n’a la vive conscience permanente qu’il y a un signe, un signifiant et un signifié. […]. Paulhan a eu cette conscience ».
Nella lettera c’è la solitudine dello scrivente e l’ombra dell’altro, il suo spettro. Il segno si accorda alla parola, ed evoca il reale. Nel mondo ibrido dei blog, qualsiasi segno si perde nel mare dell’indifferente. Nei suoi Quaderni Cioran riporta ogni genere di disastri derivanti dal corrispondere con sconosciuti; la propria vita invasa dall’estraneità. L’epistolario, genere non più praticato, è lo scambio di due “identità”. L’alterità assoluta, che rende il mondo virtuale, è la fine della “corrispondenza”. Io entro in “amorosa” corrispondenza per fuggire ad un tempo la prigione solipsistica e il linguaggio dei corpi. Se tutti i corpi parlano “democraticamente” lo stesso linguaggio, ma nella babele linguistica per lo più incomprensibili gli uni agli altri, non resterà come fine (scopo) ad ogni corpo che andare in cerca della propria anima perduta.
« Je sens que les oiseaux sont ivres \ d’être parmi l’écume inconnue et le cieux », oggi che « le vide papier que la blancheur défend » non è più.

 
La lettera manifesta una prossimità privilegiata all’evento
. O forse è che la parola sopravvive ad un evento, e un amore, senza futuro; l’accoppiamento impossibile tra l’essere e il nulla, la pienezza d’essere e il vuoto d’essere, “entre le vide et l’événement pur” (Badiou). Il fiore appassito non è più quello che era, ma mantiene sempre il suo nome; questo nome si chiama “verità”, la sua lingua  è la poesia, “e io vi trovo sempre più bella, nonostante il tempo che passa”. La verità è, può essere, un accidente dell’essere; in ciò i libri sono la sospensione del mondo. Mallarmé ripete Hegel che ripete Descartes, affermando che ogni parola autentica, o verità di parola, ha il potere, e forse il compito, di negare la dura evidenza dei fatti, delle cose, e contro la forza del contingente far perdurare l’evento. Questo significa aprire un mondo alla soggettività, dove alla durezza del preesistente sia sostituita la malleabilità di un pensiero in divenire.
Se c’è ancora una verità che non è di questo mondo, che questo mondo non ha capito, questo vuol dire che ci si nasconde (e ci viene nascosto) ancora dietro asserzioni di esistenza per impedire il ritorno del soggetto. Affinché ci sia “linguaggio”, occorre un soggetto, che parla qui. Qui, dove? In un mondo che gli permette di apparire.

 
La scrittura diventa l’epifania di un 
soggetto collettivo dell’enunciazione, ma come può un soggetto collettivo enunciare qualsiasi cosa ? Appoggiandosi su una passione e una potenza collettiva o conservando l’eteronomia del soggetto desiderante, il suo andare sempre verso l’altro, il suo essere “altrove” sul mare della verità: “fluidità dell’identità” e “esposizione all’altro”, in presenza di un sentimento nel quale siamo immersi, piuttosto che in un ambiente continuamente mutabile che non scalfisce i corpi degli individui. Il pericolo della caduta è qui un materialismo virtuale che trascini tutti i corpi nello stesso flusso desiderante indifferenziato. Si tratterà, invece, di uscire definitivamente dalla prigione del corpo-ambiente-virtuale, in vista di un mondo trans-virtuale-poetico, ancora da definire. Una parola-sonora, una parola-corpo, ma anche una parola-dialettica tra “creatività e follia, tra invenzione e déperdition”, sempre preservando alla scrittura il suo spazio silenzioso.

 

Link su lessness: Eteronomia I e II

postato da: alfred58 alle ore 22:05 | Permalink | commenti (24)
categoria:ibrida-menti