sabato, dicembre 29, 2007

Aesculum hippocastanum

 
Strapiomboautunno
nel parco degli anni ignari
dove alti gli ippocastani sfogliano ruggini.

È una ctonia alterità nebbiosa,
riconsegna incorporea di me a me.
Inevitabili passaggi, soglie interdette, fili
che si dipanano da me a me.

Nelle cortecce muschiose, nella ghiaia,
sulle panchine deserte infine
appare la coda del drago.
La sento muoversi alle mie spalle,
la sto cercando da mille anni.

 
(R. R. Florit, da Piante occulte, Inedita)

 

 

 

 

Anacoreta dell’essere nel tempio del tempo
L’oblio è un respiro, un soffio d’aria
Dove regna la calma assoluta.

 
L’apparizione del drago alle spalle, la millenaria coda del drago, “La sua coda si trascinava dietro la terza parte degli astri del cielo e li precipitava sulla terra.” Il drago dell’Apocalisse, o il serpente, che attende la donna “partoriente”, la perseguita nel segreto e nei luoghi deserti della mente, negli anfratti naturali e negli spazi deserti. Ma la donna ha ali per volare sul deserto. L’acqua che il drago scaraventa sulla donna è assorbita dalla terra che la soccorre. Dal mare e dalle profondità ctonie la bestia ricompare per essere adorata. Il Paradiso è ancora un sogno \ Porte, mura, torri della Gerusalemme celeste… \ Si aprono nel deserto le porte del Paradiso terrestre; è un mare di cristallo mescolato a fuoco, è il Regno millenario, un fiume d’acqua viva, un albero di vita “con foglie che hanno virtù medicinale per la guarigione delle genti”.

 
“ «... e a che  poeti in tempo indigente ? », domanda l’elegia di Hölderlin Pane e vino [...]. Il tempo della notte del mondo è il tempo dell’indigenza perché diviene sempre più indigente. [...]. Essere poeti in tempo indigente vuol dire: cantando, prestare attenzione alla traccia degli dèi fuggiti. Ecco perché, nel tempo della notte del mondo, il poeta dice il sacro. È per questo che, nel linguaggio di Hölderlin, la notte del mondo è la notte sacra”
(Heidegger, A che poeti ?).

 
“Il tempo s’era fermato, un millennio era lieve come l’aprirsi e il chiudersi di un occhio, era giunto al Regno Millenario... . Si chiama anche il Regno dell’Amore, questo Agathe lo sapeva pure; ma solo per ultimo ella pensò che i due nomi sono tramandati fin dai tempi della Bibbia e indicano il regno di Dio sulla terra, il cui prossimo avvento è inteso in senso perfettamente reale... . « Bisogna starsene quieti quieti, - le diceva una voce. - Non lasciar posto a nessun desiderio, neanche a quello di far domande. Bisogna spogliarsi anche dell’accortezza con cui si bada ai propri affari. Privare il proprio spirito di tutti gli strumenti e impedirgli di servire di strumento. Bisogna togliersi il sapere e il volere, liberarsi della realtà e del desiderio di volgersi a essa. Concentrarsi in sé, finché mente, cuore e  membra siano tutto un silenzio. Se si attinge così la suprema abnegazione, allora infine il fuori e il dentro si toccano, come se fosse saltato via un cuneo che divideva il mondo...! »”
(Robert Musil, L’uomo senza qualità)

 
“… ecco l’alba, vedo le immense mura e le porte di Gerusalemme dorate da una luce che non so da dove venga, se dalle mura stesse, dalle porte e dalle torri, o da quella vampa dorata che riempie l’aria e il cielo, lassù…”
(Jerzy Andrzejeweski, Le porte del paradiso)

 

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lunedì, dicembre 24, 2007

Cosa ho imparato da voi? Sarebbe facile
dire che ho imparato il contrario
di ciò che sapevo – ché in qualche modo,
non avrei imparato niente di nuovo…

Mi avete per esempio insegnato che non si piange
(non ch’io piangessi, ché anch’io ero eroico!)
e, adesso che qualcosa decide in voi
Ciò che mi dà dolore, e voi non piangete,

ne sono atrocemente offeso. Non ho fatto tesoro
dunque della vostra lezione. Siamo restati
gli stessi. Ma mi resta nel cuore

il vostro riso che altro non è che riso: <oro
invenduto, nei luoghi più spregiati
del cosmo, che vale solo per chi poi ne muore.>

 
 

(P. P. Pasolini, L’hobby del sonetto)

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sabato, dicembre 22, 2007

 




Gesù Cristo-Sol Invictus,
Grotte Vaticane

 

Il sole invitto. Alla mezzanotte tra il 24 e il 25 dicembre, nell’antica Alessandria, si compiva l’iniziazione di certi neofiti pagani. All’alba una processione usciva da una grotta incontro alla prima luce portando una statuetta di bimbo, simbolo dell’infanzia del sole, che da quel momento in poi avrebbe cominciato a levarsi sempre più alto col progredire della stagione. Si gridava con esultanza: “la vergine ha partorito, la luna cresce!”. Un rito simile veniva celebrato, sempre ad Alessandria, anche nella notte tra il 5 e il 6 gennaio.
La celebrazione della nascita di Cristo, non fissata dalla tradizione a una data precisa, si afferma nella chiesa solo tardivamente, e in connessione, più che in contrapposizione, con feste pagana. Cristo, sole di giustizia, viene identificato con le antiche divinità solari. La tenebra è fugata, il sole rinasce nel buio della più lunga notte invernale. Papa Leone, nel quinto secolo, aveva ragione di lamentare che il giorno di Natale i cristiani “prima di entrare nella basilica del santo apostolo Pietro si soffermano sui gradini, si girano verso il sole nascente, e piegando la nuca s’inchinano per rendere omaggio al suo splendente disco”, commovendosi “non a motivo della nascita di Cristo, ma piuttosto per il risorgere del sole”. È vero però che l’assimilazione tra Cristo e il sole, ricorrente nei Padri della chiesa, rivelava già un atteggiamento religioso profondamente intriso di misticismo solare. E le plebi agricole cristiane non meno di loro sentivano intensamente il sacro mistero degli astri che scandiscono i ritmi naturali. […].
Con il ritorno delle feste cristiane all’orizzonte della religione cosmica si ridissolve la rivelazione biblica. La commistione con il simbolismo cosmico, conseguenza e causa insieme della penetrazione del cristianesimo in aree culturali lontane dalla Palestina, ne altera sincretisticamente i significati. Del Natale è andato in gran parte perduto proprio ciò che era fondamentale, e cioè il senso dell’umile nascita del Messia come inizio della perfetta manifestazione escatologica di Dio.

(Sergio Quinzio, La croce e il nulla)

 






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sabato, dicembre 15, 2007




a Rita R. Florit



Ti porto nel cielo
viscerale
sopra una profetica spiaggia
un reticolo d’azzurro
tenebra
perché le vetrate sono
immerse nel buio
e risplendono d’oro
che nessuno dice
essere vero.

 
 

“Il tremore dell’anima non è indifferente alla differenza dei sessi: è questa differenza, o una differenza ancora più arcaica e tuttavia sessuale – o la differenza dell’amore, in quanto essa spartisce l’anima, né l’uomo, né la donna, ma l’uno o l’una nell’altro, e la fa tremare, o la transita.”

(J. L. Nancy)

 

Perché tremare d’essere se stessi, non è della natura animale, ma è un tremito interiore, un vento che apre le porte, che scuote i rami, è il cielo viscerale sopra una profetica spiaggia. Differenza che fa tremare l’identità, tra l’oro e la notte, infinite vibrazioni di fili, azzurro e tenebre.



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mercoledì, dicembre 05, 2007

Ecorchée

 

 

Solaire malgré tout
ta vision
hallucinée

dépeçage ordonné du corps
dispersion
tete membre tronc
os et peau enfouis
au pied del'arbre de l'enfance
clavicules tibias
cubius et rotules

flexibles ligamenteaux
articulations charnières

équitablement répartis
autour de pédoncule ligneux
de l'arbre protecteur


platane bienveillante déité
de tes enfances solaires
ancré en son  centre
et toi sacrificielle
officiante
des iours rebelles
larmes et confidences
offertes aux racines
offrandes terrées déterrées
au géant ocellé solide et sur
silencieux

excavations secrètes
ricanements jivaros
de celui qui

tete assompionelle
gravite dans les airs

rictus limpide
de Lafourgue

ressuscité.



Angèle Paoli

 

 

 

 Image de G. A di Cinarca

 

Scorticata

 

Solare malgrado tutto
la tua visione

allucinata


smembramento ordinato del corpo
dispersione
testa arto tronco
ossa e pelle nascosti
ai piedi dell'albero dell'infanzia
clavicole tibie
cubiti e rotule
flessibili legamentose
articolazioni cerniere

equamente ripartite
attorno al peduncolo legnoso
dell’albero protettore


platano deità benevola
delle tue infanzie solari
ancorato al suo centro
e tu sacrificale
officiante
dei giorni ribelli
lacrime e confidenze
oblazioni sotterrate dissotterrate
al gigante ocellato solido e sicuro
silenzioso


scavi segreti
ghigni jivaros
di chi
testa assunzionale
gravita nell'aria


rictus limpido
di Laforgue


resuscitato



traduzione 
alfred r. & rita r. florit

 

.




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sabato, dicembre 01, 2007


In “Austerlitz” di Sebald troviamo una descrizione della Biblioteca Nazionale di Parigi; visualizzata in un cortometraggio in bianco e nero:

“… e come i ricercatori costituissero, nella loro totalità legata all’apparato della biblioteca, un organismo altamente complesso e in continuo sviluppo, sempre bisognoso, per nutrirsi, di miriadi di parole, al fine di produrre, dal canto suo, nuove miriadi di parole. Questo film, cui ho assistito una sola volta, ma che nella mia mente aveva assunto tratti sempre più fantastici e immani, credo avesse per titolo Toute la mémoire du monde e fosse opera di Alain Resnais.”

Dopo aver descritto la Biblioteca nazionale in Via Richelieu, dove si recava per lunghe ore, ad un certo punto il protagonista “Austerlitz” ci descrive la nuova Biblioteca Nazionale al Quai François Mauriac e intraprende una lunga conversazione con un impiegato:

“… sul progressivo atrofizzarsi della nostra capacità mnemonica, che va di pari passo con il proliferare dell’informazione, e sul naufragio già in corso, l’effondrement, … della Bibliothèque Nationale. Il nuovo edificio della biblioteca, che, per il suo intero impianto nonché per il regolamento interno ai limiti dell’assurdo, tende a escludere il lettore quale potenziale nemico, è quasi… la manifestazione ufficiale del bisogno, che si annuncia sempre più impellente, di farla finita con tutto quanto abbia ancora un nesso vitale con il passato”.

Leggendo questo passo non si può fare a meno di pensare a uno spazio di proliferazione e di infinita ripetizione dell’informazione, dove lo spirito di concentrazione di un lettore è messo davvero a dura prova. Il lettore, ovvero colui che va in cerca del ricordo di se stesso, del momento in cui si è perso nel reale, senza alcuna certezza del futuro. “Maxime du Camp, reduce dalla traversata dei deserti dell’Oriente, formatisi (come lui stesso scriveva) dalla polvere dei morti…” vede di nuovo Parigi, sorretto dalla visione di un passato che non sprofonda più nei sotterranei parigini. “Dans l’Orient désert. Trasforma tutti i materiali della visione in una sensazione unica, d’ordine viscerale” (Barthes). Nella struttura della Biblioteca parigina Austerlitz, al contrario, non riesce a mettersi sulle tracce del padre disperso a Parigi. Dopo aver alzato più volte gli occhi dai libri per fissare la sua attenzione sulla labirintica struttura della biblioteca:

“Più volte è anche accaduto, disse Austerlitz, che alcuni uccelli, smarritisi nella foresta della biblioteca, volassero verso gli alberi riflessi nei vetri della sala di lettura e, dopo un colpo sordo, precipitassero a terra senza vita”. Gli incidenti nella vita dei singoli, che un miraggio devia dal loro percorso, rimandano per analogia alla “disfunzione cronica e alla labilità costituzionale” dei nostri sistemi d’informazione: biblioteche o sistemi informatici.

Si ritrova nella finzione dei romanzi di Balzac, comprendendo attraverso l’avventura del colonnello Chabert quale labile confine separi la vita dalla morte. Ritorno dai morti, la cui impossibilità è oggi dovuta alla stratificazione delle città, all’accumulo di materiali eterocliti, senza riguardo alla storia personale.

La ricerca per Austerlitz e per la letteratura, non avrà fine, un indizio di vita farà di nuovo vibrare i fili della memoria. Forse sarà soltanto un passeggiare in pantofole tra le tombe… anche se malinconicamente sappiamo che dall’abisso “mai potranno risalire in superficie”.

 

postato da: alfred58 alle ore 20:21 | Permalink | commenti (67)
categoria:letteratura