venerdì, febbraio 29, 2008

pour ton anniversaire farouche

 

parole sabbia che incidono
sul vetro di una clessidra incrinata
nel punto di rottura
che attirano senza toccare il mondo

 
 

le parole sono sabbia di clessidre incrinate… quelle parole che incidono sul vetro di una clessidra incrinata, proprio nel punto di rottura
R. R. FLORIT

Seshat, Colei-che-scrive. Prima dea capace di incidere
DERRIDA, La farmacia di Platone

 

postato da: alfred58 alle ore 22:51 | Permalink | commenti (9)
categoria:poesia
sabato, febbraio 23, 2008

analogia o differenza nel simposio tra l’afrodite celeste e l’afrodite ctonia eros celeste e eros volgare l’eros dell’afrodite volgare è in verità volgare e porta a compimento ciò che capita ed è quello che gli uomini dappoco amano costoro anzitutto amano le donne non meno dei fanciulli in seguito di quelli che amano amano i corpi piuttosto che le anime ed infine per quanto è loro possibile amano le persone più stolte mirando soltanto al compimento dell’atto, senza curarsi che ciò avvenga in modo bello o no equivoco del leggere il simposio senza la distanza dalla grecia il terrore di essere corpo di esistere sotto la forma di corpo e continuare a vivere nell’illusione della parte indistruttibile del proprio essere che sopravvivrà alla nostra morte corporea non riusciamo ad accettare razionalmente la distruzione totale del nostro corpo incomprensibile confondere cielo e terra in un uomo distrutto nel corpo e ossessionato dalla carne è in questa luce oscura irreale che l’erotismo trova compimento restando nella purezza dei cieli infantili non essere scalfiti dalle proprie impurità depurare il testo della sua ossessione per tenere il testo poetico perdendo la gravità delle parole ma anche l’uomo riscattare l’erotismo con la poesia la filosofia impedire ai corpi di sprofondare di sparire nel magma delle profondità terrestri forse sospesi sopra altri corpi l’uomo è sempre nell’utero della donna che ama e attraverso la sua carne sonda le profondità della propria tutto il male psicosomatico inconscio inestirpabile in che modo diventa autoflagellazione voluta tormento pena inflitta volontariamente male di vivere che si riversa sui corpi quando il male prende forma s’incarna come tenere a bada il fuoco che arde senza dolore come un virus i nostri corpi sono come i vulcani della terra eruttano in continuazione o ad intervalli più o meno regolari altri ancora sembrano spenti all’apparenza ma il fuoco nelle viscere della terra continua ad ardere incessantemente corpo sofferente il traffico urbano che stordisce le luci artificiali della città che simboleggiano la prigione nella quale il soggetto corpo temporaneamente si trova rinchiuso frastornato e da cui può uscire soltanto identificandosi alla pianta alla sua sofferenza e al suo slanciarsi nel cielo d’oriente non sono le immagini la loro potenza metaforica ad inquietare è la perentorietà di un verso la troppa chiarezza non sono i chiodi le catene è l’alba nella quale il corpo appare giorni oltraggiati e stinti dopo il martirio notturno forse l’entrare nel gioco delle relazioni in rete contamina questo materiale perché non apri uno spazio in cui il soggetto sparisce quasi una terapia di gruppo dove i problemi di uno diventano i problemi di tutti un caos dove le identità sono a rischio il linguaggio che non vuole esprimere che non è un medium tra me e l’altro è solo uno sfogo incontrollato un sollievo per chi scrive nebbia che si dissipa all’alba ma è l’uomo che genera la sofferenza come le scintille che s’innalzano dal fuoco…

 

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categoria:testi, ibrida-menti
martedì, febbraio 12, 2008




ESPIRITUAL

 

Après un siècle la figure de la soie
Qui retenait le ventre avait été brulée
Mais la lettre mise en contact avec le nard
Enfermée dans un coffre de fer

Sentait encore l’intime en traversant le fer.

 

(Pierre Jean Jouve, Matière céleste)

 

***

 

Dopo secoli la forma della seta
Che cingeva il ventre era stata bruciata
Ma la lettera in contatto col nardo
Chiusa in un forziere ancora

L'intimo odorava attraverso il ferro.

 

(Pierre Jean Jouve, Celeste materia)

 


Trad:
rita r. florit & alfred r.


 


 

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categoria:poesia, traduzioni
sabato, febbraio 02, 2008

“siate delle molteplicità, fate rizoma, create delle alleanze...”.

 
 

Nella notte, tra stanchi piaceri
Infinita cade l’ombra tra noi, denudata ferita,
Segreto inconfessabile di un’infanzia inerme,
Cinerea legge dal volto minaccioso.
Tu sei altrove, tra le vespe e le orchidee,
Là ti ritroverò, lontana dall’orrore,
Combattiva tenera e fragile, come una bimba,
Lontana da morali e peccati,
Là ti coglierò, tra le giunchiglie e i narcisi.
Dissolta ogni colpa, risorgerai vittoriosa,
Bianca leggera e libera, rosa su rosa,
Mondo diverrai, animale vento e uomo.
Ora seguimi, lungo le tracce scavate dall’acqua.

 

NOTE:

 
………………

MARIO GALZIGNA, Poesia d’amore

 
La vespa e l’orchidea fanno rizoma in quanto sono eterogenee. [...] Vero divenire, divenire-vespa dell’orchidea, divenire-orchidea della vespa. [...]

La pantera rosa non imita niente, dipinge il mondo del suo colore, rosa su rosa, è il suo divenire-mondo, in modo da divenire impercettibile essa stessa, essa stessa asignificante, fare la sua rottura... Saggezza delle piante: perfino quando sono a radice, c’è sempre un di fuori dove fanno rizoma con qualche cosa – con il vento, con un animale, con l’uomo. [...] Segui i rigagnoli che l’acqua ha scavato, così conoscerai la direzione dello scorrimento.
[...]
Che vuol dire amare qualcuno? Sempre coglierlo in una massa, estrarlo da un gruppo, anche ristretto, a cui partecipa, non fosse che per mezzo della sua famiglia o altrimenti; e poi cercare le sue proprie mute, le molteplicità che racchiude in se stesso, e che sono forse di tutt’altra natura. Congiungerle alle mie, farle penetrare nelle mie e penetrare le sue, nozze celesti, molteplicità di molteplicità. Nessun’amore che non sia esercizio di spersonalizzazione...

G. DELEUZE - F. GUATTARI, Mille piani

 
Io amo e dubito, ed è vano, è vano,
Amare e dubitare come uno che deve morire
Pianificando ciò che è bene, benché non sia che inverno,
Quando è giunta la primavera,
La giunchiglia e il narciso selvatico.

DYLAN THOMAS, Poesie inedite

 
Siamo esseri che ritornano, noi ritorniamo sempre da chi amiamo, non per un’idea di fedeltà, per un’idea di casa, di accoglienza, di amicizia.

RITA R. FLORIT, Lettera

 
« Pensava: ti amo, benché non sappia se il mio amore nasca soltanto da te e da me, o se non l’abbia destato dal nulla colui che già nel nulla è tornato, e se questo amore sia un legame tra noi due, oppure il riflesso di un altro amore che appena articolò le sue prime parole una sola volta prima di affondare tra le gelide spume di acque mortali, per non incarnarsi mai più in un corpo e in una voce, non so da dove sia scaturito il mio amore per te, ma ovunque abbia tratto la sua origine e i suoi primi incantamenti, mai cesserò di amarti, poiché, se esisto, è solo per affermare con tutto me stesso, io, non amato, il bisogno di amare...».

JERZY ANDRZEJEWSKI, Le porte del paradiso

 

postato da: alfred58 alle ore 19:17 | Permalink | commenti (15)
categoria:ibrida-menti