martedì, aprile 29, 2008

L’essere, proprio in quanto tace se stesso e si nasconde nel silenzio, sarebbe anche l’origine del linguaggio.

“L’essere è nascondimento e origine.”

“L’essere è il fondamento abissale e il silenzio.”

(Heidegger)

 

 

Si riconosca una traccia nel segno e siamo già “in cammino verso il linguaggio”. Un cammino che è un non sottrarsi all’altro, visibile solo nelle sue tracce, passato che ripercorro mettendomi in cammino, seguendo un ombra.

 

 

 

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categoria:filosofia
domenica, aprile 27, 2008

Segnalo qui uno spazio di informazione e creatività

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L’importanza di avere un amico di nome Alfredo. Commento al
Bonnefoy di Stefania Roncari

Respinti dalle cose, dall’opacità del mondo, parola assente, vuoto dove si rasenta la follia, voglia di gridare nel buio, paura di un eco che risuona negli spazi infiniti. “Separati dalla carenza dei segni”. Passiamo, come il cielo trascolora, è già notte. Andare, tornare. Presenza, assenza. Quale identità ! se il tempo ci cambia e lascia tracce sul nostro volto che ci rendono irriconoscibili. Continua su tellusfolio

Come è tradizione – libertaria – di TELLUSfolio i COMMENTI più articolati, o nati per creare intreccio, vengono postati dalla Redazione in prima pagina. E chi commenta può entrare, da subito, nel circuito delle voci del giornale on line, con propri testi e scritture. In maniera RIZOMATICA. Basta si scelga una sezione del menù o di Critica della Cultura o di Diario di Bordo o di altre sezioni. Tutto ciò è fatto per potenziare al massimo la libertà di informazione e di creatività. (Claudio Di Scalzo)

 

 

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categoria:letture, letteratura, ibrida-menti
venerdì, aprile 18, 2008

Sur le plateau de Carsulae, au nord de Terni, de très bon matin, au sortir d’une nuit dans le véhicule aux abords d’Acqua Sparta et d’un long rêve (un tunnel ou je suis coursé nu par des chiens – quelque chose au moins de tangible, dans ma vie), nous voici dans les ruines, avec de la neige encore dans les interstices, de la ville aux pierres qui brillent, jadis camps avancé de Vespasien, le premier assiégeant destructeur romain de Jérusalem, contre Vitellius, celui pour lequel le cadavre d’un ennemi sent toujours bon. Affaiblie par la déviation de la Via Flaminia vers l’est, la cité contient alors les restes, tête et genoux, d’une statue géante de l’Empereur Claude, né a Vienne sur le Rhône au pied de la montagne où je suis né, où l’on dit que Ponce Pilate, nommé ici proconsul, se serait, de remords, précipité dans le Rhône.
Passant sous l’arc de Saint-Damien, je vois le petit tableau du Louvre avec la décapitation de Saint Côme et Saint Damien et de quelques autres, avec leur tronc rejetant le sang et les têtes nimbées d’or au sol. Alors, l’Art je n’en veux plus, mais la décapitation oui ! et avec le couteau d’Agnès je ne peux que m’égorger…

Au sortir d’une nuit d’après dans le véhicule, dans la neige, dans les Abruzzes, toutes fontaines gelées, encore dans l’obscurité, nous entrons dans une boulangerie pour acheter du pain qui sort du fournil. La famille nous invite a nous laver, à boire le café au lait, et, jusqu’au milieu de l’après-midi où le père reprend son travail, nous parlons dans la petite arrière boutique, mi-italien, mi-français, de ce dont alors pour eux souffre l’Italie, les Brigades Rouges, la corruption, le manque d’État. Ils parlent aux bords des larmes.

 
(Pierre Guyotat, Coma)

 
 

Sull’altopiano di Carsulae, a nord di Terni, di buon mattino, uscendo da una notte, nell’auto, nei dintorni di Acquasparta e da un lungo sogno, (una galleria dove sono rincorso nudo dai cani - qualche cosa almeno di tangibile, nella mia vita), eccoci tra le rovine, con la neve ancora negli interstizi, della città con le pietre che brillano, un tempo campo avanzato di Vespasiano, il primo assediante distruttore romano di Gerusalemme, contro Vitellio, per il quale il cadavere di un nemico ha sempre un buon odore. Indebolita dalla deviazione della Via Flaminia verso l'est, nella città si trovano ancora i resti, testa e ginocchia, di una statua gigante dell'imperatore Claudio, nato a Vienne sur le Rhône, ai piedi della montagna dove sono nato, dove si dice che Ponzio Pilato, nominato qui proconsole, si sarebbe, per il rimorso, gettato nel Rodano. 
Passando sotto l'arco di San-Damiano, vedo il piccolo quadro del Louvre con la decapitazione dei Santi Cosma e Damiano e di alcuni altri, col loro tronco che schizza sangue e le teste coronate d’oro a terra. Allora, non voglio più saperne dell’Arte, ma la decapitazione sì! e col coltello di Agnese posso solamente sgozzarmi...

All’uscita della notte successiva, nell’auto, nella neve, negli Abruzzi, ogni fontana gelata, ancora nell'oscurità, entriamo in una panetteria per acquistare del pane che esce dal forno. La famiglia c'invita a lavarci, a bere il caffè latte, e, fino a metà pomeriggio quando il padre riprende il suo lavoro, parliamo nel piccolo retro bottega, metà-italiano, metà-francese, di quello di cui allora per loro soffre l'Italia, le Brigate Rosse, la corruzione, la mancanza di Stato. Parlano quasi piangendo. 

 

 

 

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categoria:traduzioni, letteratura
domenica, aprile 13, 2008


  

“Il semiotico è la musica della poesia. Retrospettivamente, è ciò che il bambino articola con il suo balbettio prima di imparare le parole…” (J. Kristeva)


                                      

Ecolalie, una sinfonia di testi su una sola lingua, una sinfonia di lingue per un solo testo.
La perdita dei suoni: ecolalia infantile plurilingue, lingua di Dio (aleph), fonemi silenziosi - La morte delle lingue, la loro reviviscenza sotto altre forme, la lingua perduta o proto-lingua – Lingua (della) madre, sfide grammaticali, Canetti, Wolfson, Abu Nuwas, Landolfi – Babele, abitare la lingua. Il libro di Heller-Roazen è formato da capitoli che s’intersecano, dove la linguistica, la psicanalisi, la letteratura, s’incontrano a partire dal dubbio sollevato dall’origine del linguaggio, sintomo creativo che diviene a sua volta segno di una mancanza originaria, di una perdita che perdura. Nell’infanzia avviene il vero processo d’apprendimento d’una lingua che si struttura sopra frammenti ecolalici. Infiniti nella loro varietà, questi frammenti contengono potenzialmente tutte le lingue. Per apprendere la lingua madre il bambino dovrà sacrificare questa molteplicità all’uno. “Rimane l’eco di quel balbettio indistinto, immemoriale…”. L’ecolalia che ancora portiamo in noi.
A quella prima perdita necessaria di cui non ci dimentichiamo, faranno seguito altre perdite: la perdita degli dèi (cap III Aleph), la perdita di fonemi inutilizzati (cap. IV Fonemi in via di estinzione). Più o meno necessarie, più o meno traumatiche, struttureranno il nostro inconscio e riappariranno nelle espressioni visibili della religiosità e creatività umana, nella poesia.
La parola, l’alfabeto, la scrittura “custodisce l’oblio” della voce. La scrittura diventa il segno di una metamorfosi dolorosa per la ninfa “Io” di Ovidio (cap. XIII La mucca che sapeva scrivere), come per scrittori e poeti in esilio (Arendt, Brodskij). Dalla voce può anche sorgere un divieto di metamorfosi (Canetti – cap. XVI), parola d’ordine o sentenza di morte simbolica che significa “tu sei già morto”. Quella che ascoltiamo” scrivono Deleuze-Guattari in Millepiani, a proposito di Canetti (enantiomorfosi) “è una parola d’ordine che è sentenza di morte, simbolica, iniziatica, temporanea”. La “lingua-senza-corpo che scrive” nel racconto Valdemar di Poe (cap XV Aglossostomografia).
La lingua materna può diventare anche prigione, la madre di Canetti (nel primo tomo della sua autobiografia, La lingua salvata) lo imprigiona nella “sua” lingua materna, che non è più la lingua di famiglia, ma la “lingua della madre”, il vincolo affettivo. L’incontro con la scrittura si rivelò decisivo per Canetti, ma capì che per la madre “il tedesco era la lingua dell’intimità e dell’affetto”, “il bambino era solo il sostituto del padre morto e dei loro colloqui d’amore spezzati”. L’acquisizione della nuova lingua non fu una lingua straniera, ma “una lingua madre innestata con ritardo e con vero dolore… una seconda nascita”
Le altre lingue che si mescolavano nella sua infanzia nomade hanno relegato il bulgaro nell’oblio del paese in cui era nato. Nel mettere su carta i suoi ricordi d’infanzia, scrive Canetti, “la traduzione si è compiuta spontaneamente nel mio inconscio”, quindi non c’è alcuna deformazione. La lingua dell’infanzia dimenticata trova una nuova musica attraverso una nuova lingua, ma quei suoni infantili della lingua dimenticata sono ancora dentro di lui, agiscono inconsciamente, sollevano veli, echi, designano una perdita. “È perdendo la madre che si scopre che la propria lingua madre è sempre già perduta”. Come la lingua della poesia, che è sempre un’altra lingua tradotta dalla lingua madre, scrive Marina Cvetaeva.

 

segue…

 

Daniel Heller-Roazen, Ecolalie. Saggio sull’oblio delle lingue, Quodlibet 2008

 

 

postato da: alfred58 alle ore 22:03 | Permalink | commenti (20)
categoria:testi, letture, letteratura
domenica, aprile 06, 2008

Perché rispondere ancora al Questionario Proust? Forse perché il modo migliore di afferrare un concetto è rispondere ad una domanda. Come nella vita, le risposte non sono mai definitive.

 
Che cos’è per lei la felicità?

Vivere, con intelligenza e ironia.

Di che umore è in questo momento?
Calmo e riflessivo. Lievemente depresso.

La sua passione più grande?
La filosofia e i gatti.

Quali sono i suoi personaggi preferiti?
Molloy, Malone, e affini

Chi ammira, tra i viventi?
Nessuno in particolare

Chi, invece, non può soffrire?
La società dello spettacolo. I ricchi. I politici con un doppio lavoro.

Quali sono i suoi eroi nella «vita reale»?
Nessuno

Che cosa non sopporta di se stesso?
L’incertezza. La mancanza di fede.

E degli altri?
Quello che credono di essere.

La bizzarria a cui non può rinunciare?
Leggere con poca luce.

Qual è l’oggetto più prezioso che possiede?
Qualche libro. Una pietra.

Cosa le fa più orrore?
Guerre, malattia, dolore, crudeltà verso uomini e animali.

La conquista di cui è più orgoglioso?
Aver imparato a leggere.

Il suo viaggio preferito?
In Paradiso

Il modo migliore di passare il tempo?
Pensare. Leggere sdraiati. Ascoltare musica.

Qual è il tratto distintivo del suo carattere?
Il timore e il tremore (Kierkegaard).

Fin dove può arrivare la miseria umana? C’è un limite?
All’annientamento dell’umanità, unico limite.

Il suo rimpianto più grande?
Non aver studiato abbastanza.

Dove e quando è stato più felice?
Campagna. Infanzia.

Le capita di mentire?
Per necessità. Quasi mai.

Il talento che le manca e che vorrebbe avere?
Leggere la musica. La vita spirituale, che è il fare filosofia.

Che cosa la infastidisce di più del suo aspetto?
Non è, ancora, un problema.

Vorrebbe essere diverso, in qualcosa?
Concretamente più spirituale.

E in casa cosa cambierebbe?
Spero non sarà mai un problema.

Come vorrebbe morire?
Cosciente e tranquillo.

Se dovesse reincarnarsi quale forma pensa che assumerebbe?
Gatto.

E se invece potesse scegliere?
Un puro spirito.

Il suo motto?
“Non è necessario che tu esca di casa. Rimani al tuo tavolo e ascolta. Non ascoltare neppure, aspetta soltanto. Non aspettare neppure, resta in perfetto silenzio e solitudine. Il mondo ti si offrirà per essere smascherato, non ne può fare a meno, estasiato si torcerà davanti a te.” (Kafka)

 

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categoria:letteratura
giovedì, aprile 03, 2008

Et pourquoi mon amour serait-il un monstre,
à faire admirer sous le couvert des mots
qui disent toujours nous ne laisserons pas
mourir ce que tu as aimé une fois ?
Mon amour, chacun l’a connu, l’a perdu
dans la misère ordinaire de nos jours,
la houle longue où tous résistent, puis lâchent,
la molle saison d’ombres noyées. Il passe
tout près, parfois tout autre, et meurtri profond
comme le votre, parlant pour tout le monde.


E perché il mio amore dovrebbe essere un mostro
da far ammirare a forza di parole
che dicono e ridicono non lasceremo morire
ciò che un tempo hai amato?
Il mio amore chiunque l’ha conosciuto, l’ha perduto
nella normale miseria dei nostri giorni,
onda lunga dove tutti resistono e poi cedono,
molle stagione d’ombre annegate. Il mio amore passa
molto vicino, molto diverso a volte, ferito nel profondo
come il vostro, e parla per ciascuno.


Jean-Charles Vegliante, Nel lutto della luce, Einaudi 2004 – trad. di Giovanni Raboni

 

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categoria:poesia