lunedì, marzo 12, 2007

Lettura e montaggio di Dumoulié, Zizek, Freud, Lacan, Hegel – Parte I

 

- L’amore, dice Lacan, è sempre “l’amore in faccia”, l’amore narcistico di sé nell’altro, la domanda di essere amato. L’amore come incontro di due desideri, che non sono più due mancanze, due “assenze”. Ma per vedere l’Altro come Soggetto desiderante e diventare oggetto del suo desiderio, io devo essere “assente” da me stesso. L’amore funge da resistenza contro il desiderio. L’amore è “un dare ciò che non si ha a qualcuno che non lo vuole”.

 
- C’è (prima di tutto) il concetto psicoanalitico del fantasma, il punto oscuro rappresentato dal piacere dell’Altro. Questo “godimento” dell’Altro disturba la calma interiore della nostra omeostasi psichica.
“Che cosa vuole l’Altro da me? Che cosa sono io per l’Altro, per il suo desiderio?”
L’impotenza puramente organica del bambino diviene l’impotenza psichica dell’adulto di fronte al richiamo dell’altro. Non sappiamo bene che cosa fare dell’Altro, dove situarlo rispetto a noi. I legami sociali nascono sfruttando questa assenza di relazione con l’Altro. Chi è l’Altro per me, in che modo può costituirsi come soggetto di piacere e non più oggetto.
 

- Hilflosigkeit, la sensazione di essere senza difese. “Ora, l’intera esistenza umana sembra perpetuare questo stato d’abbandono, e le esigenze narcisistiche del principio di piacere spingono gli uomini a ritrovare una situazione infantile di richiesta d’aiuto e d’amore”.

 
- L’Hilflosigkeit, il vuoto primordiale nel quale si trova il bambino dà inizio al bisogno di un originario “attaccamento appassionato” fantasmatico. Il Fantasma dell’Altro è sempre presente, lo è dall’inizio. È protezione dall’Abisso primordiale e insieme sottomissione ad una figura protettiva (paterna).
 

- “Che cosa sono io per l’Altro? Perché mai sono quello che l’Altro dice che io sono?”
L’isteria è il rifiuto di farsi oggetto del desiderio dell’Altro. Ulisse incatenato dal canto delle Sirene, non è il farsi immobile e sordo al loro richiamo l’affermazione dell’autonomia del piacere! Non sentire il canto è il non accorgersi di loro, ma sapere che ci sono. La rinuncia al piacere non mi lega a nessun’Altro, ma al suo fantasma. Si tratta di passare attraverso l’isola dei fantasmi. Ma questo Fantasma, questa cosa spaventosa sono io stesso che mi riconosco come oggetto di piacere, labbra, bocca, orecchie, orridi capelli delle Sirene, tutto diventa oggetto parziale, dunque spaventoso, e blocca le parole in gola, mi condanna al silenzio. Ulisse condanna le Sirene al silenzio al quale lui stesso è condannato. L’Altro che vuole un oggetto parziale, la bocca, il fallo, la testa di Giovanni Battista, non ottiene che morte.
La pulsione del Soggetto è sempre pulsione di morte, non esiste pulsione di desiderio, ma soltanto il desiderio dell’Altro.

 

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mercoledì, febbraio 07, 2007

“Nel corporale è l’acqua che adempie alle funzioni dello “spirito”; nello spirituale… è da riguardare come mezzo il segno in generale e più precisamente il linguaggio”. (Hegel)

L’acqua e il linguaggio sono il segno di una differenza, il mezzo proprio del corpo e dello spirito per attingere a questa differenza. Amare l’acqua, la pioggia, il linguaggio, Il libero fluire che cattura con la cadenza dell’umiltà… Si diventa filosofi nella contemplazione delle cose, nell’umiltà, facendo il vuoto in se stessi per accogliere l’altro, Dio in noi. E’ il movimento dello spirito…! (A.)
 
“… Lo spirito, sollevandosi al di sopra della natura nella quale era sprofondato, ad un tempo sopprimendola e conservandola, sublimandola in se stesso, si realizza come libertà interiore…” (Hegel).
 
Il centauro che anela col corpo così fortemente ancorato a terra. Il fuoco è spirito e tu lo sei, anche se non lo persegui ti brucia lentamente… il fuoco ti domina, ma ti spaventa la distruttività che sottende… e t’affascina quel mistero femminile racchiuso nella profondità. (R.)
 
La natura, al di sopra della quale lo spirito tenta di sollevarsi, è il principio femminile. ...Sublimare corrisponde ad innalzare, nobilitare, sopprimere per mantenere. Quello che è immediato, visibile, chiaro, perde il suo valore nell’affermarsi della libertà dello spirito, la libertà interiore. (A.)
 
Io amo il fuoco perché sono fatta d’acqua, l’acqua mi domina ma mi spaventa la sua mancanza di forma e m’affascina il principio maschile del Logos tanto da perfondere la mia intera esistenza. (R.)
 
Impastata di gorghi scorpionici, levigata da oceani pescini, abbandonata in calde conche cancerine. (R.)
 
Le profondità marine o terrestri, qui è il potere del femminile, qui vali e la tua volontà può affermarsi. (A.)
 
“I valori di notte, sepoltura, legge divina-familiare-femminile come legge della singolarità”. (Derrida).
 
“Contro la legge che dispone della forza in piena luce, non può trovare il suo aiuto che nell’ombra esangue. Come legge della debolezza e dell’oscurità soggiace perciò alla legge della luce e della forza; perché quel potere vale sotto terra e non sopra”. (Hegel).
 
Mi viene da domandarmi poiché il  potere del femminile è sempre nella profondità se è dunque la discesa un'ascesa contraria? Tanto quanto il maschile, cosciente, fuoco spirituale s'irradia e irradia, il femminile, naturale, acqua primordiale, s'inabissa? In J. Derrida che scrive: “I valori di notte, sepoltura, legge divina-familiare-femminile come legge della singolarità”, intravedo ciò che da sempre intendo per "scavo", il bisogno , tutto femminile di sondare  per rinsaldarsi alle proprie radici, ritrovare e riportare alla luce le proprie ossa che poi sono luce intrinseca. Con il coraggio della discesa nella tomba  dove si  ritrova la propria voce e poi da lì il canto.
E giacché con Hegel mi fai dialogare ti  dirò che lo spirito femminile non è privo di coscienza, ma si avvale di una "sensitività", un dominio irrazionale ed "altro" , dove non arriva la luce tagliente del giorno-pensiero, sulla sua strada si è guidate dall'istinto. Si apre un varco   laddove è l'ombra, nella profondità dell'anima, pura luce. “Lo spirito cosciente di sé ascende la pura vetta della sua piramide… “. Così Hegel, descrive ovviamente  la supremazia dell'archetipo maschile, con la luce e la forza; è che le donne hanno sepolto nella loro profondità la loro forza, la loro selvaggia  natura mai dimenticata, sempre nostalgicamente cercata... Ed è il compito di ogni donna ritrovarla e farla rivivere portandola alla luce, cioè alla coscienza. (R.)
 
© ALFREDO R., RITA FLORIT
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venerdì, ottobre 06, 2006

Gelo

 

Se quella ragazza fosse morta per amore , \ malattia o solitudine \ non lo sapremo mai. [...] \ la donna virtuale che donò tutto il suo amore \ al fantasma di un uomo crudele \ [...] Eros -eroinomane -thànatos. \ Quella stessa identica ragazza morta \ cominciò ad essere baciata e penetrata \ da migliaia di persone... \ Per generazioni milioni di estranei premeranno \ le loro labbra e loro dita su di lei, \ una copia esatta di quelle labbra morte \ affogate un giorno gelido con l' alta marea \ e il vento che soffiava forte \ dentro le sue ossa malate a Venezia. [...] Continueranno a tentare di salvare la stessa ragazza [...] \ Quella donna che voleva soltanto amare \ ed essere un po " amata" ... \ La ragazza che divenne un oggetto... \ Che si innamorò di un fantasma greco, \ dell' uomo sbagliato ...

 

ORSAROSSA, Il banchetto dell’angelo, Edizioni Associate, Roma 2006, pp. 171, Euro 12

 
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[...] infilo anelli pesanti alle dita, \ che non tremino le mani e mi siano posate \ - quiete - lungo i fianchi - [...] \ Siamo insetti nell'ombra \ coviamo larve attendiamo crisalidi [...] \ congiunture femorali raggiri raggeli \ rauca e pigra muovo un passo \ tiro il filo mi sfilo l'anima \ la ripiego te la spiego te la dono ti perdono \ [...]. Malgrado me ebbra di vita \ ancora ho carne e fiato \ cuore di burro cuore ammaliato[...]. \ Ti sono buio e anche luce mi sei corona di spine \ gloriose rovine mi sei eco all'orecchio riflesso allo specchio \ fluida mi perdo densa mi involo \ un'attitudine,un gioco \ un'attimo solo.

 
ORSAROSSA, Inedita
 

*** 

Vento gelido
 

Orsarossa mi fa pensare ad Allen Ginsberg “Bufera di neve che spande \ ondate di polvere di ghiaccio su giardini”, con in più una dura dolcezza. Amore, droga e morte. La triade maledetta \ benedetta da Dio e rifiutata dagli uomini. Perché tutto ciò che è copula tra amore e morte spaventa il piccolo uomo rassegnato a vivere di niente. Amore, malattia o solitudine, impossibile sapere di e per cosa si muore, si muore e basta, perché amore e malattia generano solitudine, laddove l’amore non è più nulla, se non pressione \ penetrazione di mani e corpi estranei. “ Labbra morte \ affogate un giorno gelido con l' alta marea”, mai scritto nulla di più forte e duro sui nostri corpi morti, insensibili oramai alla vita, penetrati da altri corpi morti. E la riemersione da questo dolore, indifferente dolore, è un verso quasi tenero “E il vento che soffiava forte \ dentro le sue ossa malate a Venezia.” Sentire il vento nelle ossa e non sulla pelle, un vento che non scivola e accarezza, ma “soffia forte” nel cavo delle ossa malate, ed è gelido. Perché non si può amare se si vuole salvare l’Altro da se stesso, o essere solo il fantasma di una presenza in una vita de-realizzata, che fa fatica senza un minimo d’amore. Una vita che percepisce il vuoto attraverso le ossa.

Se O. R. costruisse le sue poesie non avrebbero più senso. Sono imperfette come la vita, ma in esse la vita esplode \ implode ed arriva così alla sua perfezione. A volte, bisogna attendere la fine per capire cosa c’è di perfetto in una vita “apparentemente” sbagliata, vita allo stadio larvale, spettrale, siamo insetti nell'ombra \ coviamo larve attendiamo crisalidi”, ma che non dispera di diventare farfalla.*

Stranezza del verbo, dei verbi che sembrano scontrarsi a distanza nel testo, e poi venirsi incontro; “infilarsi pesanti anelli alle dita” e “come un filo sfilarsi l’anima”. L’anello è pesante simbolo che non si dona; si da l’anima, si dona l’anima che non ha peso e non si sporca; l’anello serve solo a tenere le mani “posate – quiete - lungo i fianchi”, affinché “non tremino”. Si dona l’anima insieme al perdono. Ti perdono perché non l’hai accolta, e ti chiedo perdono di avere un corpo che ha “carne e fiato”, e un “cuore di burro”, troppo tenero, un cuore dove leggerai la mia pena e la mia condanna a vivere di niente, di un’estasi corporea che solo le non-sante hanno. Non so se è “banchetto” o “lotta” con l’Angelo.

 

“ E di ogni parola o silenzio tuo io ne faccio eco o risonanza. Ho sperato fino all'ultimo che tu potessi amarmi ,almeno un po'. In fondo non era faticoso. Una goccia d'acqua ogni tanto. Come si fa con le piante d'appartamento. Quelle dimenticate negli angoli.” (O. R.)

 

* Alice e il Bruco si guardarono l’un l’altro in silenzio per un pò di tempo. [...]. Il Bruco... si rivolse ad Alice e... le chiese: “Chi sei tu?” [...]. Alice titubò un momento, poi disse. “Io... io non so più esattamente chi sia, dopo tutto quel che mi è capitato oggi ... So chi ero stamattina, ma poi sono diventata un’altra e questo per parecchie volte... “. “Non ho capito niente!” disse il Bruco. [...] “Eppure, signor Bruco, anche lei troverà strano di vedersi un giorno trasformato in crisalide e poi in farfalla, o no?”. “Non credo proprio!” replicò il Bruco. Dipende dalla propria sensibilità – disse Alice – Per me sarebbe sicuramente molto strano.”. Per te – disse il Bruco – Ma chi sei tu in fin dei conti ?!?”*

Lewis Carroll, Alice ne paese delle meraviglie

 
 

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giovedì, ottobre 05, 2006

Veramente già nei salmi è presente la consapevolezza che nella legge naturale è riconoscibile la legge di Dio, infatti tutto ciò che è creato è buono e secondo natura.
Nonostante le due nature siano distinte, non c'è radicale separazione tra mondo divino e terreno, per due ragioni, la prima è che questo comporterebbe una qualche simmetria e secondo perché la creazione è fatta ad immagine del creatore, ne è un suo riflesso.

Nella fede ebraica come in quella cristiana l'unione con Dio è concepita sempre come un ritorno.

In San Paolo la Morte e resurrezione di Cristo non sono la fine della legge ma il suo termine naturale, dice, con Gesù stesso, non abrogazione ma compimento.
La realizzazione, la divinizzazione dell'uomo è progressiva e la legge continua ad avere la sua funzione propedeutica, nulla è dato per acquisito, ristabilita l'immagine c'è il lungo lavoro per ripristinare la somiglianza, per incarnarla.
Non credo che esista una coscienza introspettiva, credo piuttosto che la coscienza sia il luogo dell'evidenza, la tradizione occidentale ha inventato e continua a produrre sublimi trucchi per non vederla, trucchi che ci hanno valso un'arte magnifica, musica e poesia eccelse, ma che non ci permettono di uscire dalla gabbia delle antinomie.

Toporififi


Credo che questa sia una lettura semplicistica e riduttiva della Bibbia, letterale se vogliamo. Mi piace il tuo modo di argomentare, ma l’ultimo pensiero affascinante in sé, mi lascia perplesso. La filosofia, l’interrogazione, è altra cosa. Il concetto è il risultato del pensare a cui non bisogna fermarsi, indagando oltre, creando nuovi concetti. Senza l’incontro con la Grecia, la Bibbia sarebbe rimasta poco più di un libro tradizionale, a livello degli altri. Giovanni, Paolo, siamo già in Occidente con la testa. L’invisibilità, l’Infinito, la coscienza introspettiva, siamo nel trucco, un trucco geniale, che ci fa sorpassare l’apparente, il visibile e il finito per un oltre, un oltre che ci fa filosofare, poetare, scrivere, fare musica, dipingere. Un oltre che è sempre immanenza, ma immanenza radicale. L’evidenza è quello a cui non bisogna fermarsi, nulla c’è di evidente.
Cristo viene non a distruggere, ma a completare la Legge, ma “Tanto peggio per la legge”, lo scrive Paolo. Termine naturale, compimento, escatologia come fine del tempo
"discorso sulle cose ultime". Sugli uomini divini, sull’incarnazione ne dice molto di più la letteratura, ogni autore s’incarna nei suoi personaggi. Se Dio è l’autore supremo si è incarnato nel Cristo e in tutti noi.
Hegel non arriva alla Morte di Dio per una via argomentativa, non attraverso l’astrazione, ma attraverso il Calvario di Cristo. Cristo è morto sulla croce, Messia che “noi” cristiani riconosciamo come tale e come il Figlio. Abbiamo finito così di attendere un Salvatore da duemila anni. Quello del ritorno e del riconoscimento è un argomento da sviscerare. Lo riconosceremo quando, alla fine dei tempi, tornerà da noi (parusia - presenza). La prima volta furono in pochi, dodici o poco più. “Tornerò alla fine dei tempi”, ma non ci sarà un secondo Evento (Avvento), né un giudizio, né una salvezza individuale, sarà la fine e sarà tutto. Perché l’uomo non può mantenersi in vita che là dove c’è l’assenza, nel territorio della parola. La sua presenza, la sua figura, l’annienterà. Parliamo a partire dall’assenza di un evento che non avrà più luogo. Dubbio cartesiano o amletico sull’essere, o sull’essere mai più. Parliamo scartata la possibilità estrema della morte.
Mondi terreni o divini, o unico mondo, ognuno di noi è un mondo, ogni volta unico e irripetibile, e citando Derrida ogni volta che muore un amico il mondo finisce.

Alfred


Sono sempre molto scettico nell’affidare a Paolo una simile capacità speculativa. egli è piuttosto un ideologo, un costruttore di sistemi teorici erronei, e, per citare Shaw, al pari di Marx prescindenti da ogni responsabilità morale. gli va semmai riconosciuta un’abilità mistificatoria fuori del comune nella capacità di utilizzare formulazioni teologiche ellenistiche rispetto alla sapienzialità ebraica per portare acqua al suo mulino. In un approccio razionale il mondo reale, così come quello delle idee, sembra preesistere ad una realtà trascendente che appare invece come una costruzione posteriore nel proprio cammino fideistico o gnostico. La grande differenza tra l’ebraismo e il cristianesimo, a parte la “disonestà” paolina, sta appunto nella Legge. ma cos’è la Legge? voglio dirlo con grande semplicità: è tutto ciò che rende interessante il cristianesimo, cioè la coscienza. Il d-o teologico e patristico è noioso, sa di alibi, è fatto per esercitare il controllo delle intelligenze, cioè, guarda caso, delle coscienze. accanto a ciò, paradossalmente, il cristianesimo è volatile, non è fatto per tenere insieme una nazione, e questo appare una contraddizione ma non lo è se pensiamo che il dio teologico fa la sua fortuna in tempo di autoristrutturazione, di scontro feroce, di eresie, di scismi. una necessità. Il d-o ebraico al contrario non vuole essere diffuso nel mondo, ha scelto il suo popolo, e vuole che questo popolo si comporti come si deve per rimanere popolo e nazione, per tenere fede all’alleanza che non è irrevocabile. In questo senso l’ebraismo è una religione fattuale, molto poco teorica. Il cristianesimo nella sua ansia divulgativa rasenta il politeismo; l’ebraismo è un orgoglio, una differenza, una distinzione; ma al tempo stesso l’ebraismo è trascendenza, ed è in questo profondamente individuale e personale ( pensiamo solo al libro di Giobbe). Ciò che Gesù dice dell’amore lo dice perché lo ha imparato alla yeshivà. Glielo abbiamo insegnato noi, era uno dei nostri ragazzi, un promettente rabbino che aveva un’originale interpretazione della Legge. Tutto ciò che è avvenuto dopo non lo riguarda, non è mai stato cristiano. Sintetizzo: jhvh è profondamente terreno, e profondamente mistico, senza nessuna antinomia; e a mio avviso, la diaspora interpreta, paradossalmente, il vero spirito dell’ebreo nella sua erranza, metafora della modernità antimoderna di tutto l’occidente più creativo. Non so se sia stata la fretta messianica a portare Paolo a damasco, ma so bene che il cristianesimo è un’eresia ebraica, che ha fatto quella nota fortuna storica cui l’ebreo non è minimamente interessato.

Dawidh


Verso la fine del settecento, pochi anni dopo la pubblicazione dell'enciclopedia di Diderot, a Venezia veniva pubblicata un'altra enciclopedia, la Filocalia, la raccolta dei testi patristici sulla preghiera del cuore.
Ho l'impressione che vediate, (curiosamente vi assimilo in qualche modo), il cristianesimo e San Paolo (L'Apostolo per antonomasia) con gli occhi della scolastica medioevale e nella forma che il regime carolingio volle imprimere alla chiesa d'occidente.
In questo senso il cattolicesimo, la parte più visibile del cristianesimo, è un'eresia cristiana
e non corrisponde più che per le comuni origini e qualche aspetto formale, che fortuitamente si è conservato, alla Chiesa originaria come si è formata nei primi secoli e con i primi sei concili ecumenici.

Fare di san Paolo un filosofo ellenista o un ideologo convertito significa prescindere da quello che è l'aspetto più evidente; la praxis, l'esperienza diretta che ha fatto di ciò che dice, del suo Vangelo
.
Nel cristianesimo si dice che gli ebrei cercassero il miracolo e i greci la filosofia, ma benché i primi grandi padri fossero filosofi e taumaturghi insieme, l'insegnamento è sempre quello dell'esperienza, noi ortodossi abbiamo conservato pressoché inalterate preghiere e riti perché funzionano, non ci è utile sviscerare a parole il mistero che ci fonda, possiamo invece conoscerlo personalmente.

Non so cosa voglia dire: Senza l’incontro con la Grecia, la Bibbia sarebbe rimasta poco più di un libro tradizionale, a livello degli altri.

La Bibbia è un libro tradizionale, è scrittura viva, ma non è speculazione quello che se ne trae.

Quando parliamo di Verbo divino non ci riferiamo alle scritture e tanto meno alla parola filosofica, ma ad una persona, la seconda persona della Trinità e il rapporto è personale
e non mediato da dogmi o vicari in terra.
Per questo non ci interroghiamo, chiediamo direttamente a chi ha fatto l'esperienza, a chi è andato e tornato e conosce la strada e su questa camminiamo
riconoscendone all'occorrenza i passi segnalati.
Dimensione soggettiva e fideistica? peut-être, la coscienza è uno schermo così sottile che si può pensare che non ci sia o che sia semplicemente un'idea, io la considero presenza
viva, conformismo e anticonformismo escono dallo stesso berretto, ho trovato casa, questo è necessario per vivere la mia diaspora.

Toporififi


Qui siamo nella teologia più che nella filosofia, in tal modo mettete uno dei due piedi, spesso tutti e due, su un gradino. In David mi interessa il concetto di “differenza”. Questo concetto presuppone “le differenze”. Elezione e orgoglio sono, invece, concetti che “chi filosofa” non può impiegare, pena la rottura di ogni dialogo con l’Altro. Commenti di questo tipo, per il loro vigore polemico e altero, indurrebbero a rispolverare la “Questione ebraica”. Non ora. Dio non si scrive e non si pronuncia, ma si fa a propria immagine e somiglianza, strano rovesciamento delle parti, presunzione senza limiti, ipocrisia. È un falso pudore quello su Dio, perché ci assomiglia troppo. Lo vogliamo troppo simile a noi, a nostro uso e consumo. Deve essere ebraico, innanzitutto, altrimenti non c’è più un Dio unico, già il fatto di dividerlo in tre persone, politeismo. Non deve essere noioso, cioè non deve filosofare, non sia mai. Deve essere un Padre, comandare, far soffrire il suo popolo, ma essere immune da sofferenza, lasciamola al Figlio, ai figli.
Che la mia coscienza preveda una Legge qualsiasi è una contraddizione in termini. L’udire le voci di Mosè, era la Voce della coscienza, o schizofrenia.
“Gli dèi che, all’alba dell’umanità, riempirono il mondo furono false personificazioni dell’uomo. Gli uomini, allora, erano soggetti al richiamo interiore di un dio; la natura umana era scissa schizofrenicamente”. “Interiorità” è nel platonico, interiorità nello stoico, in Agostino, che inaugura la letteratura occidentale con le sue peccaminose confessioni, interiorità è in Kant, il cielo sopra di me, la legge morale dentro di me. La coscienza non è una serie di precetti, comandamenti, principi ricevuti per tradizione. La filosofia moderna origina, invece, dal dubbio cartesiano, esiste solo la coscienza di sé, non si esce mai da sé se non per andare verso l’altro, un’altra coscienza, o verso il nulla. Che cos’è “L’io penso, dunque sono”, o semplicemente “l”Io penso” kantiano, o l”autocoscienza” di Hegel. Marx arriverà, attraverso Hegel, al concetto di “alienazione dell’uomo”; è attraverso la “coscienza alienata” o “infelice” che l’uomo arriva alla consapevolezza di sé, di essere solo.
Il nostro corpo è solo tra milioni di corpi, ma di questo ci dimentichiamo perché viviamo nell’astrazione della mente. Questo individualizzarsi che è la coscienza dell’uomo, compimento della creazione (evoluzione), ma anche “culmine della disperazione” (Cioran). È il Figlio a soffrire, è Giobbe, è l’uomo che soffre, non il Dio Padre. Giobbe e Leopardi o la disperazione del vivere.
E se iI pragmatismo del secondo commento fosse solo apparenza, se la fede nel Verbo (Giovanni) non fosse altro che fede nella parola\parole. È qui l’incontro con la Grecia.. Né Via, nè Verità, né Vita, ma il Logos.
Cos’è l’Incarnazione se non il peso del corpo e dell’anima scagliati in un frammento d’eternità rappresentato da parole. Non c’è vento che le disperderà. Letteratura, poesia, opere di finzione, niente di più falso che questa espressione. Ma la parola non ci fa immortali, non ci aiuta a dimenticarci del corpo o a uscirne, ma ci fa vivere anche nell’assenza, ci rende presenti all’altro nell’assenza. È un’illusione e un miracolo, quello del Verbo.
Elezione o Ortodossia, soliti errori. Non sapere cosa sia l’universalità dell’amore, messaggio evangelico, mistico. Non vedo una grande apertura all’altro negli uomini che devono rintanarsi nelle proprie credenze per sopravvivere.

Alfred

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lunedì, ottobre 02, 2006

In termini ebraici, la realtà del mondo esterno non è visibile nelle leggi naturali (halikhot olam), ma viene rappresentata dalla Torah o Legge divina (halakhah). Una crisi relativa alla validità delle strutture del mondo si traduce, quindi, “giudaicamente” nel problema della validità della Legge. Contrapponendomi a Scholem, vorrei dimostrare che la strategia di Paolo di abolire la Legge non è stata dettata da motivazioni pragmatiche, una resa a un “impulso proveniente dall’esterno”, essa piuttosto segue rigorosamente la “logica immanente” di Paolo che deriva dall’accettazione di un messia giustamente crocifisso secondo la Legge. Tanto peggio per la Legge, sostiene Paolo; e perciò deve sviluppare la sua teologia messianica in una forma “totalmente antinomica”, che culmina nella dichiarazione che il messia crocifisso è “la fine della Legge” (Rm 10, 4). La crisi dell’interiorizzazione obbliga Paolo anche a distinguere tra un ebreo che è tale solo “esteriormente” e un ebreo che lo è anche “interiormente” (Rm 2, 28) – la parola “cristiano”, per lui, non esisteva ancora. La crisi è un evento intimamente ebraico. La crisi dell’escatologia diventa, per Paolo, una crisi di coscienza.
Volgendo l’esperienza messianica all’interno, Paolo apre la porta alla coscienza introspettiva dell’Occidente. Quel cattivo genio di Hitler aveva capito che la “coscienza” è un’ “invenzione ebraica”.

 
Jacob Taubes, Il prezzo del messianesimo, Quodlibet
 


La coscienza è l’esistenza della pura interiorità, la “pura interiorità esistente”. “La coscienza è interiore, ma costantemente tesa al mondo, a decifrarlo, c’è un vuoto da colmare tra la coscienza e il regno del mondo”. Il regno del mondo governato da una Legge che non ha più valore assoluto. La coscienza è la Legge del cuore. L’umanità che segue la legge del cuore non vuole sottomettersi e non può, allo stesso tempo, trasgredire una Legge che gli impedisce di godere della realtà terrena (Hegel). La fuga della coscienza dalla realtà del mondo terminerà in Hegel nella coscienza infelice. Di contro a questa coscienza pura, intellettuale, avremo la fede, la “quieta positività” della fede nel mondo e nell’aldilà di “questo mondo” contro il negativo assoluto della coscienza. Il passaggio dal cuore “elemento pervertito e perversore” alla coscienza pura che nega ogni realtà al mondo non potrà che produrre in Hegel la “morte di Dio”, annunciata prima di Nietzsche. “La palpitazione del cuore per il benessere dell’umanità, pertanto, trapassa ora nel furore delirante della presunzione, nella furia della coscienza che vuole salvarsi dalla propria distruzione”. La morte di Dio è il naturale epilogo della coscienza della propria morte che trascina con sé ogni realtà terrena e positiva, il regno delle ombre inghiottirà il regno del mondo e sarà come non esser mai esistiti. “ (La coscienza) denuncia l’ordine universale come una perversione della legge del cuore e della sua felicità. Una perversione tramata e manipolata da preti fanatici, da despoti corrotti...”. [...]. In realtà la fonte di sconvolgimento e di perversione è il cuore stesso”. La legge del cuore, singolare che si vuole universale, “non riesce a sopportare la luce del giorno, esposto a questa luce, va a fondo”. Il cuore non ha, quindi, realtà, trapassa nella non-realtà; non è in grado di sopportare il dolore del mondo, la realtà della morte. La morte del dio vivente o dell’ “uomo divino” (Hegel), una morte astratta, “questa morte è il sentimento doloroso della coscienza infelice per la quale Dio stesso è morto... Il ritorno della coscienza nella profondità del la notte, dell’Io = Io, la notte che non fa differenza e non sa più nulla al di fuori di se stessa.”

 
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categoria:testi, letture, filosofia, dialoghi
sabato, settembre 30, 2006

« Il y a enfin, au cimetière de Monterchi, la Madonna del Parto. Sur le fond de parfaite symétrie des anges et des rideaux, dans un espace sans profondeur, dans ce lieu plan où l’intemporel n’a cessé de hanter les peintres, elle désigne avec une étonnante ironie, presque imperceptible et pourtant, si j’ose dire cosmique, un peu – cette fois – chinoise, la croissance de cette vie certes sacrée dans son ventre. Nulle impudeur dans cette suggestion si exactement transcrite en termes de pur espace, mais rien non plus d’idéalisé. Je reconnais et salue ici cette attention sans détour aux contradictions de ce qui est, vie ou nombre, accident ou loi, ténèbres ou lointains de rassurante lumière, qui est la vocation de la plus haute conscience et le principe du plus grand art ».

 
« C’è, infine, nel cimitero di Monterchi la Madonna del Parto. Su uno sfondo di perfetta simmetria degli angeli e dei tendaggi, in uno spazio senza profondità, in questo luogo sospeso dove l’eterno non ha finito di ossessionare i pittori, essa indica con sorprendente ironia, quasi impercettibile e tuttavia, avendo l’audacia di dire, cosmica, un po’ cinese questa volta, la crescita di questa vita innegabilmente sacra nel suo ventre. Nessuna impudicizia in questa suggestione, così esattamente trascritta in termini di puro spazio, ma neppure niente di idealizzato. Riconosco e m’inchino qui a questa attenzione senza distrazioni alle contraddizioni di quel che è, vita o numero, caso o legge, tenebre o lontananze di luce rassicurante, che è la vocazione della più alta coscienza e il principio della più grande arte ».
 
 
Yves Bonnefoy, L’humour, les ombres portées in L’improbable e autre essais, Folio Gallimard
 
 
 
 
 
 

« La Madonna del Parto, con quella bella fronte spaziosa, gli occhi curiosamente aperti, la bocca piccola e serrata, ha molte somiglianze con la Vergine del Polittico della Misericordia, le dame della Regina di Saba o la Vergine dell’Annunciazione. Piero rimane fedele a questo volto lievemente imbronciato [...].
Quale può mai essere la psicologia di questi esseri distanti da ogni forma di vita interiore ? Una psicologia da sonnambuli, una psicologia atona, misteriosa, diffusa, troppo sottile per essere espressa in parole [...]. L’impassibilità, l’eterna immobilità di questi solidi umani, di queste maschere appena sfiorate da un ombra di passione che si posa sui volti, irrigidendone i muscoli. [...]. Al di sopra del caos, al di sopra della mediocrità, questi individui vivono in una pace sovrannaturale. [...]. “ Vi sono uomini e donne che hanno visto cose sorprendenti ”. »

 
Henri Focillon, Piero della Francesca, Abscondita
 
 
 
 
 

« Lo spazio dipinto varia a seconda che la luce sia fuori della pittura o dentro la pittura stessa: con altre parole, a seconda che l’opera d’arte sia concepita come un soggetto nell’universo, rischiarato come gli altri oggetti dalla luce del giorno, o come un universo avente la sua propria luce, la sua luce interna, costruita secondo certe regole. Senza dubbio, anche questa differenza di concezione è legata alla differenza delle tecniche, ma non ne dipende in modo assoluto. La pittura ad olio può sfuggire all’emulazione dello spazio e della luce; la miniatura, l’affresco, le vetrate stesse possono costruirsi una finzione di luce in un’illusione di spazio. Teniamo conto di questa libertà relativa dello spazio verso le materie ov’esso si incorpora; ma teniamo anche conto della purezza con la quale esso assume questa o quella figura secondo questa o quella materia. »

 
H. Focillon, Vita delle forme, Einaudi
 
 
 
 
 

« Contantin dort sous sa tente rouge et or, une tente semblable à celle que découvrent deux anges offrant à la vue la Vierge enceinte et fendue (Madonna del Parto). »

 
Philipe Sollers, Le paradis de Piero, in La guerre du goût, Folio Gallimard
 
 
 
 
 

« La partenogenesi nella visione soprannaturale di Piero, nella Madonna del Parto di Monterchi. Significativo: è in un cimitero, tra resti di disincarnati, ha una relazione con quelle ossa morte. »

 
Guido ceronetti, La pazienza dell’arrostito, Adelphi
 
 
 
 
 

L’antico nome della chiesa S. Maria in Silva muove a riflettere sul perché Piero della Francesca ha scelto quel luogo per la sua Madonna del Parto. Un luogo boscoso, nascosto, un luogo d’ombre. Nella simbologia dell’affresco ricorrono gli stessi motivi legati all’occultamento e allo svelamento improvviso di una verità. La tenda aperta e sostenuta da due angeli rimanda al simbolismo biblico, al Libro dei re, al luogo d’ombra scelto dal Signore, all’Arca dell’Alleanza dove non c’è nulla se non le Tavole della Legge, la Torah . Chi conosce la Leggenda della Vera Croce sa quanto fosse importante per Piero della Francesca l’elemento mitico, fantasioso, legato al Cristianesimo. In Piero non c’è la realtà della Croce, il dramma di Cristo, piuttosto c’è un simbolo di salvezza. Il diritto di culto appartiene alla sfera privata dell’individuo. La coscienza religiosa è la coscienza individuale privata. E’ “il cuore che fugge il mondo 1 ”. “Il Cristianesimo è la base trascendente dell’umanità. 2 ”. “La religione si sposta dalla sfera dello Stato a quella della società civile, questo non costituisce una tappa, ma il completamento dell’emancipazione politica che non sopprime dunque la religiosità reale dell’uomo e che, del resto, non cerca affatto di sopprimerla. 3

 
 1 2 3 (K. Marx)
 
 
 
 
 
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categoria:testi, letture, letteratura, frammenti, filosofia, dialoghi
lunedì, giugno 05, 2006
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Riflessioni su un testo inedito di Starobinski (Fratello nella malinconia: il ritratto del dottor Gachet di Van Gogh. Una diagnosi contestata), presentato da M. Galzigna.
 
“ E poi sentire le stelle, e l’infinito lassù”. (Van Gogh)
È plausibile che Van Gogh si sia suicidato per non pesare economicamente sul fratello ? Oppure che abbia visto la morte come l’estrema possibilità del suo esserci, il raggiungere in anticipo la dimensione dell’eternità, “quell’infinito per il quale, egli dice, ci si imbarca come su un treno verso una stella1 ”.
“ Se il tempo trova il suo senso nell’eternità, allora esso va compreso muovendo da quest’ultima 2 ”.
Che Van Gogh sia stato cacciato dalla vita dal fratello con l’annuncio della nascita del figlio; poi dal dottor Gachet che lo mandava a dipingere dal vero, in pieno giorno, mentre stava male, per non farlo pensare. Questo sostiene Artaud in un libro lucidissimo 3.
Quale coscienza aveva Van Gogh della propria malattia, della propria malattia di vivere, e fin dove poteva arrivare in questa presa di coscienza, guardando il dolore del mondo, senza sprofondare.
Si può pensare al suicidio di Van Gogh come ad un’improvvisa esplosione di colore. Contro la desolazione del mondo, del presente. Il cattivo presente che lo sommergeva di rumore, di voci minacciose. La desolazione del mondo che si riflette nella desolazione di un volto, ecco il punto di identificazione tra Van Gogh e il dottor Gachet; “ Il punto di convergenza di queste diverse identificazioni, nel registro verbale, è la parola « desolato » nel significato forte di ferito 4 ”.
È a partire dal ritratto che gli fa che Van Gogh si identifica con il dottor Gachet. Non dipinge se stesso, ma qualcuno che gli appare “più malato di lui, o quanto lui”. Perché, per vedere la “ferita” dell’essere, bisogna andare oltre se stessi, oltre lo specchio, oltre la pittura dal vero, oltre quel che Gachet gli imponeva “dipingere dal vero, [...] senza mai oltrepassare il vero, senza mai andare più lontano del vero ”.
Il dottor Gachet è solo un essere in lutto, malinconia tutta terrena che si tiene lontana dal malinconico delirio d’infinito che ha colpito Van Gogh. Da Sorrow al Ritratto del dottor Gachet, Van Gogh dipinge per un profondo bisogno di identificazione col dolore che pervade il mondo, corpi e cose, perché solo nel dolore gli si rivela la fraternità.
“ Van Gogh vuole imporre il corpo di Sien come totale sorrow (il proprio, di lei, del mondo) 6 ”. Acutamente G. Ceronetti definisce Sien, la prostituta amica di Van gogh, non donna di dolori, ma man of sorrows. “ In lui covava una segreta violenza omicida e suicida, che si placava in raffiche di redenzioni erotiche di corpi femminili, alberi, sedie, girasoli, biliardi, ulivi, scarpe, libri, ponti, volto suo di dolore 7 ”. “ Tra Sien in nero e la nuda di Sorrow c’è lo studio di un albero, superbo groviglio di dolore ilico, man of sorrows di rami e radici neri, sviscerata angoscia che su una riva invernale di fiume supplica la carezza di qualche « gentile conforto ». [...] Per lui quell’albero e il nudo di sorrow sono la stessa cosa, lo stesso grido ”.
Il microcosmo del dolore. “ La douleur déploie son microcosme par la réverbération des personnages. Ils s’articulent en doubles comme en des miroirs grossissant leurs mélancolies jusqu’à la violence et le délire. Cette dramaturgie de la réduplication rappelle l’identité instable de l’enfant qui, dans le miroir, ne trouve l’image de sa mère que comme réplique ou comme écho (apaisant ou terrifiant) de soi-même 9 ”.
Nel dottor Gachet la malinconia, l’affievolirsi dello slancio vitale, è subentrata ad un’iperattività che egli ancora, inconsciamente, fa passare su Van Gogh, quand’egli, invece, avrebbe bisogno di quiete, di sonno. Di un riflesso pacificante negli uomini e nelle cose: i colori; come il bambino della figura materna. Così dipinge il dottor Gachet, così la sua camera ad Arles: “Questa volta si tratta semplicemente della mia camera. Solo il colore deve determinare qui un effetto e, tramite la semplificazione che dona alle cose uno stile maggiore, suggerire quiete o, in generale, il sonno” (Van Gogh).
E Van Gogh ha sempre trovato la pace nei colori, nel loro armonizzarsi sulla tela, l’equilibrio del colore contro la malattia. Fino a quando, improvvisamente, i colori si sono mescolati, l’esplosione del colore e dell’immagine di se stesso, il colpo al cuore.
“ E aveva ragione Van Gogh, si può vivere per l’infinito, soddisfarsi solo d’infinito...10 ”.
 
Artaud A., Van Gogh il suicidato della società, p. 62
2 Heidegger, Il concetto di tempo. Sull’esserci come non più e sul cattivo presente del quotidiano.
Artaud A., Ibid., p. 62
Starobinski, Fratello nella malinconia...
Artaud A., Ibid., p. 93
6   Ceronetti G., Dolore–Tempo-Thanatos
7 8 Ceronetti G., Ibid.
Kristeva J., Soleil noir. Dépression et mélancolie
10 Artaud A., Ibid., p. 60
 
 
 
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sabato, novembre 12, 2005
Guillaume : tu connais cette citation « L'amour en littérature est bien ce désir qui meurt dés qu'il est accomplit. Comme si son assouvissement devenait un assoupissement. Comme si, une fois la compagnie acquise, elle l'était définitivement, ainsi qu'un bien obtenu après force batailles. »
« L’amore in letteratura è quel desiderio che muore non appena è soddisfatto. Come se il suo appagamento divenisse un assopimento. Come se, una volta la compagnia conquistata, lo fosse definitivamente, alla stregua di un bene ottenuto dopo numerose battaglie. »
 
Alfredo : je peux penser à Chamfort, La Bruyère, Stendhal, Proust ecc.
« ... l’amour, tel qu’il existe dans la société, n’est que l’échange de deux fantaisies et le contact de deux épidermes1 ».   
« L’amoureux assouvis n’a aucun besoin d’écrire, de transmettre, de reproduire »« L’innamorato appagato non ha alcun bisogno di scrivere, di trasmettere, di riprodurre2 », 
« L’amant ne peut se rassasier de la jouissance de ce qu’il aime3 ».
 
Guillaume : la première phrase contient l'idée de Socrate sur l'amour : le désir meurt dès que l'amour est assouvit; et les deux dernières reprennent des idées de « Don Juan » de Molière et de « Valmont » de Laclos car Don Juan et Valmont sont des libertins.
 
Alfredo :« L'amour en littérature est bien ce désir qui meurt dés qu'il est accomplit », en littérature l’amour est désir, perpétuel désir, qui ne peut donc s’accomplir sans mourir, c’est à dire que l’amour en littérature n’a jamais fin. Justement ce qu’écrit Roland Barthes : « L’amoureux assouvis n’a aucun besoin d’écrire, de transmettre, de reproduire ». 
 
Guillaume : il y avait aussi la théorie de André Breton : l'amour dans la vie dure longtemps mais dans la littérature, il dure toujours... lorsqu'on aime quelque chose , qu'on le garde ou pas , on l'aime toujours .
 
Alfredo : « Et l'amour ? L'amour qui ne compte pas les temps, qui n'a pas d'âge, qui va ici et là, et fait son travail de papillon... Mais la mémoire devient irréelle. Et si l'on avait confondu l'amour avec le désir – ou simplement aimé le désir ? 4»
 
Chamfort
Roland Barthes
3  Stendhal 
Hector Bianciotti
 
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sabato, ottobre 01, 2005
Dal virtuale alla letteratura. Maldonado, Borges, l’eternità.
 
Lo stile del desiderio è l’eternità. (J. L. Borges)
 
Se la “letteratura” avesse una porta d’ingresso, dovrebbe portare quest’iscrizione: “O voi ch’entrate, tenetevi lontano dalla verità!”. Primo corollario: la didattica è un inganno. Come i metafisici di Tlon non cerchiamo la verità... ma la sorpresa. L’unico mezzo per diventare “eteronimi” di noi stessi è lo specchio, ma “lo specchio è abominevole perché moltiplica la realtà”.
Tema della moltiplicazione all’infinito di parole, immagini e informazioni ( “per localizzare il libro A, consultare previamente il libro B... e così all’infinito” ) e al controllo; alla mitizzazione della virtualità come luogo supremo della libertà... che può con facilità trasformarsi in prigione reale.
In un mondo in cui tutto è mitizzato, idealizzato, idolatrato, “critica” vuole ancora dire demistificare, smascherare e anche distruggere. Ma il feticcio del quale dobbiamo sbarazzarci, come scrive T. Maldonado, non è il reale. “Nell’accettazione incondizionata dell’apparenza vi è una sorta di paura per la realtà”.
Dovremmo, seguendo Maldonado, parlare di “ambiente virtuale” piuttosto che di “realtà virtuale” che, come l’espressione “realtà reale” non significa nulla, perché ognuno di noi ha una sua “versione” del reale. “Virtuale non è una novità perché l’uomo ha da sempre irrealizzato la realtà, rappresentato e creato mondi illusori, simbolici. Mondi simbolici che svolgono un ruolo di mediazione tra noi e il mondo reale”. Il mondo è rappresentazione dell’uomo (Schopenhauer) e questa facoltà è all’origine delle pratiche creative. La fascinazione dell’ambiente virtuale è nella possibilità di “avvicinare” l’altro al di là delle barriere spazio-temporali. L’atto di lettura, esperienza passiva alla stregua della percezione del presente e del nostro angolo di mondo in cui siamo gettati e confinati, può diventare condivisione di un tempo e di uno spazio non vincolati dalla cronologia e dalla distanza, un “tempo dell’anima” (Ricoeur)
“Ogni immagine, reale o virtuale che sia, è un misto di innocenza e di non-innocenza percettiva [...] Che cosa tiene insieme il nostro comune agire nel mondo? Certamente, le nostre illusioni condivise, ma anche le nostre esperienze concrete altrettanto condivise. La nostra percezione visiva può essere causa di sconcertanti, imbarazzanti abbagli, ma anche... di gratificanti certezze”. (T. Maldonado)
La prospettiva di uscire dalla gabbia della realtà per entrare nella gabbia del virtuale non è certo allettante.
 
“È noto che l’identità personale risiede nella memoria, e che l’annullamento di questa facoltà comporta l’idiozia. Lo stesso si può pensare dell’universo. Senza un’eternità, senza uno specchio delicato e segreto di ciò che accade nelle anime, la storia universale è tempo perso, e con essa la nostra storia personale – il che ci rende fastidiosamente spettrali”. (Borges)
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categoria:testi, frammenti, dialoghi
lunedì, settembre 19, 2005

Emozionante dilemma: se l’uomo sia prima della parola o se la parola sia prima dell’uomo; ovvero tradotto in termini filosofici se l’essere è prima degli enti, dell’esistenza, o piuttosto se tutte le cose hanno origine dal nulla..

La parola come voce mette in gioco la questione dell’essere come presenza, il farsi avanti, il venire alla luce, l’essere-qui sulla terra. L’Essere si fa “spazio” nel Cogito attraverso la parola proferita. Per la metafisica occidentale noi assumiamo la nostra identità di esseri naturali, una volta per tutte, dicendo “Io sono”, attestando la nostra presenza unica e irripetibile “Io sono io” (Ich bin ich). La parola come attestazione di una presenza non comporta né un’origine né una fine, non mette in dubbio il venire alla luce degli esseri naturali dal nulla e il ritornare nel nulla, non prevede il tempo come distruzione...

continua

 

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categoria:dialoghi
martedì, agosto 09, 2005
 
 
 
 
Chambre claire, chambre obscure. Mystification : « Mio padre disse che non vedeva l’ora di leggere “La mystification”, quel piccolo libro di Diderot scoperto molto tardi »1. In ogni caso, per Barthes, è l’essenziale appartenenza alla categoria di coloro che non sottolineano i libri, ma ricopiano i passi chiave. « L’amore per l’arte visuale, la metafora del “corpo” d’opera, di un’opera come corpo: di solito non si scrive su un corpo amato »2.
Diderot, passione fino alla morte per Sophie Volland, testimoniata dalla figlia, morirono nello stesso anno (1784). Denis gli sopravvisse cinque mesi, amore trentennale, corrispondenza infinita. Legame d’amicizia tra Diderot e Grimm, “lesbismo” di  Sophie. « Ma Sophie est homme et femme, quand il lui plait »3. Diffidare sempre di coloro che Diderot chiamava “les  malintentionnés”. Conta soltanto il desiderio d’eternità al di là della morte; « L’arte rende l’amore interminabile4, è l’amore pensato in termini d’infinito5 »; « Si les molécules de votre amant dissous venaient à s’agiter, à se mouvoir et à rechercher les vôtres éparses dans la nature... l’éternité en vous et avec vous »6.
« Il faut regarder les statues comme des êtres qui aiment la solitude et qui la cherchent, des poètes, des philosophes, et des amants, et ces êtres ne sont pas communs »7.
« “Per poter parlare bisogna cercare l’appoggio di altri testi”8, solo per restare poi all’ombra di se stesso »9. Ma Susan Sontag ha scritto forse la frase più bella parlando degli occhi di Barthes: « Aveva occhi splendidi, che sono sempre occhi tristi. C’era un po’ di tristezza in tutti i suoi discorsi sul piacere; Frammenti di un discorso amoroso è un libro tristissimo »10.
Anche Derrida parla  della tristezza di Barthes:  « Mi piace pensare a Roland Barthes, oggi, attraversando la tristezza, oggi la mia e quella che ho sempre sentito in lui, quella tristezza sorridente e affaticata, disperata, solitaria, fondamentalmente incredula, raffinata, colta, epicurea, che scorre senza irrigidirsi, continua, fondante e disincantata sui fondamenti  »11. E Derrida legge “La camera chiara” come un libro del lutto, il lutto di se stesso: « ... quelli che so che si amano, io penso: l’amore è come un tesoro che va a sparire; quando io non ci sarò più, nessuno potrà farne testimonianza: resterà solo l’indifferente Natura. E’ uno strazio così pungente, così intollerabile... »12.
Amiamo per niente, già in lutto di noi stessi. Ci siamo per così poco, un attimo tra la Natura distruttrice e l’indifferente Natura. Materia sola di sogni immateriali.
 
 
1 Bernhard Thomas, Perturbamento
2  9  10 Sontag Susan, Ricordando Barthes
3  6  7 Diderot, Lettres à Sophie Volland
4 Ovidio
5 Farouche
8  Barthes Roland
11 Derrida Jacques, Le morti di Roland Barthes
12 Barthes Roland, La camera chiara
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categoria:dialoghi
giovedì, aprile 14, 2005

Il volere rintracciare la conformazione del linguaggio alla realtà è un errore, la lingua fa a meno delle cose e del mondo, dice il dicibile e l’indicibile, il reale e l’irreale, il vero e il falso, l’esistente e l’inesistente, il possibile e l’impossibile. Il linguaggio è astratto, poetico, onirico, seducente; il linguaggio fa esplodere il mondo. La lingua rispetta una sola regola: la libertà d’espressione, il bisogno di esprimersi del soggetto in un momento della propria esistenza, anche dicendo il falso. La necessità di esprimersi è una necessità interna, della soggettività. Nominare le cose è andare oltre il mondo, la cosa nominata è annullata fenomenicamente e colta nella sua essenza. Una rosa è una rosa è una rosa, e non è già più una rosa, ma l’essenza della rosa, la rosa (cosa) in sé, l’assenza della rosa. La rosa che mai coglierò. La rosa dei miei pensieri. La rosa di ieri e la rosa di sempre. La rosa che già più non è: è la rosa che sempre sarà per me. La rosa che ho detto, nominato e amato.

 

Dialoghi IX

 

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sabato, gennaio 08, 2005
Il linguaggio crea una relazione, perché con le parole noi ci denudiamo di fronte all’Altro, ma restiamo ancora nella Separazione. Ogni discorso non può fare a meno di riconoscere che c’è un Altro, oltre a me stesso. Se non riconosciamo che l’Altro si offre a noi nella completa nudità dl suo Volto e nella sua totale alterità, difficilmente arriveremo a comprendere l’Assoluto del Desiderio. Andremo alla ricerca di un essere che ci completi, rivelando così una mancanza e non l’autonomia della Separazione. L’incipit del libro di Lévinas Totalità e Infinito: “La vera vita è assente. Ma noi siamo al mondo. La metafisica sorge e si mantiene in questo alibi” è, nella sua chiarezza, quasi insostenibile. Inutile illuderci, noi siamo al mondo, il mondo è sorto per noi; il nostro essere-qui è il nostro venire-al-mondo. Perciò l’uomo non può essere lasciato solo; ecco che il pensare all’Altro si risolve nel pensare il totalmente altro, come l’inizio di ogni metafisica.
“L’affettività non affonda le sue radici nell’angoscia intesa come angoscia del nulla”. L’emozione nasce dal non essere soli, grazie agli altri. L’affettività che ci avvicina e ci stringe agli altri non è la paura del nulla, ma la paura di essere soli nello spazio sconfinato. Il discorso filosofico travalica nello psichismo. Tramite i sentimenti, il semplice sentire l’altro noi sperimentiamo se c’è un contatto affettivo o una barriera affettiva (Binswanger). Quante volte ci è capitato di voler stabilire un rapporto con un altro e di non riuscirci perché c’era una barriera tra noi; ogni nostro sforzo veniva respinto, noi ci sentivamo respinti, non per volontà dell’altro, ma per la sua estraneità al nostro sentire. Nessun sentire comune ci “accomunava”, ecco sorgere la barriera affettiva. L’iperemotività è alla base di tutte le paure, notturne e diurne, perché siamo nell’attesa e viviamo nell’attesa dell’altro.
Che vita! La vera vita è assente. Noi non siamo al mondo”. Si può pensare che la frase di Lévinas sia un rovesciamento della frase di Rimbaud, della sua Stagione all’inferno e del suo rifiuto della mano amica, dell’altro, “J’ais vu l’enfer des femmes là-bas”. O è soltanto il cercare un alibi al fare filosofia, alla metafisica. “Filosofi, voi appartenete al vostro Occidente”.
Dialoghi III
postato da: alfred58 alle ore 15:20 | Permalink | commenti (4)
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