martedì, aprile 29, 2008

L’essere, proprio in quanto tace se stesso e si nasconde nel silenzio, sarebbe anche l’origine del linguaggio.

“L’essere è nascondimento e origine.”

“L’essere è il fondamento abissale e il silenzio.”

(Heidegger)

 

 

Si riconosca una traccia nel segno e siamo già “in cammino verso il linguaggio”. Un cammino che è un non sottrarsi all’altro, visibile solo nelle sue tracce, passato che ripercorro mettendomi in cammino, seguendo un ombra.

 

 

 

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venerdì, marzo 21, 2008

“Almeno una cosa è certa: che Nietzsche ha scritto, se non compreso, “Ecce homo”. Ecco l’uomo, quello che grida: Ut quid dereliquisti me? Ecco l’uomo abbandonato, l’abbandono dell’uomo. Ecco l’uomo, l’essere abbandonato. Il destino dell’amore è congiunto a quest’abbandono.

 
“Derelizione dell’essere : ci sono degli abbandoni crudeli e degli abbandoni pieni di grazia, ce n’è di dolci, di impietosi, di voluttuosi, di frenetici, di felici, di disastrosi, di sereni. La sola legge dell’abbandono, come quella dell’amore, è di essere senza ritorno e senza ricorso.” 1

 

***

 

L’Ecce homo è l’uomo abbandonato, spogliato e privato della sua umanità, del suo esser-ci. Pilato abbandona Gesù al suo destino; il ritorno all’indifferenza dell’essere senza ritorno. Cristo offre il proprio corpo in remissione (del peccato), ma rimette l’anima tremante nelle mani del Padre.

 

1   J. L. Nancy, L’essere abbandonato, Quodlibet

 


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giovedì, gennaio 24, 2008

L’uomo ha una struttura polare per cui la parte superiore corrisponde esattamente alla parte inferiore. Il polo superiore e inferiore sono omotipici e il sistema urogenitale del polo inferiore corrisponde, dal punto di vista degli organi e delle funzioni, esattamente al sistema respiratorio e vocale del polo superiore. Inoltre il sistema e l’attività del sesso trovano la loro esatta corrispondenza polare nel sistema e nell’attività della voce. Le secrezioni del sesso e quelle della parola sono omotipiche, le ultime maturano come le prime ed escono all’esterno per la fecondazione. Vi è un certo paradosso insito in questa omotipia, e lo si smarrisce se non si tiene in conto che il seme apparentemente è solo una goccia di liquido: in verità è un esser altissimamente misterioso, un essere intelligente, come dicevano gli antichi, poiché è il portatore della forma, di qualcosa di più sapiente di quanto il più sapiente potrebbe escogitare, della ragione oggettiva e di quella soggettiva, del pensiero; e inoltre è carico di energie occulte il cui scambio rappresenta il centro dello scambio tra i sessi. Il seme ha cioè il suo morfema, il suo semema e il suo fonema: e questa è la parola, che produce il legame soprattutto da parte dell’ousía umana. Tutto ciò che si dice contro la parola pronunciata, contro la sua presunta nullità, ugualmente vale per il seme, salvo che qui l’accento non va tanto sulla insignificanza materiale della goccia di seme, ma sulla sua mancanza di struttura e di significato, mentre le obiezioni alla parola muovono contro la sua materialità.

Pavel Florenskij

 

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sabato, dicembre 29, 2007

Aesculum hippocastanum

 
Strapiomboautunno
nel parco degli anni ignari
dove alti gli ippocastani sfogliano ruggini.

È una ctonia alterità nebbiosa,
riconsegna incorporea di me a me.
Inevitabili passaggi, soglie interdette, fili
che si dipanano da me a me.

Nelle cortecce muschiose, nella ghiaia,
sulle panchine deserte infine
appare la coda del drago.
La sento muoversi alle mie spalle,
la sto cercando da mille anni.

 
(R. R. Florit, da Piante occulte, Inedita)

 

 

 

 

Anacoreta dell’essere nel tempio del tempo
L’oblio è un respiro, un soffio d’aria
Dove regna la calma assoluta.

 
L’apparizione del drago alle spalle, la millenaria coda del drago, “La sua coda si trascinava dietro la terza parte degli astri del cielo e li precipitava sulla terra.” Il drago dell’Apocalisse, o il serpente, che attende la donna “partoriente”, la perseguita nel segreto e nei luoghi deserti della mente, negli anfratti naturali e negli spazi deserti. Ma la donna ha ali per volare sul deserto. L’acqua che il drago scaraventa sulla donna è assorbita dalla terra che la soccorre. Dal mare e dalle profondità ctonie la bestia ricompare per essere adorata. Il Paradiso è ancora un sogno \ Porte, mura, torri della Gerusalemme celeste… \ Si aprono nel deserto le porte del Paradiso terrestre; è un mare di cristallo mescolato a fuoco, è il Regno millenario, un fiume d’acqua viva, un albero di vita “con foglie che hanno virtù medicinale per la guarigione delle genti”.

 
“ «... e a che  poeti in tempo indigente ? », domanda l’elegia di Hölderlin Pane e vino [...]. Il tempo della notte del mondo è il tempo dell’indigenza perché diviene sempre più indigente. [...]. Essere poeti in tempo indigente vuol dire: cantando, prestare attenzione alla traccia degli dèi fuggiti. Ecco perché, nel tempo della notte del mondo, il poeta dice il sacro. È per questo che, nel linguaggio di Hölderlin, la notte del mondo è la notte sacra”
(Heidegger, A che poeti ?).

 
“Il tempo s’era fermato, un millennio era lieve come l’aprirsi e il chiudersi di un occhio, era giunto al Regno Millenario... . Si chiama anche il Regno dell’Amore, questo Agathe lo sapeva pure; ma solo per ultimo ella pensò che i due nomi sono tramandati fin dai tempi della Bibbia e indicano il regno di Dio sulla terra, il cui prossimo avvento è inteso in senso perfettamente reale... . « Bisogna starsene quieti quieti, - le diceva una voce. - Non lasciar posto a nessun desiderio, neanche a quello di far domande. Bisogna spogliarsi anche dell’accortezza con cui si bada ai propri affari. Privare il proprio spirito di tutti gli strumenti e impedirgli di servire di strumento. Bisogna togliersi il sapere e il volere, liberarsi della realtà e del desiderio di volgersi a essa. Concentrarsi in sé, finché mente, cuore e  membra siano tutto un silenzio. Se si attinge così la suprema abnegazione, allora infine il fuori e il dentro si toccano, come se fosse saltato via un cuneo che divideva il mondo...! »”
(Robert Musil, L’uomo senza qualità)

 
“… ecco l’alba, vedo le immense mura e le porte di Gerusalemme dorate da una luce che non so da dove venga, se dalle mura stesse, dalle porte e dalle torri, o da quella vampa dorata che riempie l’aria e il cielo, lassù…”
(Jerzy Andrzejeweski, Le porte del paradiso)

 

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sabato, dicembre 15, 2007




a Rita R. Florit



Ti porto nel cielo
viscerale
sopra una profetica spiaggia
un reticolo d’azzurro
tenebra
perché le vetrate sono
immerse nel buio
e risplendono d’oro
che nessuno dice
essere vero.

 
 

“Il tremore dell’anima non è indifferente alla differenza dei sessi: è questa differenza, o una differenza ancora più arcaica e tuttavia sessuale – o la differenza dell’amore, in quanto essa spartisce l’anima, né l’uomo, né la donna, ma l’uno o l’una nell’altro, e la fa tremare, o la transita.”

(J. L. Nancy)

 

Perché tremare d’essere se stessi, non è della natura animale, ma è un tremito interiore, un vento che apre le porte, che scuote i rami, è il cielo viscerale sopra una profetica spiaggia. Differenza che fa tremare l’identità, tra l’oro e la notte, infinite vibrazioni di fili, azzurro e tenebre.



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lunedì, novembre 19, 2007

Nella notte. Appena sopraggiunge la notte, il nostro sentimento delle cose prossime cambia. C’è il vento, che si aggira per vie proibite, sussurrando, come cercando qualcosa, irritato di non trovarlo. C’è la luce della lampada dal cupo bagliore rossastro, che guarda stanca e che lotta riluttante contro la notte, schiava impaziente dell’uomo desto. C’è il respiro del dormiente, il suo orrido ritmo, per il quale una cura sempre ritornante sembra suonare la melodia, - noi non la udiamo, ma quando il petto del dormiente si solleva, ci sentiamo stringere il cuore, e quando il respiro si abbassa e quasi si spegne in una quiete mortale, noi ci diciamo “riposa un poco, povero spirito tormentato!” – noi auguriamo a ogni vivente, perché vive così penosamente, un’eterna quieta; la notte persuade alla morte. – Se gli uomini facessero a meno del sole e conducessero con luce lunare e lume a olio la lotta contro la notte, quale filosofia mai li avvolgerebbe con i suo velo? Già troppo infatti si nota dalla natura intellettuale e spirituale dell’uomo, come essa sia in complesso offuscata dalla metà di oscurità e privazione di sole, onde la vita viene ricoperta.

 
(Nietzsche)

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sabato, novembre 03, 2007

Athéisme et laïcité me sont étrangers, étrangers. Mais tout regard laïc (la laïcité : ce dérisoire besoin que l’homme « existe » avec ses maux et ses mots, sa petite part de liberté individuelle pour l’imager, le gérer, l’ingérer) posé sur quelque être que ce soit, devient un acte criminel. Tout manquement – et j’en sais long là-dessus – à la Loi laïque : immédiatement psychiatrisé !Encore une fois, il est impossible de penser – mais humain et non-humain sont-ils pensables ? – avec quelque force l’humain sans ce non-humain qui le traverse visiblement et le fait se mouvoir, se tenir debout.

( Guyotat, Les yeux de Dieu)

Ateismo e laicità mi sono estranei, estranei. Ma ogni sguardo laico (la laicità: questo derisorio bisogno che l’uomo “esista” con i suoi mali e le sue parole, la sua piccola parte di libertà individuale effigiata, gestita, ingerita) posato su qualsiasi essere, diventa un atto criminale. Ogni mancanza – e la so lunga in merito – alla Legge laica: immediatamente psichiatrizzata! Ancora una volta, è impossibile pensare – ma umano e inumano sono pensabili? – con qualche forza l’umano senza questo inumano che lo attraversa chiaramente e lo fa muovere, lo tiene in piedi.

( Guyotat, Gli occhi di Dio)

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sabato, novembre 03, 2007

Il cerchio dei vivi
L’insieme, ora del vento
L’altra morte
Tutto ci condanna, al silenzio
Un arco di parole
Schierate, nella luce
Forma di questo mondo.

 
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“Dans le halo de la mort, et là seulement, le moi fonde son empire ; là se fait jour la pureté d’une exigence sans espoir ; là se réalise l’espoir du moi=qui=meurt (espoir vertigineux, brûlant de fièvre, où la limite du rêve est reculée) ”.

(G. Bataille, L’expèrience intérieure)

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“La terra, sotto quel corpo, era aperta come una tomba, il suo ventre nudo fu per me come una tomba fresca. Eravamo folgorati di stupore, amandoci sopra quel cimitero stellato. Ognuna di quelle luci indicava uno scheletro in una tomba, ed esse formavano così un cielo vacillante, torbido come i movimenti dei nostri corpi mescolati. Faceva freddo, le mie mani affondavano nella terra…”

(G. Bataille, L'azzurro del cielo)

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“Dans un ordre arbitraire où chaque élément de la conscience de soi échappe au monde (absorbé dans la projection convulsive du moi), […], il est possible de représenter ce moi « en larmes ou anxieux » ; il peut également être rejeté, dans le cas d’un choix érotique douloureux, vers un moi autre que lui…”

(G. Bataille)

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“La mort qui me délivre du monde qui me tue a enfermé ce monde réel dans l’irréalité du moi qui meurt”. 

(G. Bataille)

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“L’être que je vis ne me prendra pas, et je ne prendrai pas cet être pour mourir et pour m’en aller, mais pour parvenir à m’en détacher et ne pas sombrer dans l’illusion dernière qui consiste à croire que je ne suis que le corps où la vie m’avait enterré, il me faut cette main de pitié que la force Antigone de l’être avait su détacher de son être contre l’être où elle se voyait”.

(Antonin Artaud, Nouveaux écrits de Rodez)

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sabato, settembre 29, 2007

21

À mesure que la nécessité se trouve socialement rêvée, le rêve devient nécessaire. Le spectacle est le mauvais rêve de la société moderne, qui n’exprime finalement que son désir de dormir. Le spectacle est le gardien de ce sommeil.

 

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martedì, settembre 11, 2007

Deuxième lettre de ménage

J'ai besoin, à côté de moi, d'une femme simple et équilibrée, et dont l'âme inquiète et trouble ne fournirait pas sans cesse un aliment à mon désespoir. Ces derniers temps, je ne te voyais plus sans un sentiment de peur et de malaise. Je sais très bien que c'est ton amour qui te fabrique tes inquiétudes sur mon compte, mais c'est ton âme malade et anormale comme la mienne qui exaspère ces inquiétudes et te ruine le sang. Je ne veux plus vivre auprès de toi dans la crainte.
J'ajouterai à cela que j'ai besoin d'une femme qui soit uniquement à moi et que je puisse trouver chez moi à toute heure. Je suis désespéré de solitude. Je ne peux plus rentrer le soir, dans une chambre, seul, et sans aucune des facilités de la vie à portée de ma main. Il me faut un intérieur, et il me le faut tout de suite, et une femme qui s'occupe sans cesse de moi qui suis incapable de m'occuper de rien, qui s'occupe de moi pour les plus petites choses. Une artiste comme toi a sa vie, et ne peut pas faire cela. Tout ce que je te dis est d'un égoïsme féroce, mais c'est ainsi. Il ne m'est même pas nécessaire que cette femme soit très jolie, je ne veux pas non plus qu'elle soit d'une intelligence excessive, ni surtout qu'elle réfléchisse trop. Il me suffit qu'elle soit attachée à moi.
Je pense que tu sauras apprécier la grande franchise avec laquelle je te parle et que tu me donneras la preuve d'intelligence suivante : c'est de bien pénétrer que tout ce que je te dis n'a rien à voir avec la puissante tendresse, l'indéracinable sentiment d'amour que j'ai et que j'aurai inaliénablement pour toi, mais ce sentiment n'a rien à voir lui-même avec le courant ordinaire de la vie. Et elle est à vivre, la vie. Il y a trop de choses qui m'unissent à toi pour que je te demande de rompre, je te demande seulement de changer nos rapports, de nous faire chacun une vie différente, mais qui ne nous désunira pas.

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domenica, agosto 12, 2007

L’irrealtà del mondo e il suo corollario, l’onnipotenza del pensiero, sono state pensate con tutto il dovuto rigore soltanto dalle società senza reale (piuttosto che senza storia o senza scrittura). Tutte le mitologie, tutte le religioni nascenti sono vissute di una violenta negazione del reale, di una violenta sfida all’esistenza. E tutto ciò che nega e sfida il reale è certamente più vicino al mondo mediante il pensiero.

Si è fatto dell’ironia una forma mefistofelica, ma essa è soltanto ciò che filtra tutte le cose e le preserva dalla confusione. Essa filtra le parole, gli spiriti e i corpi, filtra i concetti e i piaceri, e li preserva dalla promiscuità e dalla coagulazione amorosa. Passa da una forma all’altra, nell’anamorfosi, passa da una specie all’altra, nella metamorfosi – così la copulazione tra dèi e uomini, nel mito greco, è ironica. La differenza tra dèi e uomini, tra uomini e animali, è un filtro di seduzione. Quando lo stesso si accoppia allo stesso, tutto diventa osceno. La necessità dell’ironia, come quella del piacere, fa parte della necessità del Male.

(Baudrillard, Le strategie fatali)

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sabato, luglio 21, 2007

Soglia: oh, pensa che è, per due che si amano
logorare un po' la propria soglia di casa già alquanto
         consunta

anche loro, dopo dei tanti di prima,

e prima di quelli di dopo... leggermente

(Rilke, Nona Elegia)

 
***

Anche noi vogliamo essere,
dove il tempo dice la parola di soglia,
che, mille anni giovane, si alza dalla neve,
dove l’occhio errante
si calma nella propria sorpresa
e capanna e stella
stanno nel blu da vicini di casa,
come se la strada fosse già percorsa.

(Celan, Sotto il tiro di presagi)

 
***

Schwellenwort (parola di soglia). Anche noi vogliamo essere, \ Dove il tempo dice la parola di soglia. Dire la parola di soglia, nominare è già fare i conti con la scomparsa della cosa nominata, con la morte che si annida nel cuore stesso dell’esistenza. Soglia da attraversare certo, la morte, non come passaggio tra un dentro e un fuori, ma tra un essere ancora e un non essere già più. il linguaggio è sempre metaforico perché è metafora dell’essere, solo metafora senza coincidenza, nessuna parola potrà mai coincidere con il suo oggetto, così come nessun amore coinciderà mai con l’amato. Eccoci, per ora, ad una prima conclusione: la parola è destinata a farsi traccia, a diventare scrittura, a segnare una dif-ferenza tra essere e non-essere, assenza e presenza. “Come se la strada fosse già percorsa”, e nella sorpresa dell’occhio ogni separazione annullata nel blu.

L’unità della natura o l’unità dell’essere, comunque intendiamo questo ricondurre all’unità ciò che era separato, non è un’ipostasi, perché è nel nostro esser-ci che avviene la sintesi a priori del tempo. “L’esser-ci è il tempo stesso” (Heidegger). Noi siamo, vogliamo essere, dove il tempo dice la parola di soglia. La parola, dunque, come mediazione tra l’essere e il non-essere. Questo ci fa anche dire che la parola non è mai interamente proferita, che non c’è mai una parola definitiva, quindi una presa di coscienza dell’essere. La scrittura, parola di soglia, lama del vivere che insidia e ritaglia, profonda apertura nel cuore dell’essere che mette in pericolo la vita stessa. Ma “dove il pericolo cresce, cresce anche ciò che salva” (Holderlin).

“Noi siamo come ospiti nel mondo. Nel linguaggio si compie l’unificazione di cosa e mondo, ma anche il loro essere nella ‘distinzione’. Questa separazione si manifesta come ‘dolore’, si compie come dolore. Il viandante che in Trakl passa la soglia impietrito dal dolore, connette ciò ch’è separato, dall’esterno nell’interno.” (C. Fabro)

“Dialoghi con cortecce d’albero. Tu \ scorzati, vieni, \ scorzami dalla mia parola. \ Tardi com’è, così nudi e vicini alla lama \ vogliamo essere.”. Parola corteccia d’albero, limite tra me e te, soglia e lama.

Se le cose prendono congedo da noi “Riunito è tutto ciò che vedemmo, \ a prender congedo da te e da me...” (Celan, Di soglia in soglia)

“Poiché già la notte e l’ora, \ che dà un nome sulle soglie \ a chi entra e chi esce, \ approvò quanto facemmo, \ poiché nessuno come terzo, c’indicò la via, \ ecco che ombre non verranno \ separate...” (Celan, Insieme, in Di soglia in soglia). La parola come attestazione di una presenza non comporta né un’origine né una fine, non mette in dubbio il venire alla luce degli esseri naturali dal nulla e il ritornare nel nulla, non prevede il tempo come distruzione.

“La morte è un fiore che solo una volta fiorisce. \ [...] non fiorisce nel tempo. \ [...] Tu lasciami essere uno stelo” (Celan)

 
***

Verde un risveglio
oltrepassò la soglia
di ramo in fiore
in verde rifiorire

S’instillò placido
carminio centro

scosso sussulto
espanso esteso

traboccò in rivolo
tortuosamente
trascinò petali
s’illuminò.

(R. R. Florit,  da Piante occulte, raccolta inedita)

 
Lei s'incammina in questa notte antica
oltrepassando del buio la soglia
nel mantello gelato che l'intrica
e riscalda, annaspa, misera foglia
vagante o migratoria, d'Asia amica
attraversando il Bosforo si sfoglia.
Petalo sparso, incandescente lava
nascosta nella folla che s'incava.

(R. R. Florit, inedita)

 

Blog: http://ilsegretodellasoglia.blogspot.com/

 

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lunedì, giugno 25, 2007
215
 
« Le besoin de l’argent est donc le vrai besoin produit par l’économie politique, et le seul besoin quelle produit » (Manuscrits économico-philosophiques). Le spectacle étend à toute la vie sociale le principe que Hegel, dans la Real philosophie d’Iéna, conçoit comme celui de l’argent ; c‘est « la vie de ce qui est mort, se mouvant en soi-même ».
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lunedì, giugno 04, 2007
Polisemia

Se la polisemia è infinita, se non possiamo dominarla come tale, non per questo una lettura finita o una scrittura finita resta incapace di esaurire una sovrabbondanza di senso. [...]. La finitezza diventa allora infinitezza, secondo un’identità non hegeliana: con un’interruzione che sospende l’equazione della marca e del senso, il “bianco” marca ogni bianco, la verginità, la frigidità, la neve, il velo, l’ala del cigno, la schiuma , la carta, ecc.
 
“Passare dall’azzurro al vetro, alla carta bianca, al ghiacciaio, alla cima nevosa, al cigno, all’ala, al soffitto, senza dimenticare le ramificazioni laterali... dal ghiacciaio all’acqua che si scioglie, allo sguardo azzurro e al bagno amoroso; dalla carta bianca al nero che la ricopre e la scinde; dal soffitto alla tomba, al prete, al silfo, alla mandola” 1.
 
“Imparentata con tutta la natura e avvicinandosi così all’organismo depositario della vita,  la Parola presenta, nelle sue vocali e nei suoi dittonghi, come una carne; e, nelle sue consonanti, come un’ossatura delicata da sezionare. Ecc. Se la vita si alimenta del suo proprio passato, o di una morte continua, la Scienza ritroverà questo stesso fatto nel linguaggio...” 2

 Dipingere, non già la cosa, ma l’effetto ch’essa produce. Il verso non deve dunque essere composto di parole, ma di intenzioni e tutte le parole dissolversi davanti alla sensazione” 3
 
 
1 2
Richard
3 Mallarmé
 
 
Disseminazione
 
La disseminazione afferma la generazione sempre già divisa del senso. Essa – lo lascia anticipatamente cadere.

Essa rappresenta l’affermazione di questa non-origine, il luogo vuoto e rimarchevole di cento bianchi ai quali non si può dare senso.

 “Nera, con l’ala sanguinante e pallida, spennata, \ Attraverso il vetro bruciato d’amori e d’oro, \ Attraverso i vetri ghiacciati, ohimé, e cupi ancora, \ L’aurora si gettò sulla lampada angelica, \ o palme”1.

“Seminerebbe sul mio collo senza veli \ Più baci di quante siano le stelle \ Di quante siano le stelle in cielo” 2. Voile-étoiles-voie lactée-voile: maschile/femminile. Doratura.

“Tenere la mia ala nella tua mano”.
 
“... la forma chiamata verso è semplicemente essa stessa la letteratura. [...]. Visibilmente sia che appaia la sua integralità, fra i margini ed il bianco; sia che si dissimuli, ed allora chiamatelo pure Prosa; è pur sempre lui, se rimane qualche segreta ricerca di musica, nella riserva del Discorso”.
 
Così nel corso dell’anno, la mia stagione favorita sono gli ultimi illanguiditi giorni d’estate che precedono immediatamente l’autunno e, nella giornata, l’ora che mi divago è quando il sole si riposa, prima di svanire, con raggi di rame giallo sui muri grigi e di rame rosso sui vetri”.

 “Con lo scoppio dell’autunno cessa il verso... Il silenzio, solo lusso dopo le rime...” 3
 
 

1 Mallarmé, Les fenêtres

2 Mallarmé, Igitur

3 Mallarmé
 
 
Jacques Derrida, La disseminazione, Editions du Seuil
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domenica, giugno 03, 2007

Car c’est en effet le grand sommeil égal de la terre tout entière que partagent ceux qui dorment ensemble. Dans leur « ensemble » se réfracte l’ensemble de tous les dormeurs, les animaux, les plantes, les fleuves, les mers, les sables, les astres posés sur les sphères cristallines de l’ether, et l’ether lui-même qui s’est endormi. Mais la vérité de l’ether – qu’il existe ou qu’il n’existe pas – c’est qu’il s’endort et qu’il endort avec lui notre système planétaire. C’est le grand sommeil, la grande nuit du monde qui nous entourent et vers lesquels irrésitiblement nous dérivons dans une expansion infinie. [...]
La nuit efface le rapport de la lumière à l’ombre. La nuit ramène obstinément l’indifférence dans le différent, elle retrouve le monde antérieur, le magma, le chaos, la khôra, l’égalité posée sur soi, les corps amants au fond des eaux, l’équivalence des heures qui n’inscrit plus l’ombre inégale d’aucun cadran solaire et que mesure seulement l’unité constante et arbitraire de la goutte d’eau qui tombe [...].

Le sommeil est engendré par la nuit. [...].
Le soleil est la reconnaissance de la nuit : il la salue et il lui rend hommage. Il se laisse adopter par elle. Il se fond en elle. Le sommeil devient la nuit elle-même. Il devient lui-même le retour au monde immémorial, au monde d’en deça du monde, au monde des dieux obscurs qui ne prononce aucune parole créatrice.
 
(Jean-Luc Nancy, Tombe de sommeil, Galilée 2007)
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martedì, maggio 15, 2007

DEMONI Il soggetto amoroso ha talvolta l’impressione di essere posseduto da un demone del linguaggio che lo spinge a farsi del male e a espellersi – secondo le parole di goethe – dal paradiso che, in altri momenti, la relazione amorosa rappresenta per lui.

Io cerco di farmi del male, mi espello da solo dal mio paradiso, affannandomi di suscitare in me stesso le immagini (di gelosia, di abbandono, di umiliazione) che possono ferirmi; e quando la ferita è aperta, cerco di mantenerla tale, la alimento con altre immagini, fino a che un’altra ferita non venga a distogliermi da quella.

(Roland Barthes, Frammenti di un discorso amoroso)

 

Esseri parlanti, da sempre potenzialmente parlanti, noi siamo da sempre anche sfasati, separati rispetto alla natura. e un simile sdoppiamento lascia in noi la traccia di processi semiotici pre o translinguistici che costituiscono la nostra sola via d’accesso alla memoria della specie o alle mappe neuronali bioenergetiche. Processi semiotici (inscrizioni arcaiche dei legami tra le nostre zone erogene e quelle dell’altro, intese come tracce sonore, visive, tattili, olfattive, ritmiche) che costituiscono diacronicamente un presoggetto (l”infans”). Sincronicamente, essi figurano l’angoscia catastrofica (la “passione”) della psicosi melanconica. Striano con la loro insistenza le nostre lucidità tutto sommato fragili, e ci riempiono di dimenticanze, di vertigini, di fantasmi.
Senza dubbio, siamo soggetti permanenti di una parola che ci possiede. Ma soggetti presi in un processo: perdiamo continuamente la nostra identità, destabilizzati dalle fluttuazioni di quello stesso rapporto con l’altro in cui una certa omeostasi ci mantiene tuttavia unificati. Postulando questa eclissi della soggettività all’alba della nostra vita, cogliendo uno iato della soggettività nei momenti intensi delle nostre passioni, lo psicoanalista non “biologizza l’essenza dell’uomo” come temeva Heidegger. Egli esprime al contrario un’esorbitante fiducia nel potere del legame transferenziale e della parola interpretativa, sapendo per esperienza che l’eclissi e lo iato del soggetto, una volta riconosciuti e dunque nominati, sono capaci di ristabilirne l’unità provvisoria.

(Julia Kristeva, In principio era l’amore)


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mercoledì, maggio 09, 2007
Lettre à la Voyante

Madame,

Vous habitez une chambre pauvre, mêlée à la vie. C’est en vain qu’on voudrait entendre le ciel murmurer dans vos vitres. Rien, ni votre aspect, ni l’air ne vous séparent de nous, mais on ne sait quelle puérilité plus profonde que l’expérience nous pousse à taillader sans fin et à éloigner votre figure, et jusqu’aux attaches de votre vie.
L’âme déchirée et salie, vous savez que je n’assieds devant vous qu’une ombre, mais je n’ais pas peur de ce terrible savoir. Je vous sais à tous les noeuds de moi-même et beaucoup et beaucoup plus proche de moi que ma mère. Et je suis comme nu devant vous. Nu, impudique et nu, droit et tel qu’une apparition de moi-même, mais sans honte, car pour votre oeil qui court vertigineusement dans mes fibres, le mal est vraiment sans péché. [...]
Cependant, je pénétrai chez vous sans terreur, sans l’ombre de la plus ordinaire curiosité. Et cependant vous étiez la maîtresse et l’oracle, vous auriez pu m’apparaître comme l’âme même et le Dieu de mon épouvantable destinée. Pouvoir voir et me dire ! Que rien de sale ou de secret ne soit noir, que tout l’enfoui se découvre, que le refoulé s’étale enfin à ce bel oeil étalé d’un juge absolument pur. De celui qui discerne et dispose mais qui ignore même qu’il vous puisse accabler.
La lumière parfaite et douce où l’on ne souffre plus de son âme, cependant infestée de mal. La lumière sans cruauté ni passion où ne se révèle plus qu’une seule atmosphère, l’atmosphère d’une pieuse et sereine, d’une précieuse fatalité. Oui, venant chez vous, Madame, je n’avais plus peur de ma mort. Mort ou vie, je ne voyais plus qu’un grand espace placide où se dissolvaient les ténèbres de mon destin. J’étais vraiment sauf, affranchi de toute misère, si par impossible j’avais de la misère à redouter de mon avenir. [...]
Mais vous, honnie, méprisée, planante, vous mettez le feu à la vie. Et voici que la roue du Temps d’un seul coups s’enflamme à force de faire grincer les cieux.

Antonin Artaud, L’Art et la Mort, in L’ombilic des limbes suivi de Le Pèse-nerfs et autres textes, Poésie / Gallimard 1989

 
 
Lettera alla Veggente

Signora,

Voi abitate una povera stanza, confusa con la vita. Invano si vorrebbe percepire il cielo che sussurra alle vostre finestre. Niente, né il vostro aspetto, né l’aria vi separano da noi e non si sa quale ingenuità più profonda dell’esperienza ci spinga a tagliare senza fine e ad allontanare la vostra figura, e persino i legami della vostra vita.
Con l’anima lacerata e sporca, sapete che non metto davanti a voi che un’ombra, ma non ho paura di questo terribile sapere. Conoscete tutti i nodi di me stesso e mi siete molto più vicina di mia madre. E sono come nudo davanti a voi. Nudo, impudico e nudo, onesto e simile a un’apparizione di me stesso, ma senza vergogna, poiché per il vostro occhio che corre vertiginosamente attraverso le mie fibre, il male è davvero senza peccato. [...]
Tuttavia venivo da voi senza terrore, senza l’ombra della più ordinaria curiosità. E tuttavia voi eravate l’amante e l’oracolo, avreste potuto appartenermi come l’anima stessa e il Dio del mio spaventoso destino. Poterlo vedere e dirmelo! Che niente di sporco o di segreto sia oscuro, che tutto ciò che è nascosto si scopra, che tutto ciò che è rimosso si mostri infine davanti a questo occhio aperto di un giudice assolutamente puro. Di colui che discerne e dispone ma al tempo stesso ignora che vi possa opprimere.
La luce dolce e perfetta dove non si soffre più per la propria anima, tuttavia infestata dal male. La luce senza crudeltà ne passione dove non si rivela più che un’unica atmosfera, l’atmosfera di una pietosa e serena, di una preziosa fatalità. Sì, venendo da voi, signora, non avevo più paura della mia morte. Morte o vita, non vedevo più che un grande spazio placido dove si dissolvevano le tenebre del mio destino. Ero davvero salvo, affrancato da tutta la miseria, poiché anche la mia miseria futura mi era dolce, se per assurdo avevo altra miseria da temere in futuro. [...]
Ma voi, vilipesa, disprezzata, leggera, voi aggiungete fuoco alla vita. Ed ecco che la ruota del Tempo d’un sol colpo s’infiamma a forza di far stridere i cieli.

Antonin Artaud, Sul suicidio e altre prose, collana “ocra gialla” Via del Vento edizioni, Pistoia 2001

 
- traduzione modificata -
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categoria:letteratura, filosofia
sabato, aprile 28, 2007

La profondeur qui monte est la naissance. L’écume est toujours naissante, seulement naissante. Aphrodite n’a pas une naissance : elle est la naissance, la venue au monde, l’existence.
La naissance exige l’écume. Il faut mêler et mouiller pour que naisse la chose même : sa forme inimitable. « L’humide est la cause de ce que le sec prend contour », dit Aristote.
Le lieu de la naissance, Empédocle le nomme : « Les gazon fendus d’Aphrodite ». Déesse des jardins, Aphrodité èn kèpois. Mers d’herbes, herbes de mer, algues, sargasses, varechs, laitues, chevelure luisante, toison trempée, naissance de la fente. Ce qui vient à la surface, et qui écume, est une fente. La fente n’est pas une entaille, elle est une fourche dans l’algue, elle est un fruit, une figue entr’ouverte sur une mousse humide. Ce sont des lèvres, léchées par la houle. Naître : le nom de l’être. Être délivré, venir à l’ouvert d’un lieu.
Pas de dieux : la chance des lieux.
Et la mer aux lieux agités multiplie le rire : Eschyle le nomme, kumatôn anarithmon gelasma, le rire innombrable des flots. Et bien plus tard, Oppien de Cilicie dit le gelôs, la grande mer de rire douée, peau de panthère et chlamyde fendue.
Fente, mais sans abîme, sans gouffre et sans profondeur. Hystera, ce qui est en arrière, au fond, vient en avant. Hysteron proteron, figure de rhétorique, aussi nommée hystérologie. La parole de la déesse est une douce hystérie d’écume sans angoisse, sans puissance. Une divinité sans force, analkis theos, mais d’où échappe, lorsque elle saigne, ichôr, le sang immortel dont l’écoulement brille et ne fait pas périr.
Rien d’autre qu’une élévation sur l’eau, même pas une marche, une naissance de la fente qui affleure.
Cypriss, la déesse de l’île, élève doucement sa fente. Elle est, inconcevable, bien conçue, la levée d’une fente, la motte d’herbe partagée, et sa gemme, et sa clef, kleitoris.

Jean-Luc Nancy, Péan pour Aphrodite, Galilée 2006
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categoria:filosofia
sabato, marzo 17, 2007

- La testa insanguinata di Hegel: “L’uomo è questa notte, questo puro nulla, che tutto racchiude nella sua semplicità – una ricchezza senza fine di innumerevoli rappresentazioni e immagini, delle quali nessuna gli sta di fronte o che non sono in quanto presenti. Ciò che qui esiste è la Notte, l’interno della natura – un puro Sé; in fantasmagoriche rappresentazioni tutt’intorno è notte, improvvisamente balza fuori qui una testa sanguinante, là un’altra figura bianca, e altrettanto improvvisamente scompaiono. Questa notte si vede quando si fissa negli occhi un uomo – si penetra in una notte, che diviene spaventosa; qui a ognuno sta sospesa di contro la notte del mondo”.

 
- Noi viviamo in un ordine di finzioni simboliche, dominato dalla figura del Padre, il Potere. Si finisce sempre per credere al Potere, anche quando le figure che lo incarnano sono abiette, corrotte, prive di reale attrattiva. È il diniego feticistico sul quale si basa la coesistenza sociale, non riconoscere gli altri per quello che sono. Negare il Mondo per cercare un altro mondo è, forse, l’unico gesto che ci resta, piuttosto che accettare beatamente la realtà idiota del potere e delle sue immagini, quelle figure irreali che si agitano nel baccano della finzione politica.
 
- L’angoscia emerge quando ci si avvicina troppo all’oggetto del desiderio. Ciò che ci angoscia nel desiderio è riferibile sempre alla solita, ennesima, domanda: “Che cosa vuole l’Altro da me? Che cosa sono io, in quanto oggetto, per l’Altro?”
Il vuoto, il nulla, dietro la maschera, dietro i soggetti in ansia per la perdita d’identità. Distinguersi attraverso l’esteriorità è annullarsi nell’indifferenziato. Il piacere esteriorizzato è il risultato di un narcisismo edonista.
C’è un Simulacro, le maschere che indosso, il ruolo che interpreto, nelle relazioni intersoggettive; e c’è un Reale, la violenza che faccio al mio corpo nascondendolo.
 

- L’Altro è il portatore di un messaggio destinato a me, che lui non conosce, l’Altro è un enigma. In psicanalisi il Soggetto corrisponde al portatore di un messaggio indirizzato all’Altro, ma inaccessibile al soggetto stesso.
Per appassionarmi all’Altro devo ritenerlo portatore di un segreto, quello che è il suo segreto, il segreto del suo essere unico e irriducibile. L’Altro è un abisso imperscrutabile, più di quanto lo sono io per me.

 
- Per Bataille il desiderio non è mancanza, non è correlato alla presenza di un oggetto. Il desiderio è sempre un eccesso d’essere che aspira a consumarsi, a distruggersi nel fuoco dei sensi. Il desiderio è il fuoco che perennemente arde dentro di noi, è esperito interiormente, è l’esperienza interiore.
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categoria:testi, letture, filosofia
lunedì, marzo 12, 2007

Lettura e montaggio di Dumoulié, Zizek, Freud, Lacan, Hegel – Parte I

 

- L’amore, dice Lacan, è sempre “l’amore in faccia”, l’amore narcistico di sé nell’altro, la domanda di essere amato. L’amore come incontro di due desideri, che non sono più due mancanze, due “assenze”. Ma per vedere l’Altro come Soggetto desiderante e diventare oggetto del suo desiderio, io devo essere “assente” da me stesso. L’amore funge da resistenza contro il desiderio. L’amore è “un dare ciò che non si ha a qualcuno che non lo vuole”.

 
- C’è (prima di tutto) il concetto psicoanalitico del fantasma, il punto oscuro rappresentato dal piacere dell’Altro. Questo “godimento” dell’Altro disturba la calma interiore della nostra omeostasi psichica.
“Che cosa vuole l’Altro da me? Che cosa sono io per l’Altro, per il suo desiderio?”
L’impotenza puramente organica del bambino diviene l’impotenza psichica dell’adulto di fronte al richiamo dell’altro. Non sappiamo bene che cosa fare dell’Altro, dove situarlo rispetto a noi. I legami sociali nascono sfruttando questa assenza di relazione con l’Altro. Chi è l’Altro per me, in che modo può costituirsi come soggetto di piacere e non più oggetto.
 

- Hilflosigkeit, la sensazione di essere senza difese. “Ora, l’intera esistenza umana sembra perpetuare questo stato d’abbandono, e le esigenze narcisistiche del principio di piacere spingono gli uomini a ritrovare una situazione infantile di richiesta d’aiuto e d’amore”.

 
- L’Hilflosigkeit, il vuoto primordiale nel quale si trova il bambino dà inizio al bisogno di un originario “attaccamento appassionato” fantasmatico. Il Fantasma dell’Altro è sempre presente, lo è dall’inizio. È protezione dall’Abisso primordiale e insieme sottomissione ad una figura protettiva (paterna).
 

- “Che cosa sono io per l’Altro? Perché mai sono quello che l’Altro dice che io sono?”
L’isteria è il rifiuto di farsi oggetto del desiderio dell’Altro. Ulisse incatenato dal canto delle Sirene, non è il farsi immobile e sordo al loro richiamo l’affermazione dell’autonomia del piacere! Non sentire il canto è il non accorgersi di loro, ma sapere che ci sono. La rinuncia al piacere non mi lega a nessun’Altro, ma al suo fantasma. Si tratta di passare attraverso l’isola dei fantasmi. Ma questo Fantasma, questa cosa spaventosa sono io stesso che mi riconosco come oggetto di piacere, labbra, bocca, orecchie, orridi capelli delle Sirene, tutto diventa oggetto parziale, dunque spaventoso, e blocca le parole in gola, mi condanna al silenzio. Ulisse condanna le Sirene al silenzio al quale lui stesso è condannato. L’Altro che vuole un oggetto parziale, la bocca, il fallo, la testa di Giovanni Battista, non ottiene che morte.
La pulsione del Soggetto è sempre pulsione di morte, non esiste pulsione di desiderio, ma soltanto il desiderio dell’Altro.

 

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categoria:letture, filosofia, dialoghi
mercoledì, marzo 07, 2007

“La seduzione non è più che un valore di scambio”, “Tutti i discorsi appaiono come un commento eterno del sesso e del desiderio”, “Il sessuale è una categoria”. Noi dividiamo la realtà in categorie con l’illusione di comprenderla. Il piacere dell’arte, della letteratura, della musica è impalpabile, con il corpo le cose si complicano. Dalla seduzione degli occhi, pura virtualità, alla seduzione dell’assenza e della mancanza, della debolezza e della fragilità, della malattia e della morte.

  
Della seduzione
 
“La seduzione degli occhi. La più immediata, la più pura. Quella che rende superflue le parole, solo gli sguardi si impegnano in una sorta di duello, di subitaneo abbraccio, all’insaputa degli altri e del loro discorso: fa