La folgorazione del mezzogiorno, l’ora panica per eccellenza, ancor più della mezzanotte, poiché nelle radure dei boschi, nell’avvampo del mezzogiorno il dio soleva manifestarsi alle ninfe.
Indubbiamente il paesaggio mediterraneo esalta l’impronta dell’aridità e delle derivanti seti, una su tutte la ricerca di sé, lo scavo e da qui l’impossibilità di non calarsi nella caverna primordiale, nella grotta metaforica. L’immagine dei crani bambini m’è derivata da quelle pietre in esubero che vanno poi a costituire dei fitti intrecci murali che al sud delimitano e ordinano il paesaggio rurale. Certo sono i versi più dolorosi, coincidono anche con la centralità della costruzione poetica, ma non sono l’elemento catartico, che si celebra nell’urlo del mezzogiornoassalto, e nella Caduta.
Immagini che alla luce della mezzanotte assumono tutta la valenza funebre del nostro bambino seppellito, ormai ridotto all’osso, in realtà la nostra parte ancor viva e scorticata, quella che avendo chiesto amore e non avendolo ricevuto si è poi contratta e solidificata. Eppure è quella rotondità resistente che è emersa, quasi pietra angolare, che sarà “corpo” e architettura naturale; la parte più autentica che nascondiamo è la potenzialità che affiora, che andrà poi a costituire la struttura portante che assicurerà la sopravvivenza.
La Natura non già la Poesia é la grande consolatrice del cuore, la parola poetica mette fuoco al fuoco, la poesia non dev’essere consolatoria…
L’ acqua lustrale delle immagini naturali é la sola che ci rinfresca dalla pena del cuore, che ci benedice e purifica.
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Il bambino che muore in noi, è il nostro essere più profondo e assetato di luce, quello che non può ricevere amore, perché da sempre è solo. L’anima-bambina gettata nel corpo-prigione, nel mondo-caverna, “per troppa luce” poi si brucia. E’ il destino delle ninfe, la loro “irresponsabilità” erotica che le fa danzare in pieno giorno. Abbandonare il grembo primordiale della natura e la caverna corporale ci spinge di necessità a ricostruirci una “grotta metaforica”, un rifugio, una casa nel vento che è lo spazio dell’interiorità, la conquista del sé nella coscienza di una morte già avvenuta.
Gloria del disteso mezzogiorno
quand’ombra non rendono gli alberi,
e più e più si mostrano d’attorno
per troppa luce, le parvenze, falbe.
Il sole, in alto, - e un secco greto.
Il mio giorno non è dunque passato:
l’ora più bella è di là dal muretto
che rinchiude in un occaso scialbato.
L’arsura, in giro; un martin pescatore
volteggia s’una reliquia di vita.
La buona pioggia è di là dallo squallore,
ma in attendere è gioia più compita.1
Pan annichilisce Eros, il nostro demone interiore, trascinando i corpi nella luce, distruggendoli, marchiandoli a fuoco. La cura di sé nel segreto della psiche vuole l’oscurità e l’asservimento di Eros alla conoscenza per ritrovare la vera luce.
“ La luce del mito che ritorna e si ripete: ma in tal caso il mito resta indefinito, non appartiene a nessun momento concreto del ritorno delle stagioni, legandosi a qualche divinità di una qualsiasi religione: no: eravamo nel pieno dell’estate, e il tempo pareva non essere mai cominciato; si era nel cuore di qualcosa – appunto silenzio, azzurro, pienezza – di cui non contava il passare: ma la sua fissità: cosa che succede appunto per i giorni ricordati. Soltanto pensando a estati del passato, la luce di uno qualsiasi dei loro giorni, è « così assoluta, quieta, profonda2 » ”.
Quelle pietre in esubero che vanno poi a costituire dei fitti intrecci murali che al sud delimitano e ordinano il paesaggio rurale.
“ Fu sentimento antichissimo che gli Dei si lasciassero di tratto in tratto vedere dagli uomini scriveva nel 1815 Giacomo Leopardi, preannunciando le Operette morali, tra cui Delle favole antiche: « Anticus » indica il sud, l’ora del sud. Il più bel passo del saggio è intitolato Del meriggio, ed ha ha come oggetto « l’ora in cui il sole stesso sembra imbrunire per il calore ». E’ vero che gli Dei sogliono apparire di notte: ma è in quest’ora che la loro apparizione è più terrificante e sublime3 ”.
Le immagini d’acqua possono essere taumaturgiche e consolatorie perché rivelano la nostra seconda nascita. Il sonno è regressione thalattica nel grembo della Notte, è una seconda nascita4.
“ Non è il mare la nostra vera origine, cioè l’originario ventre materno (a cui, con tutte le nostre forze, tendiamo a ritornare): la nostra vera origine è lo spazio. E’ lì che siamo veramente nati: nella sfera del cosmo. Nel mare siamo forse nati una seconda volta. E dunque l’attrazione del mare è profonda, ma quella dello spazio celeste lo è infinitamente di più5 ”.
1 Montale
2 3 5 Pasolini
4 Ferenczi