lunedì, novembre 19, 2007

Nella notte. Appena sopraggiunge la notte, il nostro sentimento delle cose prossime cambia. C’è il vento, che si aggira per vie proibite, sussurrando, come cercando qualcosa, irritato di non trovarlo. C’è la luce della lampada dal cupo bagliore rossastro, che guarda stanca e che lotta riluttante contro la notte, schiava impaziente dell’uomo desto. C’è il respiro del dormiente, il suo orrido ritmo, per il quale una cura sempre ritornante sembra suonare la melodia, - noi non la udiamo, ma quando il petto del dormiente si solleva, ci sentiamo stringere il cuore, e quando il respiro si abbassa e quasi si spegne in una quiete mortale, noi ci diciamo “riposa un poco, povero spirito tormentato!” – noi auguriamo a ogni vivente, perché vive così penosamente, un’eterna quieta; la notte persuade alla morte. – Se gli uomini facessero a meno del sole e conducessero con luce lunare e lume a olio la lotta contro la notte, quale filosofia mai li avvolgerebbe con i suo velo? Già troppo infatti si nota dalla natura intellettuale e spirituale dell’uomo, come essa sia in complesso offuscata dalla metà di oscurità e privazione di sole, onde la vita viene ricoperta.

 
(Nietzsche)

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lunedì, novembre 12, 2007

L’ordinateur est construit pour faire barrage à la main, faire écran à la véritable audition, appauvrir le vocabulaire, donc les sensations, se plier à la fabrication. Le tour de main, lui, a lieu, comme une perfusion à l’envers, le sang d’encre négatif, biliaire ou mélancolique, se transforme en encre-sang positive, en sang bleu. Quelque chose coule, mais reste embrassé. Ca respire.

Se prendre, ou se reprendre, en main : expressions justes. L’esprit est une main.

(Philippe Sollers, Un vrai roman, Plon)

 

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venerdì, novembre 09, 2007
DIO
Credere in Dio vi dispensa dal credere in qualsiasi altra cosa – il che è un vantaggio inestimabile. Ho sempre invidiato quelli che vi credevano, sebbene credersi Dio mi sembri più facile che credere in Dio

Cioran, Confessioni e anatemi

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sabato, settembre 30, 2006

« Il y a enfin, au cimetière de Monterchi, la Madonna del Parto. Sur le fond de parfaite symétrie des anges et des rideaux, dans un espace sans profondeur, dans ce lieu plan où l’intemporel n’a cessé de hanter les peintres, elle désigne avec une étonnante ironie, presque imperceptible et pourtant, si j’ose dire cosmique, un peu – cette fois – chinoise, la croissance de cette vie certes sacrée dans son ventre. Nulle impudeur dans cette suggestion si exactement transcrite en termes de pur espace, mais rien non plus d’idéalisé. Je reconnais et salue ici cette attention sans détour aux contradictions de ce qui est, vie ou nombre, accident ou loi, ténèbres ou lointains de rassurante lumière, qui est la vocation de la plus haute conscience et le principe du plus grand art ».

 
« C’è, infine, nel cimitero di Monterchi la Madonna del Parto. Su uno sfondo di perfetta simmetria degli angeli e dei tendaggi, in uno spazio senza profondità, in questo luogo sospeso dove l’eterno non ha finito di ossessionare i pittori, essa indica con sorprendente ironia, quasi impercettibile e tuttavia, avendo l’audacia di dire, cosmica, un po’ cinese questa volta, la crescita di questa vita innegabilmente sacra nel suo ventre. Nessuna impudicizia in questa suggestione, così esattamente trascritta in termini di puro spazio, ma neppure niente di idealizzato. Riconosco e m’inchino qui a questa attenzione senza distrazioni alle contraddizioni di quel che è, vita o numero, caso o legge, tenebre o lontananze di luce rassicurante, che è la vocazione della più alta coscienza e il principio della più grande arte ».
 
 
Yves Bonnefoy, L’humour, les ombres portées in L’improbable e autre essais, Folio Gallimard
 
 
 
 
 
 

« La Madonna del Parto, con quella bella fronte spaziosa, gli occhi curiosamente aperti, la bocca piccola e serrata, ha molte somiglianze con la Vergine del Polittico della Misericordia, le dame della Regina di Saba o la Vergine dell’Annunciazione. Piero rimane fedele a questo volto lievemente imbronciato [...].
Quale può mai essere la psicologia di questi esseri distanti da ogni forma di vita interiore ? Una psicologia da sonnambuli, una psicologia atona, misteriosa, diffusa, troppo sottile per essere espressa in parole [...]. L’impassibilità, l’eterna immobilità di questi solidi umani, di queste maschere appena sfiorate da un ombra di passione che si posa sui volti, irrigidendone i muscoli. [...]. Al di sopra del caos, al di sopra della mediocrità, questi individui vivono in una pace sovrannaturale. [...]. “ Vi sono uomini e donne che hanno visto cose sorprendenti ”. »

 
Henri Focillon, Piero della Francesca, Abscondita
 
 
 
 
 

« Lo spazio dipinto varia a seconda che la luce sia fuori della pittura o dentro la pittura stessa: con altre parole, a seconda che l’opera d’arte sia concepita come un soggetto nell’universo, rischiarato come gli altri oggetti dalla luce del giorno, o come un universo avente la sua propria luce, la sua luce interna, costruita secondo certe regole. Senza dubbio, anche questa differenza di concezione è legata alla differenza delle tecniche, ma non ne dipende in modo assoluto. La pittura ad olio può sfuggire all’emulazione dello spazio e della luce; la miniatura, l’affresco, le vetrate stesse possono costruirsi una finzione di luce in un’illusione di spazio. Teniamo conto di questa libertà relativa dello spazio verso le materie ov’esso si incorpora; ma teniamo anche conto della purezza con la quale esso assume questa o quella figura secondo questa o quella materia. »

 
H. Focillon, Vita delle forme, Einaudi
 
 
 
 
 

« Contantin dort sous sa tente rouge et or, une tente semblable à celle que découvrent deux anges offrant à la vue la Vierge enceinte et fendue (Madonna del Parto). »

 
Philipe Sollers, Le paradis de Piero, in La guerre du goût, Folio Gallimard
 
 
 
 
 

« La partenogenesi nella visione soprannaturale di Piero, nella Madonna del Parto di Monterchi. Significativo: è in un cimitero, tra resti di disincarnati, ha una relazione con quelle ossa morte. »

 
Guido ceronetti, La pazienza dell’arrostito, Adelphi
 
 
 
 
 

L’antico nome della chiesa S. Maria in Silva muove a riflettere sul perché Piero della Francesca ha scelto quel luogo per la sua Madonna del Parto. Un luogo boscoso, nascosto, un luogo d’ombre. Nella simbologia dell’affresco ricorrono gli stessi motivi legati all’occultamento e allo svelamento improvviso di una verità. La tenda aperta e sostenuta da due angeli rimanda al simbolismo biblico, al Libro dei re, al luogo d’ombra scelto dal Signore, all’Arca dell’Alleanza dove non c’è nulla se non le Tavole della Legge, la Torah . Chi conosce la Leggenda della Vera Croce sa quanto fosse importante per Piero della Francesca l’elemento mitico, fantasioso, legato al Cristianesimo. In Piero non c’è la realtà della Croce, il dramma di Cristo, piuttosto c’è un simbolo di salvezza. Il diritto di culto appartiene alla sfera privata dell’individuo. La coscienza religiosa è la coscienza individuale privata. E’ “il cuore che fugge il mondo 1 ”. “Il Cristianesimo è la base trascendente dell’umanità. 2 ”. “La religione si sposta dalla sfera dello Stato a quella della società civile, questo non costituisce una tappa, ma il completamento dell’emancipazione politica che non sopprime dunque la religiosità reale dell’uomo e che, del resto, non cerca affatto di sopprimerla. 3

 
 1 2 3 (K. Marx)
 
 
 
 
 
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sabato, dicembre 31, 2005

Una volta scrissi in una prefazione Venezia di cristallo e crepuscolo. Crepuscolo e Venezia sono per me due parole quasi sinonime, ma il mio crepuscolo ha perso la luce e teme la notte e quello di Venezia è un crepuscolo delicato ed eterno, senza prima né dopo.

 

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sabato, dicembre 10, 2005
- Come noi, oppure la madre Dana, intessiamo e disintessiamo i nostri corpi, disse Stephen, di giorno in giorno, le loro molecole su e giù come una spola, così l’artista intesse e disintesse la sua immagine. E come il neo sulla mia mammella destra è dove era quando son nato, benché il mio corpo sia stato intessuto di materiale nuovo a più riprese, così attraverso lo spettro del padre inquieto fa capolino l’immagine del figlio non vivente. Nell’istante intenso dell’immaginazione, quando lo spirito, dice Shelley, è un carbone vicino a spegnersi, ciò che io ero è ciò che io sono e ciò che in potenza potrò divenire. Così nel futuro, fratello del passato, io posso vedermi quale siedo qui ora solamente per il riflesso di ciò che allora sarò.
 
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sabato, novembre 26, 2005
Ogni creatura, sulla terra, si offre. Patetica, ingenua, si offre: “sono nato! eccomi qua, con questa faccia, questo corpo e questo odore. Vi piaccio? mi volete?”
[...]
Sempre la stessa domanda, o millanteria, o pretesa, ci si consegna alla strage e alla croce e al sadismo e all’algolagnia e al saccheggio e alle macerie. Nessuno può sfuggire alla condanna della nascita: che in un tempo solo ti strappa dall’utero e ti incolla alla tetta. E chi, già ospitato in quel nido e nutrito da quel frutto gratuito, potrà adattarsi al territorio comune, dove gli si contende ogni cibo e ogni riparo? Avvezzo a una fusione incantevole, creduta eterna, e certo di un ringraziamento gaudioso per la propria ingenua offerta, il principiante impallidirà stupefatto all’incontro con l’estraneità e l’indifferenza terrestre; e allora si abbrutirà o si farà servo. Anche le bestie randagie chiedono, più ancora del cibo, le carezze: viziati essi pure dalla madre che li leccava, cuccioli, e di giorno e di notte, e di sotto e di sopra. Per la sua tetta e la sua lingua, non si richiedevano titoli. Né servivano addobbi, per piacere a lei.
“Vi vergognerete della vostra nudità”. E qui il primo grosso autocrate trascurò di aggiungere: “E avrete bisogno di carezze fino all’ultimo vostro giorno”, mentre in realtà ribadiva, con questa legge non detta, la propria ingiustizia istituita.
[...]
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sabato, novembre 12, 2005




Tiziano
 *Adamo ed Eva*


« Ce tableau du Prado, où Ève va cueillir à l’arbre sacré ce fruit de suc et de connaissance dont Adam, d’une main timide et èmerveillée, effleure sur sa poitrine sa promesse. Moins lourde, moins chaude, moins caressante et plus subtile, plus intellectuelle que la lumière italienne, il n’y a pas d’ambiance plus favorable que cette atmosphère aromatique et pure de la Mesa castillane pour laisser chanter, de toute la plénitude de sa substance et de toute la pulpe de cette chair vivante et respirante, cette créature immortelle en qui la sagesse divine elle-même déclare qu’elle a trouvé ses délices et qu’aucune enveloppe désormais autre que le soleil ne défend plus de la suave exhalation de la beauté. Tout ici est spiritualisé. Il est midi. L’heure bientôt va décliner et l’ombre en s’allongeant ouvrir le chemin à la tentation. Alors ne la laissons point fuir ! mais comme pour cet Adonis de Madrid et de la National Gallery, saisissons plutôt à bras-le-corps pour la retenir, cette âme dans une chair qui essaie de s’arracher à nous. [...]
Vénus, l’amour et la musique. Tout est immobile et tout circule dans ce corps qui s’expose en l’état solennel de son repos, et l’oeil vers lui à demi tourné de l’artiste absorbe pensivement l’idée que ses doigts sur les touches s’apprêtent déjà à interpréter. Tout monte et tout descend vers le ventre. Tout ce que la nature en un poussant soulèvement gonfle, tout ce qu’elle est prête à déverser sur nous d’ambroisie et de moissons passe en un accord sacré, en une transition bienheureuse, à cette hanche suave, à ce corps au notre approprié. Ainsi cette longue ligne de collines que j’ai en ce moment sous les yeux.»
« Sade et Goya vécurent à peu près en même temps. Sade enfermé dans ses prisons, à la limite parfois de la rage ; Goya, le sourd, durant trente-six ans, enfermé dans la prison d’une surdité absolue. La Révolution française les éveilla l’un et l’autre à l’espoir : ils eurent l’un et l’autre une horreur malade du régime fondé sur la religion. Mais surtout la hantise des douleurs excessives les unit. Goya n’associa pas, comme Sade, la douleur à la volupté. Pourtant sa hantise de la mort et de la douleur eut en lui la violence convulsive qui les apparente à l’érotisme. Mais l’érotisme est en un sens l’issue, c’est l’issue infâme de l’horreur.2»
1 Claudel
2 Bataille


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sabato, ottobre 29, 2005
http://aetheria.splinder.com/post/6112434
La folgorazione del mezzogiorno, l’ora panica per eccellenza, ancor più della mezzanotte, poiché nelle radure dei boschi, nell’avvampo del mezzogiorno  il dio soleva manifestarsi alle ninfe.
Indubbiamente il paesaggio mediterraneo esalta l’impronta dell’aridità e delle derivanti seti, una su tutte la ricerca di sé, lo scavo e da qui l’impossibilità di non calarsi nella caverna primordiale, nella grotta metaforica. L’immagine dei crani bambini m’è derivata da quelle pietre in esubero che vanno poi a costituire dei fitti intrecci murali che al sud delimitano e ordinano il paesaggio rurale. Certo sono  i versi più dolorosi, coincidono anche con la centralità della costruzione poetica, ma non sono l’elemento catartico, che si celebra nell’urlo del mezzogiornoassalto, e nella Caduta.
Immagini che alla luce della mezzanotte assumono tutta la valenza funebre del nostro bambino seppellito, ormai ridotto all’osso, in realtà la nostra parte ancor viva e scorticata, quella che avendo chiesto amore e non avendolo ricevuto si è poi contratta e solidificata. Eppure è quella rotondità resistente che è emersa, quasi pietra angolare, che sarà “corpo” e architettura  naturale; la parte più autentica che nascondiamo è la potenzialità che affiora, che andrà poi a costituire la struttura portante che assicurerà la sopravvivenza.
La  Natura non già la Poesia é la grande consolatrice del cuore, la parola poetica mette fuoco al fuoco, la poesia non dev’essere consolatoria…
L’ acqua lustrale delle immagini naturali é la sola che ci rinfresca dalla pena del cuore, che ci benedice e purifica.
RITA REGINA FLORIT
***
Il bambino che muore in noi, è il nostro essere più profondo e assetato di luce, quello che non può ricevere amore, perché da sempre è solo. L’anima-bambina gettata nel corpo-prigione, nel mondo-caverna, “per troppa luce” poi si brucia. E’ il destino delle ninfe, la loro “irresponsabilità” erotica che le fa danzare in pieno giorno. Abbandonare il grembo primordiale della natura e la caverna corporale ci spinge di necessità a ricostruirci una “grotta metaforica”, un rifugio, una casa nel vento che è lo spazio dell’interiorità, la conquista del sé nella coscienza di una morte già avvenuta.
 
Gloria del disteso mezzogiorno
quand’ombra non rendono gli alberi,
e più e più si mostrano d’attorno
per troppa luce, le parvenze, falbe.
 
Il sole, in alto, - e un secco greto.
Il mio giorno non è dunque passato:
l’ora più bella è di là dal muretto
che rinchiude in un occaso scialbato.
 
L’arsura, in giro; un martin pescatore
volteggia s’una reliquia di vita.
La buona pioggia è di là dallo squallore,
ma in attendere è gioia più compita.1
 
Pan annichilisce Eros, il nostro demone interiore, trascinando i corpi nella luce, distruggendoli, marchiandoli a fuoco. La cura di sé nel segreto della psiche vuole l’oscurità e l’asservimento di Eros alla conoscenza per ritrovare la vera luce.
 
“ La luce del mito che ritorna e si ripete: ma in tal caso il mito resta indefinito, non appartiene a nessun momento concreto del ritorno delle stagioni, legandosi a qualche divinità di una qualsiasi religione: no: eravamo nel pieno dell’estate, e il tempo pareva non essere mai cominciato; si era nel cuore di qualcosa – appunto silenzio, azzurro, pienezza – di cui non contava il passare: ma la sua fissità: cosa che succede appunto per i giorni ricordati. Soltanto pensando a estati del passato, la luce di uno qualsiasi dei loro giorni, è « così assoluta, quieta, profonda2 » ”.
 
Quelle pietre in esubero che vanno poi a costituire dei fitti intrecci murali che al sud delimitano e ordinano il paesaggio rurale.
Fu sentimento antichissimo che gli Dei si lasciassero di tratto in tratto vedere dagli uomini scriveva nel 1815 Giacomo Leopardi, preannunciando le Operette morali, tra cui Delle favole antiche: « Anticus » indica il sud, l’ora del sud. Il più bel passo del saggio è intitolato Del meriggio, ed ha ha come oggetto « l’ora in cui il sole stesso sembra imbrunire per il calore ». E’ vero che gli Dei sogliono apparire di notte: ma è in quest’ora che la loro apparizione è più terrificante e sublime3 ”.
 
Le immagini d’acqua possono essere taumaturgiche e consolatorie perché rivelano la nostra seconda nascita. Il sonno è regressione thalattica nel grembo della Notte, è una seconda nascita4.
“ Non è il mare la nostra vera origine, cioè l’originario ventre materno (a cui, con tutte le nostre forze, tendiamo a ritornare): la nostra vera origine è lo spazio. E’ lì che siamo veramente nati: nella sfera del cosmo. Nel mare siamo forse nati una seconda volta. E dunque l’attrazione del mare è profonda, ma quella dello spazio celeste lo è infinitamente di più5  ”.
 
Montale
2 3 5 Pasolini
Ferenczi
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sabato, ottobre 08, 2005
M.Lle Dornet riferisce a Diderot il contenuto di un dialogo con un medico turco, Desbrosses, astrologo e guaritore. La malattia d’amore, la malinconia erotica, si diffonde nell’organismo a partire dagli oggetti, che hanno potere su di noi poiché sono stati toccati da una persona amata: “Per mezzo di simulacri sottili e leggeri che si staccano dai corpi e colpiscono i nostri occhi. [...]. Se gli astri che stanno a distanze infinite, ci determinano coi loro influssi, come negare l’effetto di esseri che ci circondano, ci assalgono, ci spingono, ci toccano?” [...]. “Si diviene tristi senza ragione, così pare, primo sintomo”. [...]. “Che un anello, un ritratto, una lettera, un bigliettino caschi sotto gli occhi, ed ecco il perfido simulacro attaccarsi alla retina” [...]. Descrizione della retina: “È una tela di ragno tessuta dei fili nervosi più sottili, più fini, più sensibili del corpo, che tappezza il fondo dell’occhio...”. [...]. “è la coda delle passioni che è da temere, proprio perché questa coda qui non ha fine...”.
 
 
M.LLE DORNET
Prescrive una dieta.
 
DIDEROT
Giusto.
 
M.LLE DORNET
Sacrifici.
 
DIDEROT
Si può farne.
 
M.LLE DORNET
Dà importanza a inezie.
 
DIDEROT
Bisognerebbe sapere cosa intende con questo termine.
 
M.LLE DORNET
Ma le lettere, i gioielli, i ritratti.
 
DIDEROT
E pretende?
 
M.LLE DORNET
Che si stacchi da lì non so che di pernicioso, simulacri... sì, simulacri è la parola... che vanno ad attaccarsi ... alla tettina... là, nell’occhio.
 
DIDEROT
Vuol dire la retina.
 
M.LLE DORNET
Sì, sì, alla retina. Ma allora c’è qualche fondamento?
 
DIDEROT
Penso che non ci sia di meglio da fare che staccarsi da tutti gli oggetti che risvegliano in noi un ricordo spiacevole. E’ il metodo più sicuro.
 
 
La teoria dei simulacri di Epicuro è esposta nel libro IV del De Rerum Natura di Lucrezio
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categoria:letteratura, frammenti, filosofia
sabato, ottobre 08, 2005
 
La notte come un filo si dipana / e da un estremo all'altro noi restiamo / disgiunti eppur avvinti / al filo, inesorabile richiamo. / Chiamami da lontano, / da lontano ti chiamo / mio fuoco, incendio, rogo / e la tua voce crepita, m'avvolge. / Consunta sto, rappresa / fremendo per la voglia che mi sale / e ancora torna a ravvivar la brace...
R. FLORIT
 
 
DESCRIZIONE DELLA SCENA
 
L’autore vorrebbe che l’attrice desse l’impressione di sanguinare, di perdere il sangue come una bestia ferita, di terminare l’atto in una camera piena di sangue.
 
LA VOCE UMANA
 
E ho fatto un sogno. Ho sognato la realtà: mi sono svegliata di soprassalto felice che fosse un sogno, e quando mi sono resa conto che era vero, che ero sola, che non avevo la testa sul tuo collo e sulla tua spalla, e le mie gambe fra le tue, ho sentito che non potevo, che non potevo vivere...
 
Un’occhiata poteva capovolgere tutto. Ma con questo apparecchio, quel che è finito è finito...
 
Ho il filo intorno al collo. Ho la tua voce intorno al mio collo...
 
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categoria:poesia, frammenti
sabato, ottobre 01, 2005
Dal virtuale alla letteratura. Maldonado, Borges, l’eternità.
 
Lo stile del desiderio è l’eternità. (J. L. Borges)
 
Se la “letteratura” avesse una porta d’ingresso, dovrebbe portare quest’iscrizione: “O voi ch’entrate, tenetevi lontano dalla verità!”. Primo corollario: la didattica è un inganno. Come i metafisici di Tlon non cerchiamo la verità... ma la sorpresa. L’unico mezzo per diventare “eteronimi” di noi stessi è lo specchio, ma “lo specchio è abominevole perché moltiplica la realtà”.
Tema della moltiplicazione all’infinito di parole, immagini e informazioni ( “per localizzare il libro A, consultare previamente il libro B... e così all’infinito” ) e al controllo; alla mitizzazione della virtualità come luogo supremo della libertà... che può con facilità trasformarsi in prigione reale.
In un mondo in cui tutto è mitizzato, idealizzato, idolatrato, “critica” vuole ancora dire demistificare, smascherare e anche distruggere. Ma il feticcio del quale dobbiamo sbarazzarci, come scrive T. Maldonado, non è il reale. “Nell’accettazione incondizionata dell’apparenza vi è una sorta di paura per la realtà”.
Dovremmo, seguendo Maldonado, parlare di “ambiente virtuale” piuttosto che di “realtà virtuale” che, come l’espressione “realtà reale” non significa nulla, perché ognuno di noi ha una sua “versione” del reale. “Virtuale non è una novità perché l’uomo ha da sempre irrealizzato la realtà, rappresentato e creato mondi illusori, simbolici. Mondi simbolici che svolgono un ruolo di mediazione tra noi e il mondo reale”. Il mondo è rappresentazione dell’uomo (Schopenhauer) e questa facoltà è all’origine delle pratiche creative. La fascinazione dell’ambiente virtuale è nella possibilità di “avvicinare” l’altro al di là delle barriere spazio-temporali. L’atto di lettura, esperienza passiva alla stregua della percezione del presente e del nostro angolo di mondo in cui siamo gettati e confinati, può diventare condivisione di un tempo e di uno spazio non vincolati dalla cronologia e dalla distanza, un “tempo dell’anima” (Ricoeur)
“Ogni immagine, reale o virtuale che sia, è un misto di innocenza e di non-innocenza percettiva [...] Che cosa tiene insieme il nostro comune agire nel mondo? Certamente, le nostre illusioni condivise, ma anche le nostre esperienze concrete altrettanto condivise. La nostra percezione visiva può essere causa di sconcertanti, imbarazzanti abbagli, ma anche... di gratificanti certezze”. (T. Maldonado)
La prospettiva di uscire dalla gabbia della realtà per entrare nella gabbia del virtuale non è certo allettante.
 
“È noto che l’identità personale risiede nella memoria, e che l’annullamento di questa facoltà comporta l’idiozia. Lo stesso si può pensare dell’universo. Senza un’eternità, senza uno specchio delicato e segreto di ciò che accade nelle anime, la storia universale è tempo perso, e con essa la nostra storia personale – il che ci rende fastidiosamente spettrali”. (Borges)
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categoria:testi, frammenti, dialoghi
lunedì, settembre 19, 2005

Non voglio rinunciare ai miei studi, ma in futuro li proseguirò solo in me stesso... nei nostri manicomi regnano condizioni per noi tutti infamanti.

 

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categoria:frammenti
giovedì, settembre 15, 2005

“Il tempo che avvolgeva la torre, fattosi all’improvviso indocile negli ultimi giorni di marzo, con grande ostentazione, manifestava migliaia di umori contrastanti, mutazioni, rivoluzioni, esplosioni... esercitava, stranamente,un’influenza terribile su di noi che, dentro la torre, nella nostra costante tetraggine, d’un tratto regrediti a uno stadio remoto a noi stessi, non facevamo alcun progresso: spesso, quasi fossimo d’accordo, andavamo a rintanarci nell’angolo più riposto della Cucina Nera, non molto lontano dai nostri pagliericci... di tanto in tanto, nel crepuscolo, quando la notte fonda si trasformava in una notte ancora più fonda e – così pensavamo noi – ci copriva d’infamia, quando le tempie dei monti, le pareti che penetravano come lame nell’acqua della Still, quando il burrone monumentale privo dell’eco per lo scrosciare della Still, oscuravano irrimediabilmente – sino a renderlo irriconoscibile – il nostro mondo esterno, e quindi anche il nostro mondo interiore, lo oscuravano e lo deturpavano, allora noi osavamo uscire dalla tana...”

Il burrone monumentale privo dell’eco per lo scrosciare della Still... È l’acqua metaforica della scrittura, copre la voce umana, crea un abisso interiore. Il tempo non scorre più, diventa regressione thalattica, verso l’angolo più riposto dei nostri pensieri, dell’infanzia, la Cucina Nera, il grembo primordiale della natura. Il fragore delle acque della Still si ripercuote, attraverso tutte le pagine, sulla vita dei due fratelli, che sembrano vivere in una simbiosi perfetta solo dopo la morte, prima dei genitori, poi di uno dei due, perché la morte non è mai qualcosa di reale, noi lo sappiamo, è l’imput filosofico che ci permette di vivere, di cercare il senso. La morte, ogni morte, è la presenza del niente al centro dell’essere, dell’esistenza, della vita.

“...m’incupivo nelle confuse correnti d’aria, nei venti che dall’infinito s’infilano nella valle dell’Inn. Ecco che cosa sentivo: tanti soffi primaverili di mostruosa intelligenza cosmica... i logaritmi di corpi celesti in fuga... la macrologia dei concetti di età [...] bene o male in balia delle forze d’attrazione della natura.

Ogni partenza da noi stessi, dalla casa dei nostri genitori, ci era possibile solo soffrendo... per paura delle ferite... La verità è che noi, per tutta la vita, abbiamo sempre soltanto avuto paura, i nostri genitori avevano sviluppato in noi una paura smisurata... questa paura, col passar del tempo, [...] aveva scavato sempre più a fondo dentro di noi e poi s’era estesa a regioni sempre nuove [...] delle nostre nature corporee, alle nostre nature psichiche, alle nostre nature spirituali così diverse [...] Sin da bambini, aprire porte e finestre ci causava vertigini, mal di capo e svenimenti... più tardi questo ci capitava nel voltare la pagina di un libro... [...] Siamo stati, già molto presto respinti da tutto, in cerca di riparo, tutta la vita sempre solo rinchiusi nel nostro ilozoismo; e questo – com’è naturale – ha logicamente oscurato e ottenebrato [...] i nostri rapporti col mondo esterno; per me li ha ottenebrati sino a oggi...”

“Il fatto che probabilmente sia l'opera più cara all'autore e citata nell'ultima opera scritta non è forse la testimonianza del desiderio di una vita da riavvolgere come una pellicola e da rivivere con una dose più sopportabile di dolore?” (Wolfsegg)

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categoria:testi, frammenti
giovedì, settembre 15, 2005
E quando in lui si diffonde quel possente sentimento (per indicare il quale la lingua ha solo il nome di amore e voluttà) come un vapore denso che liquefa ogni cosa ed egli si immerge tremante, preso da una dolce paura, nell’oscuro, attraente grembo della natura, la povera personalità si consuma nei flutti del piacere che si inseguono e si accavallano e non rimane che un punto focale dell’incommensurabile forza generatrice, un vortice risucchiante nel vasto oceano!
Che cos’è la fiamma che compare ovunque? Un intimo amplesso il cui dolce frutto cade come rugiada in gocce di voluttà. L’acqua, questa primogenita di fusioni passionali, non può negare la sua origine dalla voluttà e si mostra sulla terra con celeste onnipotenza come elemento dell’amore e della commistione.
[...]
Sono proprio pochi coloro i quali sono immersi nei segreti del liquido e in qualcuno di loro questa intuizione del piacere sommo e della vita eccelsa non è mai emersa nell’anima inebriata. Nella sete si manifesta quest’anima del mondo, questo possente desiderio di liquefarsi. Gli ebbri provano fin troppo bene questa voluttà sovrannaturale del liquido e tutte le sensazioni piacevoli che proviamo sono, in fondo, liquefazioni, moti in noi di quelle acque originarie. Persino il sonno non è altro che l’alta marea di quell’invisibile mare dell’universo e il risveglio non è che il subentrare della bassa marea. Quanti uomini stanno sulle sponde di fiumi inebrianti e non sentono la ninna nanna di queste acque materne e non godono del gioco incantevole delle onde infinite!
[...]
Non è solo un riflesso quello del cielo nell’acqua, è una tenera amicizia che nasce, un segno della vicinanza e quando questa tensione inappagata vuole salire ad altezza incommensurabile, l’amore felice sprofonda volentieri nell’abisso senza fondo.
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lunedì, settembre 05, 2005
Oltrepassare il muro, ... a che prezzo? Al prezzo di un divenir-animale, di un divenir-fiore o roccia e, più ancora, di uno strano divenir-impercettibile, di un divenir-duro che è tutt’uno con amare... Vuol dire anche questo, disfare il viso, ... non guardare più gli occhi o negli occhi, ma traversarli nuotando, chiudere i propri occhi e fare del corpo un raggio di luce che si muove ad una velocità sempre più grande? ... È necessaria tutta una linea di scrittura, tutta una linea di pittoricità, tutta una linea di musicalità... Perché si diviene animale attraverso la scrittura, impercettibile attraverso il colore e, attraverso la musica, duro e senza ricordi, animale e impercettibile ad un tempo: innamorato.
G. DELEUZE - F. GUATTARI, Mille piani
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sabato, settembre 03, 2005
Paris
 
le temps de partir
 
le temps de compter le temps passé
 
de se dire
il ne reste que des souvenirs
 
on a tout allumé pour rire
 
il fallait s’y attendre
 
il s’est éteint comme un réverbère
à la première lueur du matin
 
Ungaretti, Roman cinéma I
 
 
Su Parigi s’addensa
un oscuro colore
di pianto
 
Ungaretti, Nostalgia
 
 
sur Paris se blottit cette couleur de pleur qui nous
dèfait les édifices et nous laisse la Seine sous un faix
de reflets
 
Ungaretti, Nostalgie
 
 
Dedicata al nostro malinconico reporter da Parigi, il nostro Hemingway pratese
 
I bagagli sono tristemente pronti, le note gravi di James John Williams contrastano fortemente con le grida di gioia dei ragazzi che giocano a calcio nel cortile sottostante; Parigi non si sta accorgendo della nostra partenza così come non si è accorta del nostro arrivo; è una strana sensazione: Quando si è un po' malinconici c'è sempre qualche ondata di sfacciata e spensierata allegria che t'entra scortesemente in casa appesantendo ancora di più il tuo stato d'animo.
 
 
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martedì, agosto 02, 2005
PARTICELLE
 
I sogni tengono assieme
Particelle infinitesime dei corpi
Resistono alla disgregazione;
Vinte le stagioni,
I cuori sazi, liberi da ogni desiderio;
Torniamo finissima polvere,
Oltre le forme già scomposte;
Lasciamo solo un ricordo,
Nell’universo, indelebile memoria.
 
 
Note:
 
GIANLUCA GORI, I nostri sogni
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lunedì, agosto 01, 2005
Un ramo che si ritrae di scatto ti spaventa... per giorni e giorni dolori nel punto che per te è mortale.
 
Perché non accade nulla... toccare, palpare, in continuazione, corpi diventati freddi da tempo, cervelli diventati freddi da tempo, centri nervosi irrigiditi, cacofonie corporee pietrificate.
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martedì, luglio 26, 2005
Canto
 
T’invoco, o fine della notte,
prolùngati e inèbriati
sul mio letto sii
maga,
t’esorto a dire
che cosa dice l’amore all’amante
alla fine delle stagioni.
 
Adonis- Libro della metamorfosi e della migrazione nelle regioni del giorno e della notte
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domenica, luglio 10, 2005
De même la sensation de ma personne s’enveloppait d’un anonymat souvent difficile à percer, nous venons de le voir je crois. Et ainsi de suite pour les autres choses qui me bafouaient les sens. Oui, même à cette époque, où tout s’estompait déjà, ondes et particules, la condition de l’objet était d’être sans nom, et inversement. Je dis ça maintenant, mais au fond qu’en sais-je maintenant, de cette époque, maintenant que grêlent sur moi les mots glacés de sens et que le monde meurt aussi, lâchement, lourdement nommé ?
Samuel Beckett, Molloy
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giovedì, giugno 30, 2005
Una pietra
 
Tempeste e poi tempeste fui soltanto
Un sentiero della terra.
Ma le piogge placavano la non placabile terra,
Morire fece il letto di notte nel mio cuore.
 
Da Yves Bonnefoy, Pietra scritta
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lunedì, giugno 13, 2005
Le foglie
 
Piove dolcezza nel verde,
il sole giunge a far gialle
le foglie di primavera.
Perduta dove si perde
lo sguardo, sei la straniera
che lascia cadere lo scialle
sulla panchina e le mani
ferma così nell’incerta
domanda di sempre: “e domani?”.
 
Come se all’oggi, all’offerta
di vivere, basti il respiro,
il sole del’erba, il tacere
attratta in quel dolce ritiro
di luce ronzante, di nere
farfalle che fissano gli occhi.
 
E’ la paura di tutto
la sola speranza che resta
vestita di timido lutto
a ingentilirti la testa
nel sole che viene alle spalle.
Domani sarà un’altra storia,
la pioggia che illumina gialle
le foglie della memoria.
Alfonso Gatto
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venerdì, giugno 10, 2005
Per ora è questo quello che ricordo,
un bimbo perduto nel giardino,
un barbone appollaiato sulla ghiaia,
un cane, due piccioni e un sordo.
Che non si è girato neppure
quando a un tratto ho urlato che ti amavo
e tu impazzita ridevi intenerita;
io pur sulle strisce ho rischiato,
ero distratto.
 
Ernie (Wolsegg)
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venerdì, giugno 03, 2005
All’alba
 
Come la donna affonda e dice vieni
dentro più dentro dov’è largo il mare
 
Come la donna è calda e dice vieni
dentro più dentro dov’è caldo il pane
 
E dirla noi vorremmo mare pane
la donna sfatta che ci prese all’alba
dentro il suo petto e ci nutrì di sonno.
 
Alfonso gatto 
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mercoledì, giugno 01, 2005
CONGEDO
 
Dei mari bianchi discorre l’oblio
Il mare che non è più.
 
Alfonso Gatto
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martedì, maggio 31, 2005

Le poème est l’amour réalisé du désir demeuré désir.

 

 

René Char, Seuls demeurent

 

 

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giovedì, maggio 26, 2005

“Io ti guarderei inoltrarti dolcemente verso la morte, e tu ti avvicineresti a me dentro di te con una serenità di cui non abbiamo neanche l’idea: la riconciliazione assoluta. E daresti degli ordini... Nell’attesa di te, intanto, mi metto a dormire. Tu, sei sempre qui, mio dolce amore” (Derrida, Feu la cendre)”

 

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venerdì, maggio 13, 2005

Et ne pas renoncer au souvenir du désir des étreintes silencieuces

Blanchot , Anacrouse

 

 

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martedì, maggio 10, 2005
« Sous la poésie des textes, il y a la poésie tout court, sans forme et sans texte. » Antonin Artaud
 
« Comprendre, c’est polluer l’infini. » Antonin Artaud
 
Infini. "Les âmes sont des unités et les corps sont des multitudes, mais infinies, tellement que le moindre grain de poussière contient un monde d'une infinité de créatures. Et les microscopes ont montré aux yeux mêmes plus d'un million d'animaux vivants dans une goutte d'eau. Mais les unités, quoiqu'elles soient indivisibles et sans parties, ne laissent de représenter les multitudes, à peu près comme toutes les lignes de la circonférence se réunissent dans le centre." Leibnitz.
 
Celui qui vit dans l'attente voit venir à lui la vie comme le vide de l'attente et l'attente comme le vide de l'au-delà de la vie. L'instable indistinction de ces deux mouvements est désormais l'espace de l'attente. A chaque pas, on est ici, et pourtant au-delà. Mais comme on atteint cet au-delà sans l'atteindre par la mort, on l'attend et on ne l'atteint pas ; sans savoir que son caractère essentiel est de ne pouvoir être atteint que dans l'attente."
Maurice Blanchot, L'Attente l'oubli
 
"Ceux qui