domenica, aprile 27, 2008

Segnalo qui uno spazio di informazione e creatività

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L’importanza di avere un amico di nome Alfredo. Commento al
Bonnefoy di Stefania Roncari

Respinti dalle cose, dall’opacità del mondo, parola assente, vuoto dove si rasenta la follia, voglia di gridare nel buio, paura di un eco che risuona negli spazi infiniti. “Separati dalla carenza dei segni”. Passiamo, come il cielo trascolora, è già notte. Andare, tornare. Presenza, assenza. Quale identità ! se il tempo ci cambia e lascia tracce sul nostro volto che ci rendono irriconoscibili. Continua su tellusfolio

Come è tradizione – libertaria – di TELLUSfolio i COMMENTI più articolati, o nati per creare intreccio, vengono postati dalla Redazione in prima pagina. E chi commenta può entrare, da subito, nel circuito delle voci del giornale on line, con propri testi e scritture. In maniera RIZOMATICA. Basta si scelga una sezione del menù o di Critica della Cultura o di Diario di Bordo o di altre sezioni. Tutto ciò è fatto per potenziare al massimo la libertà di informazione e di creatività. (Claudio Di Scalzo)

 

 

postato da: alfred58 alle ore 14:54 | Permalink | commenti (6)
categoria:letture, letteratura, ibrida-menti
lunedì, marzo 31, 2008











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fin nella caverna cielo e suolo
e una a una le vecchie voci
d’oltretomba
e lentamente la stessa luce
che sulle piane di Enna in lunghi stupri
macerava poco fa i capillari
e le stesse leggi
che poco fa
e lentamente nell’orizzonte che spegne
Proserpina e Atropo
Adorabile d’incerto vuoto
Ancora la bocca d’ombra

 
BECKETT, Poesie

 

***

 
 

C’è un’isola vasta, Trinacria, ammassata sopra le membra di un gigante.

Allora la terra trema, e perfino il re dei morti muti ha paura che il suolo si squarci e che una larga voragine ne dischiuda i segreti e che la luce irrompendo semini terrore e confusione tra le ombre.

Non lontano dalle mura di Enna c’è un lago che si chiama Pergo, l’acqua è profonda.

La terra mi dischiude un cammino, io scorro in caverne dentro le sue profondità, e qui levo fuori il capo e rivedo le stelle quasi dimenticate

Proserpina: … regina , signora del mondo buio

 
OVIDIO, Metamorfosi, Libro V, v. 341-571

 

***

 

ciel dans le crépuscule de la présence
imagine fleurs dans la nuit astrale
paroles qui précipitent des sons de silence
dans le vide de forêts disparues
lieus éternels d’absence
reflétés supprimant les astres
lumière pure qui frappe le cœur
caverne de colonnes creusées
de l’autre côté du silence
cieux profonds sombres se déplacent
abîmes lumineux du bleu
débordent dans l’eau du matin

 

http://ibridamenti.splinder.com/post/16537911/METAMORPHOSE


 

postato da: alfred58 alle ore 18:47 | Permalink | commenti (5)
categoria:poesia, ibrida-menti
sabato, febbraio 23, 2008

analogia o differenza nel simposio tra l’afrodite celeste e l’afrodite ctonia eros celeste e eros volgare l’eros dell’afrodite volgare è in verità volgare e porta a compimento ciò che capita ed è quello che gli uomini dappoco amano costoro anzitutto amano le donne non meno dei fanciulli in seguito di quelli che amano amano i corpi piuttosto che le anime ed infine per quanto è loro possibile amano le persone più stolte mirando soltanto al compimento dell’atto, senza curarsi che ciò avvenga in modo bello o no equivoco del leggere il simposio senza la distanza dalla grecia il terrore di essere corpo di esistere sotto la forma di corpo e continuare a vivere nell’illusione della parte indistruttibile del proprio essere che sopravvivrà alla nostra morte corporea non riusciamo ad accettare razionalmente la distruzione totale del nostro corpo incomprensibile confondere cielo e terra in un uomo distrutto nel corpo e ossessionato dalla carne è in questa luce oscura irreale che l’erotismo trova compimento restando nella purezza dei cieli infantili non essere scalfiti dalle proprie impurità depurare il testo della sua ossessione per tenere il testo poetico perdendo la gravità delle parole ma anche l’uomo riscattare l’erotismo con la poesia la filosofia impedire ai corpi di sprofondare di sparire nel magma delle profondità terrestri forse sospesi sopra altri corpi l’uomo è sempre nell’utero della donna che ama e attraverso la sua carne sonda le profondità della propria tutto il male psicosomatico inconscio inestirpabile in che modo diventa autoflagellazione voluta tormento pena inflitta volontariamente male di vivere che si riversa sui corpi quando il male prende forma s’incarna come tenere a bada il fuoco che arde senza dolore come un virus i nostri corpi sono come i vulcani della terra eruttano in continuazione o ad intervalli più o meno regolari altri ancora sembrano spenti all’apparenza ma il fuoco nelle viscere della terra continua ad ardere incessantemente corpo sofferente il traffico urbano che stordisce le luci artificiali della città che simboleggiano la prigione nella quale il soggetto corpo temporaneamente si trova rinchiuso frastornato e da cui può uscire soltanto identificandosi alla pianta alla sua sofferenza e al suo slanciarsi nel cielo d’oriente non sono le immagini la loro potenza metaforica ad inquietare è la perentorietà di un verso la troppa chiarezza non sono i chiodi le catene è l’alba nella quale il corpo appare giorni oltraggiati e stinti dopo il martirio notturno forse l’entrare nel gioco delle relazioni in rete contamina questo materiale perché non apri uno spazio in cui il soggetto sparisce quasi una terapia di gruppo dove i problemi di uno diventano i problemi di tutti un caos dove le identità sono a rischio il linguaggio che non vuole esprimere che non è un medium tra me e l’altro è solo uno sfogo incontrollato un sollievo per chi scrive nebbia che si dissipa all’alba ma è l’uomo che genera la sofferenza come le scintille che s’innalzano dal fuoco…

 

postato da: alfred58 alle ore 22:01 | Permalink | commenti (16)
categoria:testi, ibrida-menti
sabato, febbraio 02, 2008

“siate delle molteplicità, fate rizoma, create delle alleanze...”.

 
 

Nella notte, tra stanchi piaceri
Infinita cade l’ombra tra noi, denudata ferita,
Segreto inconfessabile di un’infanzia inerme,
Cinerea legge dal volto minaccioso.
Tu sei altrove, tra le vespe e le orchidee,
Là ti ritroverò, lontana dall’orrore,
Combattiva tenera e fragile, come una bimba,
Lontana da morali e peccati,
Là ti coglierò, tra le giunchiglie e i narcisi.
Dissolta ogni colpa, risorgerai vittoriosa,
Bianca leggera e libera, rosa su rosa,
Mondo diverrai, animale vento e uomo.
Ora seguimi, lungo le tracce scavate dall’acqua.

 

NOTE:

 
………………

MARIO GALZIGNA, Poesia d’amore

 
La vespa e l’orchidea fanno rizoma in quanto sono eterogenee. [...] Vero divenire, divenire-vespa dell’orchidea, divenire-orchidea della vespa. [...]

La pantera rosa non imita niente, dipinge il mondo del suo colore, rosa su rosa, è il suo divenire-mondo, in modo da divenire impercettibile essa stessa, essa stessa asignificante, fare la sua rottura... Saggezza delle piante: perfino quando sono a radice, c’è sempre un di fuori dove fanno rizoma con qualche cosa – con il vento, con un animale, con l’uomo. [...] Segui i rigagnoli che l’acqua ha scavato, così conoscerai la direzione dello scorrimento.
[...]
Che vuol dire amare qualcuno? Sempre coglierlo in una massa, estrarlo da un gruppo, anche ristretto, a cui partecipa, non fosse che per mezzo della sua famiglia o altrimenti; e poi cercare le sue proprie mute, le molteplicità che racchiude in se stesso, e che sono forse di tutt’altra natura. Congiungerle alle mie, farle penetrare nelle mie e penetrare le sue, nozze celesti, molteplicità di molteplicità. Nessun’amore che non sia esercizio di spersonalizzazione...

G. DELEUZE - F. GUATTARI, Mille piani

 
Io amo e dubito, ed è vano, è vano,
Amare e dubitare come uno che deve morire
Pianificando ciò che è bene, benché non sia che inverno,
Quando è giunta la primavera,
La giunchiglia e il narciso selvatico.

DYLAN THOMAS, Poesie inedite

 
Siamo esseri che ritornano, noi ritorniamo sempre da chi amiamo, non per un’idea di fedeltà, per un’idea di casa, di accoglienza, di amicizia.

RITA R. FLORIT, Lettera

 
« Pensava: ti amo, benché non sappia se il mio amore nasca soltanto da te e da me, o se non l’abbia destato dal nulla colui che già nel nulla è tornato, e se questo amore sia un legame tra noi due, oppure il riflesso di un altro amore che appena articolò le sue prime parole una sola volta prima di affondare tra le gelide spume di acque mortali, per non incarnarsi mai più in un corpo e in una voce, non so da dove sia scaturito il mio amore per te, ma ovunque abbia tratto la sua origine e i suoi primi incantamenti, mai cesserò di amarti, poiché, se esisto, è solo per affermare con tutto me stesso, io, non amato, il bisogno di amare...».

JERZY ANDRZEJEWSKI, Le porte del paradiso

 

postato da: alfred58 alle ore 19:17 | Permalink | commenti (15)
categoria:ibrida-menti
venerdì, ottobre 05, 2007

Fuori dalla consueta dialettica tra significante e significato. Jean Paulhan, scrive Sollers, si occupava di linguistica, senza parlare di significante e significato. Più precisamente: « Le langage est devenu, après 68, une sorte de question de cours universitaire. Personne, dans la vie courante, n’a la vive conscience permanente qu’il y a un signe, un signifiant et un signifié. […]. Paulhan a eu cette conscience ».
Nella lettera c’è la solitudine dello scrivente e l’ombra dell’altro, il suo spettro. Il segno si accorda alla parola, ed evoca il reale. Nel mondo ibrido dei blog, qualsiasi segno si perde nel mare dell’indifferente. Nei suoi Quaderni Cioran riporta ogni genere di disastri derivanti dal corrispondere con sconosciuti; la propria vita invasa dall’estraneità. L’epistolario, genere non più praticato, è lo scambio di due “identità”. L’alterità assoluta, che rende il mondo virtuale, è la fine della “corrispondenza”. Io entro in “amorosa” corrispondenza per fuggire ad un tempo la prigione solipsistica e il linguaggio dei corpi. Se tutti i corpi parlano “democraticamente” lo stesso linguaggio, ma nella babele linguistica per lo più incomprensibili gli uni agli altri, non resterà come fine (scopo) ad ogni corpo che andare in cerca della propria anima perduta.
« Je sens que les oiseaux sont ivres \ d’être parmi l’écume inconnue et le cieux », oggi che « le vide papier que la blancheur défend » non è più.

 
La lettera manifesta una prossimità privilegiata all’evento
. O forse è che la parola sopravvive ad un evento, e un amore, senza futuro; l’accoppiamento impossibile tra l’essere e il nulla, la pienezza d’essere e il vuoto d’essere, “entre le vide et l’événement pur” (Badiou). Il fiore appassito non è più quello che era, ma mantiene sempre il suo nome; questo nome si chiama “verità”, la sua lingua  è la poesia, “e io vi trovo sempre più bella, nonostante il tempo che passa”. La verità è, può essere, un accidente dell’essere; in ciò i libri sono la sospensione del mondo. Mallarmé ripete Hegel che ripete Descartes, affermando che ogni parola autentica, o verità di parola, ha il potere, e forse il compito, di negare la dura evidenza dei fatti, delle cose, e contro la forza del contingente far perdurare l’evento. Questo significa aprire un mondo alla soggettività, dove alla durezza del preesistente sia sostituita la malleabilità di un pensiero in divenire.
Se c’è ancora una verità che non è di questo mondo, che questo mondo non ha capito, questo vuol dire che ci si nasconde (e ci viene nascosto) ancora dietro asserzioni di esistenza per impedire il ritorno del soggetto. Affinché ci sia “linguaggio”, occorre un soggetto, che parla qui. Qui, dove? In un mondo che gli permette di apparire.

 
La scrittura diventa l’epifania di un 
soggetto collettivo dell’enunciazione, ma come può un soggetto collettivo enunciare qualsiasi cosa ? Appoggiandosi su una passione e una potenza collettiva o conservando l’eteronomia del soggetto desiderante, il suo andare sempre verso l’altro, il suo essere “altrove” sul mare della verità: “fluidità dell’identità” e “esposizione all’altro”, in presenza di un sentimento nel quale siamo immersi, piuttosto che in un ambiente continuamente mutabile che non scalfisce i corpi degli individui. Il pericolo della caduta è qui un materialismo virtuale che trascini tutti i corpi nello stesso flusso desiderante indifferenziato. Si tratterà, invece, di uscire definitivamente dalla prigione del corpo-ambiente-virtuale, in vista di un mondo trans-virtuale-poetico, ancora da definire. Una parola-sonora, una parola-corpo, ma anche una parola-dialettica tra “creatività e follia, tra invenzione e déperdition”, sempre preservando alla scrittura il suo spazio silenzioso.

 

Link su lessness: Eteronomia I e II

postato da: alfred58 alle ore 22:05 | Permalink | commenti (24)
categoria:ibrida-menti