mercoledì, maggio 07, 2008

Avec son ami Dolfi Trost, il essaie de fuir définitivement la Roumanie, mais leur tentative échoue. Commence une attente interminable et, à bien des égards, odieuse. Seule une demande de visa pour Israël peut désormais permettre de franchir les frontières, le régime communiste ayant imaginé de monnayer ses citoyens juifs. Après cinq années de refus, d’atermoiements, et grâce à l’aide d’amis parisiens ; Luca obtient le sauf-conduit qui l’oriente vers cette destination qu’il n’as pas souhaitée. Il va y rester de long mois, échappant par tous les moyens au service militaire obligatoire, vivant reclus dans une grotte qu’il éclaire à l’aide d’un miroir qui reflète les rayons du soleil.

Se définissant lui-même comme l ’  « étran-juif, juif étranger à la judéité définie comme une appartenance religieuse, ethnique, ou nationale, n’ayant jamais partagé l’idéal sioniste, le voici contraint de demander asile à Israel, avant de pouvoir rejoindre Paris en 1952 »

Préface d’André Velter à Ghérasim Luca, Héros-Limite, Poésie Gallimard n.364

 

Col suo amico Dolfi Trost, cerca di fuggire definitivamente dalla Romania, ma il loro tentativo fallisce. Comincia un'interminabile attesa e, sotto molti aspetti, odiosa. Solo una domanda di visto per  Israele può permettere oramai di varcare le frontiere, essendo l’idea del regime comunista di monetizzare i suoi cittadini ebraici. Dopo cinque anni di rifiuti, di indugi,  e grazie all'aiuto di amici parigini; Luca ottiene il salvacondotto che l'orienta verso questa destinazione che non auspicava. Vi resterà lunghi mesi, sfuggendo con tutti i mezzi al servizio militare obbligatorio, vivendo recluso in una grotta che illumina con l'aiuto di uno specchio che riflette i raggi del sole. 

Definendosi come lo strani-ebreo, ebreo straniero al giudaismo definito come un'appartenenza religiosa, etnica o nazionale, non avendo mai condiviso l'ideale sionista, eccolo costretto a chiedere asilo ad Israele, prima di poter raggiungere Parigi nel 1952". 

Dalla Prefazione di André Velter a Ghérasim Luca, Eroe-Limite, Poesia Gallimard n.364

 

 

 

A GORGE DÉNOUÉE

 
…………………………………

Accouplé à la peur

Comme le sacré au massacre

Le cou engendre le couteau

…………………………………

(Ghérasim Luca)

 

 

A GOLA SCIOLTA 

  
Legato alla paura 

Come il sacro al massacro 

Il collo genera il coltello

 

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domenica, aprile 27, 2008

Segnalo qui uno spazio di informazione e creatività

http://www.tellusfolio.it/

 
L’importanza di avere un amico di nome Alfredo. Commento al
Bonnefoy di Stefania Roncari

Respinti dalle cose, dall’opacità del mondo, parola assente, vuoto dove si rasenta la follia, voglia di gridare nel buio, paura di un eco che risuona negli spazi infiniti. “Separati dalla carenza dei segni”. Passiamo, come il cielo trascolora, è già notte. Andare, tornare. Presenza, assenza. Quale identità ! se il tempo ci cambia e lascia tracce sul nostro volto che ci rendono irriconoscibili. Continua su tellusfolio

Come è tradizione – libertaria – di TELLUSfolio i COMMENTI più articolati, o nati per creare intreccio, vengono postati dalla Redazione in prima pagina. E chi commenta può entrare, da subito, nel circuito delle voci del giornale on line, con propri testi e scritture. In maniera RIZOMATICA. Basta si scelga una sezione del menù o di Critica della Cultura o di Diario di Bordo o di altre sezioni. Tutto ciò è fatto per potenziare al massimo la libertà di informazione e di creatività. (Claudio Di Scalzo)

 

 

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venerdì, aprile 18, 2008

Sur le plateau de Carsulae, au nord de Terni, de très bon matin, au sortir d’une nuit dans le véhicule aux abords d’Acqua Sparta et d’un long rêve (un tunnel ou je suis coursé nu par des chiens – quelque chose au moins de tangible, dans ma vie), nous voici dans les ruines, avec de la neige encore dans les interstices, de la ville aux pierres qui brillent, jadis camps avancé de Vespasien, le premier assiégeant destructeur romain de Jérusalem, contre Vitellius, celui pour lequel le cadavre d’un ennemi sent toujours bon. Affaiblie par la déviation de la Via Flaminia vers l’est, la cité contient alors les restes, tête et genoux, d’une statue géante de l’Empereur Claude, né a Vienne sur le Rhône au pied de la montagne où je suis né, où l’on dit que Ponce Pilate, nommé ici proconsul, se serait, de remords, précipité dans le Rhône.
Passant sous l’arc de Saint-Damien, je vois le petit tableau du Louvre avec la décapitation de Saint Côme et Saint Damien et de quelques autres, avec leur tronc rejetant le sang et les têtes nimbées d’or au sol. Alors, l’Art je n’en veux plus, mais la décapitation oui ! et avec le couteau d’Agnès je ne peux que m’égorger…

Au sortir d’une nuit d’après dans le véhicule, dans la neige, dans les Abruzzes, toutes fontaines gelées, encore dans l’obscurité, nous entrons dans une boulangerie pour acheter du pain qui sort du fournil. La famille nous invite a nous laver, à boire le café au lait, et, jusqu’au milieu de l’après-midi où le père reprend son travail, nous parlons dans la petite arrière boutique, mi-italien, mi-français, de ce dont alors pour eux souffre l’Italie, les Brigades Rouges, la corruption, le manque d’État. Ils parlent aux bords des larmes.

 
(Pierre Guyotat, Coma)

 
 

Sull’altopiano di Carsulae, a nord di Terni, di buon mattino, uscendo da una notte, nell’auto, nei dintorni di Acquasparta e da un lungo sogno, (una galleria dove sono rincorso nudo dai cani - qualche cosa almeno di tangibile, nella mia vita), eccoci tra le rovine, con la neve ancora negli interstizi, della città con le pietre che brillano, un tempo campo avanzato di Vespasiano, il primo assediante distruttore romano di Gerusalemme, contro Vitellio, per il quale il cadavere di un nemico ha sempre un buon odore. Indebolita dalla deviazione della Via Flaminia verso l'est, nella città si trovano ancora i resti, testa e ginocchia, di una statua gigante dell'imperatore Claudio, nato a Vienne sur le Rhône, ai piedi della montagna dove sono nato, dove si dice che Ponzio Pilato, nominato qui proconsole, si sarebbe, per il rimorso, gettato nel Rodano. 
Passando sotto l'arco di San-Damiano, vedo il piccolo quadro del Louvre con la decapitazione dei Santi Cosma e Damiano e di alcuni altri, col loro tronco che schizza sangue e le teste coronate d’oro a terra. Allora, non voglio più saperne dell’Arte, ma la decapitazione sì! e col coltello di Agnese posso solamente sgozzarmi...

All’uscita della notte successiva, nell’auto, nella neve, negli Abruzzi, ogni fontana gelata, ancora nell'oscurità, entriamo in una panetteria per acquistare del pane che esce dal forno. La famiglia c'invita a lavarci, a bere il caffè latte, e, fino a metà pomeriggio quando il padre riprende il suo lavoro, parliamo nel piccolo retro bottega, metà-italiano, metà-francese, di quello di cui allora per loro soffre l'Italia, le Brigate Rosse, la corruzione, la mancanza di Stato. Parlano quasi piangendo. 

 

 

 

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categoria:traduzioni, letteratura
domenica, aprile 13, 2008


  

“Il semiotico è la musica della poesia. Retrospettivamente, è ciò che il bambino articola con il suo balbettio prima di imparare le parole…” (J. Kristeva)


                                      

Ecolalie, una sinfonia di testi su una sola lingua, una sinfonia di lingue per un solo testo.
La perdita dei suoni: ecolalia infantile plurilingue, lingua di Dio (aleph), fonemi silenziosi - La morte delle lingue, la loro reviviscenza sotto altre forme, la lingua perduta o proto-lingua – Lingua (della) madre, sfide grammaticali, Canetti, Wolfson, Abu Nuwas, Landolfi – Babele, abitare la lingua. Il libro di Heller-Roazen è formato da capitoli che s’intersecano, dove la linguistica, la psicanalisi, la letteratura, s’incontrano a partire dal dubbio sollevato dall’origine del linguaggio, sintomo creativo che diviene a sua volta segno di una mancanza originaria, di una perdita che perdura. Nell’infanzia avviene il vero processo d’apprendimento d’una lingua che si struttura sopra frammenti ecolalici. Infiniti nella loro varietà, questi frammenti contengono potenzialmente tutte le lingue. Per apprendere la lingua madre il bambino dovrà sacrificare questa molteplicità all’uno. “Rimane l’eco di quel balbettio indistinto, immemoriale…”. L’ecolalia che ancora portiamo in noi.
A quella prima perdita necessaria di cui non ci dimentichiamo, faranno seguito altre perdite: la perdita degli dèi (cap III Aleph), la perdita di fonemi inutilizzati (cap. IV Fonemi in via di estinzione). Più o meno necessarie, più o meno traumatiche, struttureranno il nostro inconscio e riappariranno nelle espressioni visibili della religiosità e creatività umana, nella poesia.
La parola, l’alfabeto, la scrittura “custodisce l’oblio” della voce. La scrittura diventa il segno di una metamorfosi dolorosa per la ninfa “Io” di Ovidio (cap. XIII La mucca che sapeva scrivere), come per scrittori e poeti in esilio (Arendt, Brodskij). Dalla voce può anche sorgere un divieto di metamorfosi (Canetti – cap. XVI), parola d’ordine o sentenza di morte simbolica che significa “tu sei già morto”. Quella che ascoltiamo” scrivono Deleuze-Guattari in Millepiani, a proposito di Canetti (enantiomorfosi) “è una parola d’ordine che è sentenza di morte, simbolica, iniziatica, temporanea”. La “lingua-senza-corpo che scrive” nel racconto Valdemar di Poe (cap XV Aglossostomografia).
La lingua materna può diventare anche prigione, la madre di Canetti (nel primo tomo della sua autobiografia, La lingua salvata) lo imprigiona nella “sua” lingua materna, che non è più la lingua di famiglia, ma la “lingua della madre”, il vincolo affettivo. L’incontro con la scrittura si rivelò decisivo per Canetti, ma capì che per la madre “il tedesco era la lingua dell’intimità e dell’affetto”, “il bambino era solo il sostituto del padre morto e dei loro colloqui d’amore spezzati”. L’acquisizione della nuova lingua non fu una lingua straniera, ma “una lingua madre innestata con ritardo e con vero dolore… una seconda nascita”
Le altre lingue che si mescolavano nella sua infanzia nomade hanno relegato il bulgaro nell’oblio del paese in cui era nato. Nel mettere su carta i suoi ricordi d’infanzia, scrive Canetti, “la traduzione si è compiuta spontaneamente nel mio inconscio”, quindi non c’è alcuna deformazione. La lingua dell’infanzia dimenticata trova una nuova musica attraverso una nuova lingua, ma quei suoni infantili della lingua dimenticata sono ancora dentro di lui, agiscono inconsciamente, sollevano veli, echi, designano una perdita. “È perdendo la madre che si scopre che la propria lingua madre è sempre già perduta”. Come la lingua della poesia, che è sempre un’altra lingua tradotta dalla lingua madre, scrive Marina Cvetaeva.

 

segue…

 

Daniel Heller-Roazen, Ecolalie. Saggio sull’oblio delle lingue, Quodlibet 2008

 

 

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categoria:testi, letture, letteratura
domenica, aprile 06, 2008

Perché rispondere ancora al Questionario Proust? Forse perché il modo migliore di afferrare un concetto è rispondere ad una domanda. Come nella vita, le risposte non sono mai definitive.

 
Che cos’è per lei la felicità?

Vivere, con intelligenza e ironia.

Di che umore è in questo momento?
Calmo e riflessivo. Lievemente depresso.

La sua passione più grande?
La filosofia e i gatti.

Quali sono i suoi personaggi preferiti?
Molloy, Malone, e affini

Chi ammira, tra i viventi?
Nessuno in particolare

Chi, invece, non può soffrire?
La società dello spettacolo. I ricchi. I politici con un doppio lavoro.

Quali sono i suoi eroi nella «vita reale»?
Nessuno

Che cosa non sopporta di se stesso?
L’incertezza. La mancanza di fede.

E degli altri?
Quello che credono di essere.

La bizzarria a cui non può rinunciare?
Leggere con poca luce.

Qual è l’oggetto più prezioso che possiede?
Qualche libro. Una pietra.

Cosa le fa più orrore?
Guerre, malattia, dolore, crudeltà verso uomini e animali.

La conquista di cui è più orgoglioso?
Aver imparato a leggere.

Il suo viaggio preferito?
In Paradiso

Il modo migliore di passare il tempo?
Pensare. Leggere sdraiati. Ascoltare musica.

Qual è il tratto distintivo del suo carattere?
Il timore e il tremore (Kierkegaard).

Fin dove può arrivare la miseria umana? C’è un limite?
All’annientamento dell’umanità, unico limite.

Il suo rimpianto più grande?
Non aver studiato abbastanza.

Dove e quando è stato più felice?
Campagna. Infanzia.

Le capita di mentire?
Per necessità. Quasi mai.

Il talento che le manca e che vorrebbe avere?
Leggere la musica. La vita spirituale, che è il fare filosofia.

Che cosa la infastidisce di più del suo aspetto?
Non è, ancora, un problema.

Vorrebbe essere diverso, in qualcosa?
Concretamente più spirituale.

E in casa cosa cambierebbe?
Spero non sarà mai un problema.

Come vorrebbe morire?
Cosciente e tranquillo.

Se dovesse reincarnarsi quale forma pensa che assumerebbe?
Gatto.

E se invece potesse scegliere?
Un puro spirito.

Il suo motto?
“Non è necessario che tu esca di casa. Rimani al tuo tavolo e ascolta. Non ascoltare neppure, aspetta soltanto. Non aspettare neppure, resta in perfetto silenzio e solitudine. Il mondo ti si offrirà per essere smascherato, non ne può fare a meno, estasiato si torcerà davanti a te.” (Kafka)

 

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categoria:letteratura
domenica, marzo 16, 2008

Avec ses ruines colossales, sa profusion de palais, de coupoles et d’églises entre lesquels circulaient (ou se trouvait coincé) le flot des voitures, ça faisait penser aux ossements de quelque monstre prédateur d’une espèce disparue depuis longtemps et dont une armée d’insectes à carapace s’acharnait à ronger ce qui pouvait encore rester de chair accrochée a ces falaises de pierre, ces arcades, ces thermes, ces dômes boursouflés et creux. Comme l’accumulation (les cyclopéens et ambitieux entassements d’architraves, de frontons, de corniches, de volutes, de trophées, de baldaquins, de pietàs et d’angelots dorés) laissée derrière elles par de successives dynasties de personnages aux mêmes visages pensifs, glabres et impitoyables sculptés dans le marbre, couronnés de lauriers, de tiares ou de chapeaux de cardinaux.

et soudain, au-dehors, sans un éclair ni quelque grondement annonciateur, d’un coup, la pluie tropicale se mit à tomber : non pas ce grignotement ou même ces crépitements dont un orage fouette parfois les vitres, mais diluvienne, primitive, verticale, aveugle, avec un bruit majestueux de cataclysme et de désastre, semblable à quelque chose comme un réseau liquide qui, en quelques secondes, allait transformer les chaussées défoncées en lacs, en rivières…

L’air immobile a cette tiédeur pour ainsi dire intestinale, charnelle, caractéristique de l’Inde, chargée de ces imprécises senteurs à la fois végétales et animales qui, le matin, avant l’étouffante fournaise de l’après-midi, semblent suspendues comme de légères exhalations d’herbes, d’essences et d’espèces inconnues.

Dans les ténèbres viscérales de quelques ventre, de quelque matrice originelle aux lourdes senteurs de fleurs inconnues, aux noms inconnus, qui en pourrissant exhalaient un entêtant et subtil parfum de décomposition et de mort s’était dressée pour les accueillir la matérialisation même, insolite, vaguement menaçante, de ce continent lui-même fabuleux…

 
(Claude Simon, Le jardin des plantes)

 

***

couleurs sons et parfums se répondent dans l’air liquide joie folle de vie et de mort  mêlées dans la nuit du monde végétal en proie à une lassitude de tout l’être là où se forment de nouvelles hiérarchies on attend l’aube sous les arbres couchés dans les herbes folles et humides de rosée.

 

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categoria:testi, letteratura
domenica, marzo 09, 2008

VESTITI

Spesso quando vedo vestiti con molte pieghe, gale e ornamenti, che si posano bellamente su bei corpi, penso che non si manterranno a lungo in quello stato ma prenderanno pieghe, che non si possono più rimediare stirando, e polvere, che ingrossando nell’ornamento stesso, non si potrà più allontanare e che nessuno vorrà far una così triste e ridicola figura, mettendo ogni giorno al mattino lo stesso vestito prezioso, per levarselo la sera.
Eppure vedo delle ragazze, che sono belle e mostrano diversi muscoli provocanti e piccole ossa e la pelle tesa e masse di capelli sottili, e che giorno per giorno pur compaiono in questa mascheratura naturale, posano sempre la stessa faccia nelle stesse palme delle mani e la lasciano riapparir nello specchio.
Solo qualche volta a sera, quando tornano tardi da una festa, il viso appare loro consunto, gonfio, impolverato, visto da tutti ormai, e che non si può più portare.

 

 

GLI ALBERI

Perché siamo come tronchi nella neve. Apparentemente vi sono appoggiati, lisci, sopra, e con una piccola scossa si dovrebbe poterli spingere da una parte. No, non si può, perché sono legati solidamente al terreno. Ma guarda, anche questa è solo un’apparenza.

 

 

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categoria:letteratura
sabato, dicembre 29, 2007

Aesculum hippocastanum

 
Strapiomboautunno
nel parco degli anni ignari
dove alti gli ippocastani sfogliano ruggini.

È una ctonia alterità nebbiosa,
riconsegna incorporea di me a me.
Inevitabili passaggi, soglie interdette, fili
che si dipanano da me a me.

Nelle cortecce muschiose, nella ghiaia,
sulle panchine deserte infine
appare la coda del drago.
La sento muoversi alle mie spalle,
la sto cercando da mille anni.

 
(R. R. Florit, da Piante occulte, Inedita)

 

 

 

 

Anacoreta dell’essere nel tempio del tempo
L’oblio è un respiro, un soffio d’aria
Dove regna la calma assoluta.

 
L’apparizione del drago alle spalle, la millenaria coda del drago, “La sua coda si trascinava dietro la terza parte degli astri del cielo e li precipitava sulla terra.” Il drago dell’Apocalisse, o il serpente, che attende la donna “partoriente”, la perseguita nel segreto e nei luoghi deserti della mente, negli anfratti naturali e negli spazi deserti. Ma la donna ha ali per volare sul deserto. L’acqua che il drago scaraventa sulla donna è assorbita dalla terra che la soccorre. Dal mare e dalle profondità ctonie la bestia ricompare per essere adorata. Il Paradiso è ancora un sogno \ Porte, mura, torri della Gerusalemme celeste… \ Si aprono nel deserto le porte del Paradiso terrestre; è un mare di cristallo mescolato a fuoco, è il Regno millenario, un fiume d’acqua viva, un albero di vita “con foglie che hanno virtù medicinale per la guarigione delle genti”.

 
“ «... e a che  poeti in tempo indigente ? », domanda l’elegia di Hölderlin Pane e vino [...]. Il tempo della notte del mondo è il tempo dell’indigenza perché diviene sempre più indigente. [...]. Essere poeti in tempo indigente vuol dire: cantando, prestare attenzione alla traccia degli dèi fuggiti. Ecco perché, nel tempo della notte del mondo, il poeta dice il sacro. È per questo che, nel linguaggio di Hölderlin, la notte del mondo è la notte sacra”
(Heidegger, A che poeti ?).

 
“Il tempo s’era fermato, un millennio era lieve come l’aprirsi e il chiudersi di un occhio, era giunto al Regno Millenario... . Si chiama anche il Regno dell’Amore, questo Agathe lo sapeva pure; ma solo per ultimo ella pensò che i due nomi sono tramandati fin dai tempi della Bibbia e indicano il regno di Dio sulla terra, il cui prossimo avvento è inteso in senso perfettamente reale... . « Bisogna starsene quieti quieti, - le diceva una voce. - Non lasciar posto a nessun desiderio, neanche a quello di far domande. Bisogna spogliarsi anche dell’accortezza con cui si bada ai propri affari. Privare il proprio spirito di tutti gli strumenti e impedirgli di servire di strumento. Bisogna togliersi il sapere e il volere, liberarsi della realtà e del desiderio di volgersi a essa. Concentrarsi in sé, finché mente, cuore e  membra siano tutto un silenzio. Se si attinge così la suprema abnegazione, allora infine il fuori e il dentro si toccano, come se fosse saltato via un cuneo che divideva il mondo...! »”
(Robert Musil, L’uomo senza qualità)

 
“… ecco l’alba, vedo le immense mura e le porte di Gerusalemme dorate da una luce che non so da dove venga, se dalle mura stesse, dalle porte e dalle torri, o da quella vampa dorata che riempie l’aria e il cielo, lassù…”
(Jerzy Andrzejeweski, Le porte del paradiso)

 

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categoria:poesia, testi, letteratura, filosofia
sabato, dicembre 01, 2007


In “Austerlitz” di Sebald troviamo una descrizione della Biblioteca Nazionale di Parigi; visualizzata in un cortometraggio in bianco e nero:

“… e come i ricercatori costituissero, nella loro totalità legata all’apparato della biblioteca, un organismo altamente complesso e in continuo sviluppo, sempre bisognoso, per nutrirsi, di miriadi di parole, al fine di produrre, dal canto suo, nuove miriadi di parole. Questo film, cui ho assistito una sola volta, ma che nella mia mente aveva assunto tratti sempre più fantastici e immani, credo avesse per titolo Toute la mémoire du monde e fosse opera di Alain Resnais.”

Dopo aver descritto la Biblioteca nazionale in Via Richelieu, dove si recava per lunghe ore, ad un certo punto il protagonista “Austerlitz” ci descrive la nuova Biblioteca Nazionale al Quai François Mauriac e intraprende una lunga conversazione con un impiegato:

“… sul progressivo atrofizzarsi della nostra capacità mnemonica, che va di pari passo con il proliferare dell’informazione, e sul naufragio già in corso, l’effondrement, … della Bibliothèque Nationale. Il nuovo edificio della biblioteca, che, per il suo intero impianto nonché per il regolamento interno ai limiti dell’assurdo, tende a escludere il lettore quale potenziale nemico, è quasi… la manifestazione ufficiale del bisogno, che si annuncia sempre più impellente, di farla finita con tutto quanto abbia ancora un nesso vitale con il passato”.

Leggendo questo passo non si può fare a meno di pensare a uno spazio di proliferazione e di infinita ripetizione dell’informazione, dove lo spirito di concentrazione di un lettore è messo davvero a dura prova. Il lettore, ovvero colui che va in cerca del ricordo di se stesso, del momento in cui si è perso nel reale, senza alcuna certezza del futuro. “Maxime du Camp, reduce dalla traversata dei deserti dell’Oriente, formatisi (come lui stesso scriveva) dalla polvere dei morti…” vede di nuovo Parigi, sorretto dalla visione di un passato che non sprofonda più nei sotterranei parigini. “Dans l’Orient désert. Trasforma tutti i materiali della visione in una sensazione unica, d’ordine viscerale” (Barthes). Nella struttura della Biblioteca parigina Austerlitz, al contrario, non riesce a mettersi sulle tracce del padre disperso a Parigi. Dopo aver alzato più volte gli occhi dai libri per fissare la sua attenzione sulla labirintica struttura della biblioteca:

“Più volte è anche accaduto, disse Austerlitz, che alcuni uccelli, smarritisi nella foresta della biblioteca, volassero verso gli alberi riflessi nei vetri della sala di lettura e, dopo un colpo sordo, precipitassero a terra senza vita”. Gli incidenti nella vita dei singoli, che un miraggio devia dal loro percorso, rimandano per analogia alla “disfunzione cronica e alla labilità costituzionale” dei nostri sistemi d’informazione: biblioteche o sistemi informatici.

Si ritrova nella finzione dei romanzi di Balzac, comprendendo attraverso l’avventura del colonnello Chabert quale labile confine separi la vita dalla morte. Ritorno dai morti, la cui impossibilità è oggi dovuta alla stratificazione delle città, all’accumulo di materiali eterocliti, senza riguardo alla storia personale.

La ricerca per Austerlitz e per la letteratura, non avrà fine, un indizio di vita farà di nuovo vibrare i fili della memoria. Forse sarà soltanto un passeggiare in pantofole tra le tombe… anche se malinconicamente sappiamo che dall’abisso “mai potranno risalire in superficie”.

 

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categoria:letteratura
sabato, novembre 17, 2007

« Ne s’agit il pas de délivrer du Géant monde, du dragon qui la tient prisonnière au fond d’un appartement de laideurs et de craintes, une femme très pure, une femme éphémère qui ne durera que le temps d’un sanglot ? Puis je la chercherai vainement au milieu des arbres sans visage qui attendent debout la station de correspondance ou l’instant d’émerger dans le vent et la pluie au cœur de l’univers sinistre qu’ils n’ont pas sous terre dépouillé. Métamorphoses. Le trouble vient de l’ignorance où nous sommes des lois qui président aux métamorphoses. On ne sait jamais si l’on n’est pas le jouet de son propre désir, et si cette passivité que je prends pour un acquiescement n’est pas l’effet d’une distraction redoutable. Ce que veut une femme, ce qu’elle attend de moi, qu’en sais-je ? Mes mains ne peuvent même pas s’emparer du sphinx, l’énigme est le désir du sphinx, et c’est à moi de poser les fatales questions. Langage du toucher, allusions des corps. Le comportement des femmes varie comme le ciel et comme lui imprévisible ne se laisse interpréter que sûr des signes douteux, vol des oiseaux, formes mouvantes des nuages, situation des astres : on croirait que celle-ci vous cherche, tant elle s’est approchée, tant ses doigts sont voisins, tant sa respiration est haletante, et puis c’est une morte, un mur. »

 

Aragon, L’Instant in La Défense de l’infini

 

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categoria:letteratura
lunedì, novembre 12, 2007

L’ordinateur est construit pour faire barrage à la main, faire écran à la véritable audition, appauvrir le vocabulaire, donc les sensations, se plier à la fabrication. Le tour de main, lui, a lieu, comme une perfusion à l’envers, le sang d’encre négatif, biliaire ou mélancolique, se transforme en encre-sang positive, en sang bleu. Quelque chose coule, mais reste embrassé. Ca respire.

Se prendre, ou se reprendre, en main : expressions justes. L’esprit est une main.

(Philippe Sollers, Un vrai roman, Plon)

 

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categoria:letteratura, frammenti
domenica, novembre 11, 2007





L'Aventin


J’aurais aimé avoir le temps de retourné sur l’Aventin, d’y flâner longuement, d’explorer ses rues une à une, en prenant pour point de départ la magique petite place de Piranèse, et le portail de son prieuré de Malte au trou de serrure emblématique en forme d’oeil. Quartier secret et vert, aéré, plein de silence, où il semble toujours en effet qu’un oeil vous suive sans qu’on le voie au long des rues feuillues, et qui paraît défendu plus que les autres contre le promeneur. C’est derrière les murs qui enclosent la rue Sainte-Sabine, et qui doivent cacher les jardins de couvents, autour de Saint-Alexis, que j’aurais cherché les mystères de Rome, qui par nature n’en a pas tant puisque (le Vatican bien sûr mis à part) tous ses viscères nobles mis à l’air, elle est la seule ville au monde qui ressemble à une autopsie.

Julien Gracq, Autour des septs collines


 

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categoria:letteratura
venerdì, novembre 09, 2007

L' église, omniprésente à Rome ...

Reposoirs d’art, à dominante mystique, mais plus d’une fois aussi marqués d’une forte coloration sensuelle et même érotique, comme à Santa Maria della Vittoria, elles donnent le sentiment à Rome – depuis les mosaïques frigides et roides des anciennes basiliques jusqu’aux boudoirs du Bernin et de Borromini – de s’être, par un mouvement lent et irrésistible, ouverte peu  à peu, toute portes battantes, aux rêves quotidien qui montent de la rue comme aux caprices changeant du désir et de l’immagination.

Julien Gracq, Autour des septs collines, José Corti

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categoria:letteratura
sabato, novembre 03, 2007

Athéisme et laïcité me sont étrangers, étrangers. Mais tout regard laïc (la laïcité : ce dérisoire besoin que l’homme « existe » avec ses maux et ses mots, sa petite part de liberté individuelle pour l’imager, le gérer, l’ingérer) posé sur quelque être que ce soit, devient un acte criminel. Tout manquement – et j’en sais long là-dessus – à la Loi laïque : immédiatement psychiatrisé !Encore une fois, il est impossible de penser – mais humain et non-humain sont-ils pensables ? – avec quelque force l’humain sans ce non-humain qui le traverse visiblement et le fait se mouvoir, se tenir debout.

( Guyotat, Les yeux de Dieu)

Ateismo e laicità mi sono estranei, estranei. Ma ogni sguardo laico (la laicità: questo derisorio bisogno che l’uomo “esista” con i suoi mali e le sue parole, la sua piccola parte di libertà individuale effigiata, gestita, ingerita) posato su qualsiasi essere, diventa un atto criminale. Ogni mancanza – e la so lunga in merito – alla Legge laica: immediatamente psichiatrizzata! Ancora una volta, è impossibile pensare – ma umano e inumano sono pensabili? – con qualche forza l’umano senza questo inumano che lo attraversa chiaramente e lo fa muovere, lo tiene in piedi.

( Guyotat, Gli occhi di Dio)

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categoria:letteratura, filosofia
sabato, novembre 03, 2007

Il cerchio dei vivi
L’insieme, ora del vento
L’altra morte
Tutto ci condanna, al silenzio
Un arco di parole
Schierate, nella luce
Forma di questo mondo.

 
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“Dans le halo de la mort, et là seulement, le moi fonde son empire ; là se fait jour la pureté d’une exigence sans espoir ; là se réalise l’espoir du moi=qui=meurt (espoir vertigineux, brûlant de fièvre, où la limite du rêve est reculée) ”.

(G. Bataille, L’expèrience intérieure)

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“La terra, sotto quel corpo, era aperta come una tomba, il suo ventre nudo fu per me come una tomba fresca. Eravamo folgorati di stupore, amandoci sopra quel cimitero stellato. Ognuna di quelle luci indicava uno scheletro in una tomba, ed esse formavano così un cielo vacillante, torbido come i movimenti dei nostri corpi mescolati. Faceva freddo, le mie mani affondavano nella terra…”

(G. Bataille, L'azzurro del cielo)

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“Dans un ordre arbitraire où chaque élément de la conscience de soi échappe au monde (absorbé dans la projection convulsive du moi), […], il est possible de représenter ce moi « en larmes ou anxieux » ; il peut également être rejeté, dans le cas d’un choix érotique douloureux, vers un moi autre que lui…”

(G. Bataille)

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“La mort qui me délivre du monde qui me tue a enfermé ce monde réel dans l’irréalité du moi qui meurt”. 

(G. Bataille)

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“L’être que je vis ne me prendra pas, et je ne prendrai pas cet être pour mourir et pour m’en aller, mais pour parvenir à m’en détacher et ne pas sombrer dans l’illusion dernière qui consiste à croire que je ne suis que le corps où la vie m’avait enterré, il me faut cette main de pitié que la force Antigone de l’être avait su détacher de son être contre l’être où elle se voyait”.

(Antonin Artaud, Nouveaux écrits de Rodez)

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categoria:poesia, letteratura, filosofia
mercoledì, ottobre 17, 2007

e sedermi a fumare sulle scale finché il tuo vicino non torna a casa e sedermi a fumare sulle scale finché tu non torni a casa e preoccuparmi se fai tardi e meravigliarmi se torni presto e portarti girasoli e andare alla tua festa e ballare fino a diventare nero e essere mortificato quando sbaglio e felice quando mi perdoni e guardare le tue foto e desiderare di averti sempre conosciuta e sentire la tua voce nell’orecchio e sentire la tua pelle sulla mia pelle e spaventarmi quando sei arrabbiata e hai un occhio che è diventato rosso e l’altro blu e i capelli tutti a sinistra e la faccia orientale e dirti che sei splendida e abbracciarti se sei angosciata e stringerti se stai male e aver voglia di te se sento il tuo odore e darti fastidio quando ti tocco e lamentarmi quando sono con te e lamentarmi quando non sono con te e sbavare dietro ai tuoi seni e coprirti la notte e avere freddo quando prendi tutta la coperta e caldo quando non lo fai e sciogliermi quando sorridi e dissolvermi quando ridi e non capire perché credi che ti rifiuti visto che non ti rifiuto e domandarmi come hai fatto a pensare che ti avessi rifiutato e chiedermi chi sei ma accettarti chiunque tu sia e raccontarti dell’angelo dell’albero il bambino della foresta incantata che attraversò volando gli oceani per amor tuo e scrivere poesie per te e chiedermi perché non mi credi e provare un sentimento così profondo da non trovare le parole per esprimerlo e aver voglia di comperarti un gattino di cui diventerei subito geloso perché riceverebbe più attenzioni di me e tenerti a letto quando devi andar via e piangere come un bambino quando poi te ne vai e schiacciare gli scarafaggi e comprarti regali che non vuoi e riportarmeli via e chiederti di sposarmi e dopo che mi hai detto ancora una volta di no continuare a chiedertelo perché anche se credi che non lo voglia davvero io lo voglio veramente fin dalla prima volta che te l’ho chiesto e andare in giro per la città pensando che è vuota senza di te e volere quello che vuoi tu e pensare che mi sto perdendo ma sapere che con te sono al sicuro e raccontarti il peggio di me e cercare di darti il meglio perché è questo che meriti e rispondere alle tue domande anche quando potrei non farlo e cercare di essere onesto perché so che preferisci così e sapere che è finita ma restare ancora dieci minuti prima che tu mi cacci per sempre dalla tua vita e dimenticare chi sono e cercare di esserti vicino perché è bello imparare a conoscerti e ne vale di sicuro la pena e parlarti in un pessimo tedesco e in un ebraico ancor peggiore e far l’amore con te alle tre di mattina e non so come non so come non so come comunicarti qualcosa dell’ / assoluto eterno indomabile incondizionato inarrestabile irrazionale razionalissimo costante infinito amore che ho per te.

 

(Sarah Kane, Crave)

 

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Non è un ibrido il mio cuore,

O un fuoco di vendetta.

S’accorge di quel che gli manca:

Labbra di viola.

Piove in ogni sala;

E l’argento resta isolato sui rami,

Nudo paradiso degli sguardi.

 

(alfred r. – roma - ottobre2007)

 

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« On ne meurt que parce qu’on se croit mortel parce que les institutions faites par les hommes on fait croire aux hommes qu’ils étaient mortels. » (Antonin Artaud)

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“La pioggia non soltanto bagna i capelli ma gocciola nelle cellule cerebrali con la pervicacia di un’infiltrazione. La neve non raggela soltanto le mani ma come l’etere dilata i polmoni fino a farli scoppiare.”. (Anais Nin)

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categoria:poesia, letteratura
giovedì, ottobre 11, 2007

Ogni volta che mi metto a scrivere e lascio che la mente vaghi a volontà, ecco le parole è così buio, o qualcosa che ha a che fare con l’oscurità. Il terrore. Il terrore della città. La paura d’esser sola. C’è soltanto una cosa che m’impedisce di saltar su, d’urlare o di precipitarmi al telefono e chiamare qualcuno, ed è il pensare volutamente al passato in questa luce calda… la luce bianca illumina gli occhi chiusi, la luce rosa che brucia le pupille. Il calore vivido e pulsante di un masso di granito. Il palmo della mano vi poggia aperto e si muove sopra i licheni. La grana dei licheni. Minuta come le orecchie di minuscoli animali, una seta calda e ruvida sulla palma che s’attacca ai pori della pelle. E il caldo. Il profumo del sole sulle rocce calde. Secco e caldo, e la seta della polvere sulle guance che profumano di sole. Il sole.

 

Il sesso per le donne è essenzialmente emotivo. Quante volte lo hanno scritto ? Eppure c’è sempre un momento, persino con l’uomo più intelligente e sensibile, in cui la donna lo guarda al di là di un abisso; lui non ha capito; lei di colpo si sente sola; s’affretta a dimenticare quel momento perché se non lo fa dovrebbe ripensarci.

 

Da quando lui l’aveva lasciata non era mai riuscita a raggiungere l’orgasmo vaginale. Riusciva ad arrivare all’acuta violenza dell’orgasmo esterno, la sua mano diventava la mano di Paul, ma rimpiangeva in quei momenti il proprio vero io. Dormiva, eccitata, nervosa, esausta, barando con se stessa. E adoperando così Paul, finiva col ritrovare la sua parte “negativa”, l’uomo pieno di sfiducia in se stesso. La sua vera personalità s’allontanava sempre più da lei. Per Ella era diventato difficile ricordare il calore dei suoi occhi, le tenera ironia della sua voce. Dormiva accanto al fantasma della sconfitta.