domenica, aprile 27, 2008

Segnalo qui uno spazio di informazione e creatività

http://www.tellusfolio.it/

 
L’importanza di avere un amico di nome Alfredo. Commento al
Bonnefoy di Stefania Roncari

Respinti dalle cose, dall’opacità del mondo, parola assente, vuoto dove si rasenta la follia, voglia di gridare nel buio, paura di un eco che risuona negli spazi infiniti. “Separati dalla carenza dei segni”. Passiamo, come il cielo trascolora, è già notte. Andare, tornare. Presenza, assenza. Quale identità ! se il tempo ci cambia e lascia tracce sul nostro volto che ci rendono irriconoscibili. Continua su tellusfolio

Come è tradizione – libertaria – di TELLUSfolio i COMMENTI più articolati, o nati per creare intreccio, vengono postati dalla Redazione in prima pagina. E chi commenta può entrare, da subito, nel circuito delle voci del giornale on line, con propri testi e scritture. In maniera RIZOMATICA. Basta si scelga una sezione del menù o di Critica della Cultura o di Diario di Bordo o di altre sezioni. Tutto ciò è fatto per potenziare al massimo la libertà di informazione e di creatività. (Claudio Di Scalzo)

 

 

postato da: alfred58 alle ore 14:54 | Permalink | commenti (6)
categoria:letture, letteratura, ibrida-menti
domenica, aprile 13, 2008


  

“Il semiotico è la musica della poesia. Retrospettivamente, è ciò che il bambino articola con il suo balbettio prima di imparare le parole…” (J. Kristeva)


                                      

Ecolalie, una sinfonia di testi su una sola lingua, una sinfonia di lingue per un solo testo.
La perdita dei suoni: ecolalia infantile plurilingue, lingua di Dio (aleph), fonemi silenziosi - La morte delle lingue, la loro reviviscenza sotto altre forme, la lingua perduta o proto-lingua – Lingua (della) madre, sfide grammaticali, Canetti, Wolfson, Abu Nuwas, Landolfi – Babele, abitare la lingua. Il libro di Heller-Roazen è formato da capitoli che s’intersecano, dove la linguistica, la psicanalisi, la letteratura, s’incontrano a partire dal dubbio sollevato dall’origine del linguaggio, sintomo creativo che diviene a sua volta segno di una mancanza originaria, di una perdita che perdura. Nell’infanzia avviene il vero processo d’apprendimento d’una lingua che si struttura sopra frammenti ecolalici. Infiniti nella loro varietà, questi frammenti contengono potenzialmente tutte le lingue. Per apprendere la lingua madre il bambino dovrà sacrificare questa molteplicità all’uno. “Rimane l’eco di quel balbettio indistinto, immemoriale…”. L’ecolalia che ancora portiamo in noi.
A quella prima perdita necessaria di cui non ci dimentichiamo, faranno seguito altre perdite: la perdita degli dèi (cap III Aleph), la perdita di fonemi inutilizzati (cap. IV Fonemi in via di estinzione). Più o meno necessarie, più o meno traumatiche, struttureranno il nostro inconscio e riappariranno nelle espressioni visibili della religiosità e creatività umana, nella poesia.
La parola, l’alfabeto, la scrittura “custodisce l’oblio” della voce. La scrittura diventa il segno di una metamorfosi dolorosa per la ninfa “Io” di Ovidio (cap. XIII La mucca che sapeva scrivere), come per scrittori e poeti in esilio (Arendt, Brodskij). Dalla voce può anche sorgere un divieto di metamorfosi (Canetti – cap. XVI), parola d’ordine o sentenza di morte simbolica che significa “tu sei già morto”. Quella che ascoltiamo” scrivono Deleuze-Guattari in Millepiani, a proposito di Canetti (enantiomorfosi) “è una parola d’ordine che è sentenza di morte, simbolica, iniziatica, temporanea”. La “lingua-senza-corpo che scrive” nel racconto Valdemar di Poe (cap XV Aglossostomografia).
La lingua materna può diventare anche prigione, la madre di Canetti (nel primo tomo della sua autobiografia, La lingua salvata) lo imprigiona nella “sua” lingua materna, che non è più la lingua di famiglia, ma la “lingua della madre”, il vincolo affettivo. L’incontro con la scrittura si rivelò decisivo per Canetti, ma capì che per la madre “il tedesco era la lingua dell’intimità e dell’affetto”, “il bambino era solo il sostituto del padre morto e dei loro colloqui d’amore spezzati”. L’acquisizione della nuova lingua non fu una lingua straniera, ma “una lingua madre innestata con ritardo e con vero dolore… una seconda nascita”
Le altre lingue che si mescolavano nella sua infanzia nomade hanno relegato il bulgaro nell’oblio del paese in cui era nato. Nel mettere su carta i suoi ricordi d’infanzia, scrive Canetti, “la traduzione si è compiuta spontaneamente nel mio inconscio”, quindi non c’è alcuna deformazione. La lingua dell’infanzia dimenticata trova una nuova musica attraverso una nuova lingua, ma quei suoni infantili della lingua dimenticata sono ancora dentro di lui, agiscono inconsciamente, sollevano veli, echi, designano una perdita. “È perdendo la madre che si scopre che la propria lingua madre è sempre già perduta”. Come la lingua della poesia, che è sempre un’altra lingua tradotta dalla lingua madre, scrive Marina Cvetaeva.

 

segue…

 

Daniel Heller-Roazen, Ecolalie. Saggio sull’oblio delle lingue, Quodlibet 2008

 

 

postato da: alfred58 alle ore 22:03 | Permalink | commenti (20)
categoria:testi, letture, letteratura
sabato, gennaio 12, 2008

La malattia morale1 . Una lettura. Prima parte (cap. I-III)

 

“L’uomo calcolabile”. Il lavoro disciplinare all’opera nella produzione di corpi che possano riprodurre, e non solo produrre, le condizioni necessarie alla sopravvivenza della società capitalistica. Una società di produzione, non solo di merci, ma di corpi assoggettati. “Uomo soggetto alle regole, dunque calcolabile”. Il pazzo come prodotto di scarto del Capitale. La società “fabbrica pazzi” così come “fabbrica” soggetti sani. La normalità e lo scarto, parafrasando Ganguilhem.

La “voce dei soggetti”, degli alienati, viene registrata, catalogata, archiviata, è la grande macchina predisposta all’internamento degli individui marginali, inadatti a vivere in società. Il medico è un “inquisitore”, vuole svelare se il malato “crede” alle sue idee deliranti, oppure ne è “vittima” inconsapevole. La differenza tra il “detenere” un sapere non “rintracciabile” e l’incapacità d’intendere la reale portata delle “voci interne”, è la stessa che passa tra realtà e finzione. È l’istituto stesso della “confessione” in ambito psichiatrico a determinare una “finzione di follia” contro la “folle verità” del soggetto custodita da un silenzio impenetrabile. I soggetti della follia non parlano, ma mimano la loro pazzia. La “curiosità” di chi cura fa uscire il soggetto da sé, lo porta insieme al medico sul palcoscenico, il teatro dove si recita la commedia della follia. Marinai greci (come Cristo Belo) che non parlano italiano non sono in grado di “recitare” poiché non possono portare prove convincenti, ovvero non possono incarnarsi in un soggetto folle.

L’invito alla scrittura ha il solo scopo di sottrarre al malato informazioni. La vita di un uomo non è più espressione libera, attraverso la scrittura e l’arte, dai vincoli della materia, ma si riduce ad essere l’ingranaggio di un dispositivo.

 
1   Mario Galzigna, La malattia morale. Alle origini della psichiatria moderna. Edizione on line.

 

postato da: alfred58 alle ore 14:34 | Permalink | commenti (17)
categoria:letture
mercoledì, agosto 01, 2007

“Cage, in fondo, non ha detto nulla di tanto sconvolgente quanto la seguente ovvietà: che la musica è il mondo del suono, perciò qualcosa che non comincia e non finisce nella sala da concerto ma ci accompagna in ogni attimo della vita. In una camera acusticamente isolata non ascoltiamo il silenzio (che è, se mai, una categoria metafisica) ma il quasi impercettibile suono della circolazione del nostro sangue. Cage ha invitato i suoi ascoltatori a rivolgere il loro orecchio a questa realtà. Ma, per farlo, non bisogna tanto esercitare l’orecchio quanto la mente a costruire al suo interno un po’ di Vuoto dove accogliere i suoni.”

 

(R. Calasso, John Cage o il piacere del Vuoto in La follia che viene dalle Ninfe, Adelphi 2005)

 
postato da: alfred58 alle ore 21:51 | Permalink | commenti (3)
categoria:letture
sabato, giugno 23, 2007

C’était un soir de novembre : j’étais seul et j’avais froid, le silence m’accablait. Dans ma chambre qu’une lampe éclairait à peine je voyais flotter les larges feuilles sombres d’un palmier qui, le matin même, était arrivé de Paris ; et, comme je venais de remercier par une lettre celle qui m’avait offert cet arbuste, je me sentais triste de lui avoir si maladroitement exprimé ma reconnaissance. Mon coeur n’était plus avant moi dans mes paroles, je me glaçais. Mes sentiments n’étaient que le regret d’un temps plus ardent. Je posai ma plume. Les derniers reflets du crépuscule d’hiver se soulevaient comme des fleurs sur le mouvement de l’air froid, pâle comme une chair. Mon âme était déserte, exténuée par une aspiration sans but. Elle aimait plus haut que le monde où quelque chose venait vers elle, la pénétrant de son impuissance à réchauffer le corps éteint de la vie ; et lui rendre son désespoir toujours présent ; comme si le souvenir d’une passion pouvait être le pressentiment d’une extase.
    Alors, dans l’escalier qui menait à l’étage supérieur, un pas retentit, me serrant le coeur. Je tendis l’oreille : il me sembla qu’un léger frisson avait agité les branches du palmier : « Quand un événement, me suis-je dit, nous occupe l’esprit, il faut penser à lui uniquement pour que tout ce qui touche nos sens soit la vision de son mystère. » Le palmier étirait ses feuilles dans la chambre où le froid entrait avec le premier frisson de la nuit. Je tremblais. Il me semblait que dans tout mon être j’étais la mort de mon coeur. Et, jetant les yeux sur le monde glacé qui m’entourait je me pris à souhaiter de le trouver plus morne encore, plus désertique comme si la réalité du monde avait dû se précipiter dans la tombe pour n’y faire qu’un avec mon amour. Alors le froid devint plus doux, caressant comme la pâleur d’un teint de femme dans des yeux en larmes ; et je me souvins tout d’un coup qu’une jeune fille était morte la nuit précédente dans l’appartement que quelques marches séparaient du mien. Des pas lourds, heurtés, titubaient maintenant dans l’escalier. Un instant, l’air que je respirais eut l’odeur d’une rose un peu fanée. J’appuyai ma main sur un objet de métal. Tout était froid, encore, mais comme la pierre des hauteurs où le regard se rassure. La morte était-elle avec moi ? Tout ce que je voyais l’enveloppait de ma vie, l’introduisait dans la grande lumière d’un temps qui s’ouvrait. On aurait dit que les coups de mon coeur, enfin, avaient descellé la froideur de l’être et que je l’avais entendu me dire : « Je me ferai chair quand tous les objets de tes sens se seront faits esprit . »

 
Bousquet, Mystique, Éditions Gallimard 1973
 
***
 

Era una sera di novembre: ero solo e avevo freddo, il silenzio mi opprimeva. Nella mia camera rischiarata appena da una lampada vedevo ondeggiare le larghe foglie scure d’una palma che, il mattino stesso, era arrivata da Parigi; e,  poiché avevo appena ringraziato attraverso una lettera colei che mi aveva offerto quell’arbusto, mi sentivo triste di avergli espresso così maldestramente la mia riconoscenza. Il mio cuore non era più avanti a me nelle mie parole, ero raggelato. I miei sentimenti non erano che il rimpianto d’un tempo più ardente. Posai la penna. Gli ultimi riflessi del crepuscolo d’inverno si sollevavano come fiori nel movimento dell’aria fredda, pallida come la carne. La mia anima era deserta, estenuata da un’aspirazione senza meta. Amava sopra il mondo dove qualcosa le veniva incontro, penetrandola della propria impotenza a riscaldare il corpo estinto della vita; e rendendogli la propria disperazione sempre presente; come se il ricordo di una passione poteva essere il presentimento di un’estasi.
    Allora, nelle scale che conducevano al piano superiore, risuonò un passo, stringendomi il cuore. Tesi l’orecchio: mi sembrò che un leggero fremito avesse agitato i rami della palma: “Quando un avvenimento, mi dissi, occupa il nostro spirito, bisogna pensare a lui unicamente perché tutto quello che tocca i nostri sensi sia la visione del suo mistero.” La palma distendeva le sue foglie nella camera dove il freddo entrava con il primo brivido notturno. Tremavo. Mi sembrava che in tutto il mio essere fosse la morte del mio cuore. E, gettando uno sguardo sul mondo ghiacciato che mi circondava speravo di trovarlo ancora più tetro, più desertico come se la realtà del mondo avesse dovuto precipitare nella tomba per non essere che una cosa sola con il mio amore. Allora il freddo divenne più dolce, carezzevole come il pallore della carnagione di una donna in occhi di lacrime; e mi ricordai improvvisamente che una giovane donna era morta la notte precedente nell’appartamento che solo pochi scalini separavano dal mio. Passi pesanti, affannati, esitavano ora sulle scale. Per un istante, l’aria che respiravo ebbe l’odore di una rosa leggermente appassita. Appoggiai la mano su un oggetto di metallo. Tutto era freddo, ma come la pietra delle altitudini dove lo sguardo si rassicura. La morta era forse con me? Tutto quel che vedevo la circondava della mia vita, l’introduceva nella grande luce di un tempo che si apriva. Si sarebbe detto che i battiti del mio cuore, infine, avevano dissigillato la freddezza dell’essere e che l’avevo sentito dirmi: “Mi farò carne quando tutti gli oggetti dei tuoi sensi si saranno fatti spirito.”

 
© Alfred
 
postato da: alfred58 alle ore 15:40 | Permalink | commenti (4)
categoria:traduzioni, letture, letteratura
mercoledì, giugno 20, 2007
Soft as the massacre of Suns
By Evening’s Sabres slain
(E. D.)
 

“Soudain au loin le pas la voix rien puis soudain quelque chose quelque chose puis soudain rien soudain au loin le silence” 1.
Riuscire a tradurre Beckett come Massimo Sannelli è riuscito a tradurre Emily Dickinson. La sua paura “rendere ciò che è come è”. Non so se ci sia qui un omaggio a Beckett, se quel titolo sia stato citato volontariamente o involontariamente. Poco importa, è come è.
“I testi di Emily Dickinson tendono ad essere semplificati ed ipersemplificati (e più sono impervi più sono massacrati, a partire dalla loro facies tipografica: maiuscole e punteggiatura)...” 2
Lavoro di traduzione che è uno « studio » sull’opera. Sannelli non è un interprete, che può essere perfetto, non c’è declamazione ma l’essenzialità del verbo. Non più testi semplici, ma testi segreti che custodiscono il loro segreto.
Emily Dickinson, la parola condensata all’estremo, poi – ad un tratto – nel tratto il silenzio. Ancora e sempre sarà il silenzio.
“Da Emily Dickinson non ci si deve aspettare niente, se non una Conoscenza per lampi e guizzi di profumo” 3
Frammenti di tempo e spazio, nessun clamore.
Hölderlin scriveva : “À la limite extrème du déchirement, il ne reste en effet plus rien que les conditions du temps et de l’espace”. E. D. costruisce il suo mondo sulla parola, rugiada e balsamo. Morte, Gloria e Bandiere non appartengono all’orizzonte del Verbo, ma al Deserto che cresce. “Le Bandiere – travagliano il Viso di chi muore - ”. Diisseta, invece, la sua Parola: Rugiada, Ventaglio dolce, Mani amate, Aria fresca; “Questa è la mia Presenza \ Accanto alla tua Sete” (poem 715)
Il poem 802, che Massimo Sannelli non ha tradotto (è un invito), rende appieno l’illusione del Tempo e dello Spazio; è la prova che E. D. medita sull’Essere, e, non trovando che un’illusione al proprio essere finito nel Tempo, al Tempo rinuncia trovando nei Rudimenti dello Spazio la Finitudine e l’Eternità. Senza la paura.
Così l’Ego sum non è prova ontologica, perché il Dubbio è il muro contro l’Angoscia del Reale.
“Una fugace ombra di nubi su una landa ascosa: è questo l’offuscamento che la verità come certezza della soggettività, preparata dalla certezza di salvezza del cristianesimo, proietta su un Evento che le resta proibito esperire” 4.

 
1129.
 
Di’ tutto il vero, dillo obliquo –
Il trionfo è nel cerchio –
Troppo splendore per la nostra
Gioia – fioca –
La sorpresa superba
Del vero – è, come il Lampo
È ai bambini
 
Facilitato da parole umane:
O il vero abbaglia, piano,
O acceca il mondo -
 

Una delle poesie “filosofiche” di Emily. Così Heidegger parlando dell’Aperto ne vede la totalità, il cerchio più ampio racchiudente le “regioni per noi inaccessibili”; “ La morte è la faccia della vita a noi occulta, da noi non rischiarata” (Rilke). “Che cos’è ciò che nel volere abituale dell’oggettualizzazione del mondo ci rimane sbarrato e sottratto da noi stessi ? È l’altro Ritiro: la morte”  5 . “Ma dove è pericolo, cresce \ anche ciò che salva” 6.
È sorprendente quanto E. D. si trovi nella vicinanza di questo pensare: “Dal momento che la Morte è la prima forma di Vita che abbiamo il potere di Contemplare, [...] è (strano) sorprendente che il fascino della condizione pericolosa in cui ci troviamo non ci seduca maggiormente. Con frasi del genere, proprio sulla nostra Testa, siamo esclusi dalla Gioia né più né meno che le Pietre –“

Nella poesia d’esordio dello “Studio”, due versi:
 
7.
 
E morte, è l’attenzione
Rapita all’Immortale
 
Altri versi, musica poi silenzio. Fine.
 
258.
 
C’è una Piega di luce,
Pomeriggi invernali -
.................................

Quando viene, il Paesaggio
Ascolta – le Ombre tacciono –
Quando sale, è il Distacco
Sul viso della Morte –

789.
 
Su un Io Colonna è agio
Superare l’Angoscia -
 
1109.
 
Studio per loro –
Cerco il Buio,
Finché non sono pronta.
Questa fatica è la sobria
Fatica:
Con questa sola dolcezza
Che basta – il digiuno che
Offre per loro un cibo più puro,
Se io potrò,
 
Almeno avrò lo slancio, avuto,
Del Progetto –
 
1770.
 
Experiment escorts us last –
His pungent company
Will not allow an Axiom
An Opportunity
 

Non perdetevi questo libro. Non resterà “un esperimento che potrà essere dimenticato e superato o guardato con la piccola pietà intellettuale”. E il Sospetto che diventa quasi Certezza, che Rimbaud, Celan, Dickinson attendevano ancora d’essere “veramente” tradotti.

 
 

1   Samuel Beckett, Comment c’est,
2   3 Massimo Sannelli, “Loved Philology”, prefazione a “Su un Io Colonna
4  Martin Heidegger, L’epoca dell’immagine del mondo
5  Martin Heidegger, A che poeti ?

Holderlin, Patmos

 

Emily Dickinson, Su un Io Colonna, a cura di Massimo Sannelli, La Camera Verde – Roma 2007

 
postato da: alfred58 alle ore 21:17 | Permalink | commenti (8)
categoria:poesia, letture
mercoledì, maggio 30, 2007

Si gioca tra due personaggi. Ham e Clov, due concezioni del mondo, parti psicotiche e non psicotiche.

“Nulla avviene” sulla scena.
L’ “Io egocentrico” (Ham) è al centro dello spazio scenico.
Ham – E l’orizzonte ? Niente all’orizzonte ?
Clov – Ma che cosa vuoi che ci sia all’orizzonte ?
Ham – E il sole ?
Clov – Nulla

Sulla scena due pattumiere dove sono “gettati” i genitori di Hamm. Trattati come bambini, prigionieri del loro contenitore. Chiedono affetto e nutrimento a Hamm, richiesta gratificata con parsimonia. Clov è l’Io infantile che vuole separarsi da Hamm, fuggire da una situazione insostenibile. Hamm rappresenta per lui il potere assoluto che finora lo ha soggiogato. Clov accumula risentimento, al punto di voler uccidere Hamm. Un giorno decide di sfuggire questo spazio simmetrico, ... dove il tempo è immobile: “Che ora è ? – La stessa di sempre – E allora ? – Zero.”

Guardando attraverso una finestra, unica apertura di un mondo chiuso, Clov scopre e riferisce un incidente nel nulla, una vita nella morte. C’è qualcuno fuori e Clov lo guarda.

Clov – Vado a vedere

Hamm – È finita, Clov, ormai abbiamo finito. Non ho più bisogno di te.

Clov – Capita a proposito... Ti lascio”.

Rescissione del cordone ombelicale per avventurarsi nello spazio aperto.

Il dramma si svolge in uno spazio chiuso tagliato fuori dal mondo vivente. Il fuori stesso non è che il nulla.

Hamm - Fuori di qua è la morte.

Hamm, l’io onnipotente non vede, non ha bisogno di vedere, egli sa.

Il dubbio sul suo potere comincia nel momento in cui si accorge di aver bisogno di Clov per vedere. Il suo potere crolla. La sua onnipotenza nega la curiosità per il mondo esterno. Egli non deve muoversi, perché un altro (Clov) è incaricato di tutte le mediazioni con la realtà esterna.

Clov come Hamm, è in uno stato di ambivalenza, dipendenza da Hamm e dis-illusione, bisogno di rapportarsi a una realtà diversa, di uscire nello spazio aperto. Prendendo coscienza del suo stato di prigioniero, comincia a odiare il suo padrone, colui che era il centro del (suo) mondo. Clov non ha genitori; per lui Hamm è tutto.

Hamm, l’io narcisistico, non tollera la dipendenza dai genitori. Non valorizza questi oggetti primari, li degrada, li introietta senza amore, senza calore. Non si occupa di loro, li abbandona, confinati dentro le pattumiere, li lascia morire lentamente. Nega la sua dipendenza che minerebbe il suo potere assoluto; riconoscerla creerebbe una ferita narcisistica insormontabile.

L’odio di Clov è l’odio del servo per il padrone, colui che si frappone tra il sé e la realtà esterna, ma è anche risentimento per la dis-illusione nei confronti dell’Io onnipotente.

Hamm sa che esiste un’altra realtà, ma che essa gli sfugge. Deve, perciò, imporre la propria realtà, eliminare la barriera che lo separa da Clov, negare la sua identità, negare ogni diversità, negare l’Altro.

Si vede in Clov come in uno specchio (stadio del narcisismo): “Un giorno sarai cieco. Come me. Sarai seduto in qualche luogo, un piccolo pieno perduto nel vuoto, per sempre nel buio. Come me. Un giorno dirai a te stesso, Sono stanco, vado a sedermi, e andrai a sederti. Poi dirai a te stesso, Ho fame, ora mi alzo e mi preparo da mangiare. Ma non ti alzerai... e non ti preparerai da mangiare. Guarderai il muro per un poco, poi dirai a te stesso, Ora chiuderò gli occhi, forse dormirò un poco, dopo andrà meglio, e li chiuderai. E quando li riaprirai il muro non ci sarà più. Intorno a te ci sarà il vuoto infinito... Sì, un giorno saprai cosa vuol dire, sarai come me”.

La “fatica” di Hamm è nello stesso tempo la tristezza del corpo e l’esperienza corporea della sua onnipotenza: l’immobilità traduce la sua incapacità di andare alla ricerca del nutrimento, dell’oggetto di cui ha bisogno. Essa nega lo spazio che separa, il ponte che è, paradossalmente, espressione della dis-continuità.

In questo deserto il muro è il segno delle identità, ma il corpo si dissolve nel vuoto infinito. È il vuoto interno di Hamm che invade tutto lo spazio.

Clov, in questo deserto, vede un bambino che si guarda l’ombelico; il bambino è il segno della separazione, della sua liberazione. Guarda il punto in cui il cordone ombelicale è stato tagliato, la ferita, la traccia dell’affrancamento e nello stesso tempo dell’esistenza di Hamm, della sua presenza in lui.

Le parti psicotiche e non psicotiche hanno coabitato per tanto tempo, sono state unite nello spazio corporeo e nel tempo..., e alla parte malata sono state attribuite tutte le qualità dell’Io (intelligenza, immaginazione).

Guarire è perdersi nella molteplicità. La guarigione è una morte e una rinascita. Clov sfugge lo spazio simmetrico e chiuso per rinascere, abbandona Hamm che rifiuta di riconoscere la sua decadenza, che si attacca disperatamente alla sua arroganza, che abbraccia la sua morte come un’ultima sfida, come la suprema affermazione del suo mondo.

Clov va verso la vita, la diversità, la molteplicità degli esseri e degli aspetti della vita. Sfugge all’Uno-tutto che lo racchiudeva.

postato da: alfred58 alle ore 21:25 | Permalink | commenti (1)
categoria:testi, letture, letteratura
mercoledì, maggio 09, 2007

 
















Nuovi accecati passi divelgono gli inverni
nell'arenarsi vinto del resinoso cuore
stillare dalla scorza sangue vivo di viole
appassendole in gola mal riposte speranze

 
 
***
 
Se penso a una caduta,
a un lento vorticare che si spegne,
a un rivolo inoltratosi nel verde,
è a te che penso, amore
e sento, così profondamente il tuo dolore,
che d’un azzurro pallido si tinge
tutto il mio giorno luminoso e vivo.
E resto nella voragine di pena,
senza bagliori, senza fioca fiamma.
 
 
***
 
 
Fu la porta d’entrata divelta
risucchiata dagli atomi bagliori
rifluita in cortecce. Nerelune sorelle
allineate dai secoli affacciate
raccontarono l'oscuro sporgersi
dagli occhi di fradice foglie consunte
di carni artigliate da chiodigarofani
cesellate da scorticature.
Evaporazione di lingua perduta
sul ramo d'autunno del cuore
s'innesta in patria radice
 
 
***
 
Espanso l’oro s’avviluppa ai voli
sete d’innalzamento segno alato
propaggini di rami desolati
enumerano il metallico suono
 
 

(Rita R. Florit, da “Piante occulte”, 2007, inedite)


 
 

“Visione ed elevazione attraverso la differenza delle somiglianze, comprensione dei livelli dello spirituale attraverso le variazioni del sensibile. Senso determinato quasi dalla specificità dell’azzurro caldo, luminoso, e misteriosa trasparenza diversa dal segreto proibito del nero e dal grido violento del rosso bruciante. L’azzurro in quanto azzurro, momento essenziale dell’elevazione.”  (Lévinas)

 

“ ...ed ecco le nostre vite svaniscono odori suoni colori e tocchi glicine angoli di noccioleti linfa autunno inverno rive d’estate... labbra ciliege fieno capelli nella cantina fruscio di vimini in soffitta tappeto... sdraiati sulle foglie aranci allori limoni...” (Sollers, Paradis)

 


















Suoni e colori nerelune e rami desolati oro rosso azzurro il vento si muove nei tuoi capelli mi dà acuto dolore di te che non sei me nell’odore della sera svaniscono i fiori i colori cambiati nel nero del cielo logoro sigillato essere del mondo afferra il niente un silenzio di neve e di vuoto in vuoto se qualcosa avviene non è mai in ristagno d’eterno evaporazione di lingua perduta sul ramo d’autunno del cuore e voglia di rannicchiarmi nell’ombra dolce frutto della bocca ancora non so andarmene da qui sguardo che si allontana gesto che va verso te sorriso aperto tristezza senza pena lettera senza indirizzo do titolo alla mia opera del nulla dell’assenza siamo monadi cominciamo per creazione finiamo per annichilimento e il muscolo della notte si stira nel letto pratica vitale qualcosa dal fondo di quest’occhio notturno raggiunge la vena intima e resto nella voragine di pena tra poli ed equatore stelle fisse ad oriente propaggini di rami desolate...

postato da: alfred58 alle ore 21:00 | Permalink | commenti (12)
categoria:poesia, testi, letture
mercoledì, aprile 11, 2007

Mario Galzigna Il mondo nella mente

  

“A una riflessione radicale, dunque, perfino il mondo degli esseri umani costituito intersoggettivamente si costituisce in realtà per me attraverso le pure connessioni della mia coscienza”. (Edmund Husserl)

 

“La dimensione labirintica del Sé si risolve nel raggiungimento dell’unità dell’Io, cioè nel processo costruttivo dell’identità personale, che tuttavia arriverà a recidere la trama delle connessioni e a trascendere il flusso labirintico su cui questa stessa trama si era sviluppata”. (Mario Galzigna)

 

“Ogni volta che c’è una metafora c’è anche da qualche parte un sole; ma ogni volta che c’è il sole, allora la metafora è cominciata”. (Jacques Derrida)

 

“Più che il vizio, dice Proust, sono la follia e la sua innocenza ad inquietare. Se la schizofrenia è l’universale, il grande artista è proprio colui che supera il muro schizofrenico, e raggiunge la patria sconosciuta, là dove non c’è più alcun tempo, alcun ambiente, alcuna scuola”. (Deleuze - Guattari)

 
 
1.
 

Io è un altro”; “Gli altri sono l’inferno”. Da sillogismo filosofico a paradigma della cura, il senso è sovvertito. Verremo a capo di questo nodo solo nell’appendice, che non sta lì per caso.

 
Difficile dopo una parte introduttiva (pp. 20-26), in cui la libertà espressiva, tra citazioni (Gadda, Deleuze, Leibniz, Spinoza) e disordine barocco, è al suo massimo, calarsi nel libro reale. La pratica clinica o i compiti dell’epistemologia sembrano agli antipodi della segreta conoscenza propria dell’anima barocca. Calarsi in un teatro di voci che dilegua verso il sogno non sembra essere lo stesso che il rimanere prigionieri delle voci interiori imperiose o dei sintomi propri delle malattie psicotiche. Eppure il libro sembra proprio ricercare questo rapporto, ma quale rapporto ci può essere tra il reale quotidiano e banale e le fantasticherie barocche !
La complessità dell’anima barocca è un edificio su due piani: piano inferiore che si curva, si piega, muta in rapporto al mondo esteriore, si affaccia sul mondo; piano superiore chiuso, buio, ma punto di vista unico, buia stanza in cui risuonano le molteplici voci del mondo (p. 25). La monade, “senza porte e finestre”, limite del mondo illimitato.

Per aprirsi al mondo l’anima deve prima richiudersi su se stessa, “la chiusura è la condizione dell’essere per il mondo”. Il buio della stanza è metafora del buio dell’anima in cui il tempo si dissolve, è “il dileguare verso i fuochi misteriosi del sogno” dell’io. “Nei tormenti e nei sogni dell’anima barocca... la fantasia separa lo spazio dal tempo”. Nessun nesso logico o temporale in questo teatro dell’anima popolato di voci, di ricordi disordinati; un teatro desolato tenuto in piedi da un ordine interiore, un’identità articolata su un disordine esteriore. “Labirinto del continuo nella materia e labirinto della libertà nell’anima”. “In realtà la materia non è un continuo, ma un discreto diviso in atto all’infinito” (Leibniz).
 
L’enigma delle radici e la cosmoanalisi è uno dei capitoli chiave del libro. Il cosmo include e abita i soggetto: il cosmo come ambiente, storia, mondo. “Il luogo è la superficie del corpo ambiente” (Descartes).
Parzialità della follia: si ragiona anche all’interno della follia – “un resto di ragione” (Hegel). Tutte le passioni sono alienanti; sulla base dell’analogia evidente tra passione e follia è possibile riconsiderare la cura, riconducendo la follia alla sua primitiva espressione, che è il carattere di ogni passione. Si potrebbe dire che la follia è solo una passione continuata, senza un’adeguata mediazione del pensiero. Condurre il mondo nel soggetto (Deleuze), piuttosto che alienarlo al mondo. C’è in tutti noi un nucleo di follia che si chiama libertà interiore (Gauchet) capace di produrre il nostro asservimento a un sé senza fondamento esterno.
 
Dal punto di vista unico della monade leibniziana alla “sospensione” o “messa tra parentesi” del mondo (epochè) della fenomenologia di Husserl, non c’è un cambiamento prospettico, ma una ricerca di senso propria di una coscienza che non nega il mondo, ma lo riduce (insieme al Cogito), ad atto intenzionale. L’assenza di un senso dato dell’esistenza sostituisce il dubbio cartesiano, ovvero “ogni cogito ha per cogitatum cose, uomini, oggetti o stati” (Husserl), è un percepire un mondo già dato.
A partire dal capitolo sui “processi costitutivi” Galzigna formula la domanda principale a cui il libro tenta di dare una risposta: “Come può l’intenzionalità terapeutica rivolgersi al mondo interno del soggetto malato senza conoscere i processi storici che lo hanno ‘costituito’ ?”

Il processo di costituzione dell’io non può avvenire contro il mondo, ma solo al suo interno. Si può arrivare a definire la malattia psichica, in senso lato, come la perdita dei ricordi, poiché il ricordo non è mai qualcosa di dato, di attivo, ma viene sempre prodotto, secondo la geniale intuizione di Proust, a partire da sensazioni e esperienze presenti che lo riportano in superficie, lo “riattivano” (p.116). Il malato ossessionato e fissato su un presente che gli appare eterno e immutabile ha perso la sua storia; ha perso la capacità di andare in fondo ai ricordi per scoprire ciò che ha generato il suo stato attuale di disagio.

“La perdita delle immagini è la più dolorosa delle perdite. Significa la perdita del mondo. Significa: non c’è più nessuna esperienza [...]. Nell’immagine ho abbracciato il mondo, te, noi.” (Handke cit. da Galzigna)
 
2.
 
La materia della mente (Edelman) e quindi il mondo nella mente è la metafora di un vissuto corporeo in carne e ossa (Husserl); è un percepire le “cose del mondo” come possibilità dell’esperienza corporea.
“La conoscenza dell’interazione tra corpo proprio e metafora – tra Leib e rappresentazione psichica verbalizzata – potrebbe, in altri termini, gettare nuova luce su alcune disfunzioni ideative, su alcune deformazioni deliranti, dando allo psicoterapeuta la possibilità di ricondurle, con relativa certezza, alla centralità del vissuto corporeo. Il delirio, dunque, come spia di un rapporto disturbato tra il paziente e il proprio corpo. La successione, ovviamente, potrebbe essere rovesciata, rimanendo ugualmente significativa: da un’anomalia percepibile (o intuibile) del vissuto corporeo alla comprensione di certe distorsioni rappresentative, oppure di un certo deficit della funzione metaforica (p. 117) ”.
Questo è, a mio parere, uno dei passi più significativi del libro. In altre parole, non si hanno idee deliranti, ma un corpo incapace di esperire il mondo come sua estrema possibilità e tradurlo metaforicamente nel proprio mondo mentale, cioè nel proprio vissuto. “Non c’è percezione senza affezione”, ma è possibile ritrovare la purezza dell’immagine (del mondo) solo liberandola dall’affezione (Bergson); non più sensazione ma parola, pura idealità. Questa incapacità ideativa o di creare metafore è la perdita del mondo (la terra) come luogo sicuro, luogo in cui si è a casa e si sta presso di sé. Ritorniamo al concetto di piega, da Leibniz a Mallarmé: “La piega è infatti al tempo stesso sesso, fogliame, specchio, libro, tomba, tutte realtà che essa riunisce in un certo sogno molto particolare di intimità. [...]. Possiamo rappresentarci il posto che occupano le cose solo con metafore. Il luogo, il posto in cui le cose appaiono..., il ricettacolo, la matrice, la madre, la nutrice, tutte queste formule fanno pensare allo spazio che contiene le cose” (Derrida).
 

Galzigna si chiede a più riprese se il discorso psichiatrico è stato ed è ancora funzionale alla cura dell’altro o ad un potere di controllo delle menti. Espressioni come “non guaribilità; irreversibilità dei processi schizofrenici” o quella di “sintomo primario” non rientrano nella diagnosi della malattia, ma nel paradigma ideologico che non considera il “soggetto sofferente”, ma solo la malattia.
Vale la pena citare Deleuze di Differenza e ripetizione: “Non è altri a essere un altro Io, ma l’Io un altro, un Io incrinato. Non c’è amore che non cominci con la rivelazione di un mondo possibile in quanto tale, involto in altri che lo esprime. Il volto di Albertine esprime l’amalgama della spiaggia e dei flutti: ‘Da quale mondo sconosciuto lei mi distingueva ?’ Tutta la storia di questo amore esemplare, è la lunga esplicazione dei mondi possibili espressi da Albertine, che ora la trasforma in soggetto affascinante, ora in soggetto deludente.” È attraverso il mezzo del linguaggio che “l’altro da realtà ai mondi possibili che esprime”. È sempre la “funzione del linguaggio” che porta all’ “interiorizzazione della differenza” (Deleuze, D.R.).
Tra i molti volti del mio Io ce n’è uno nel quale io mi riconosco, ma che si nasconde tra le infinite pieghe della mia anima, delle mie identità. Questa differenza del tutto interiore è la garanzia della mia unità solo se non smarrisce il suo rapporto col mondo. “Dobbiamo imparare a spostare le nostre intensità vitali verso la terra... Ritrovare un rapporto con il cosmo.” (Pierre Lévy cit. da Galzigna)

 
Blogosfera come spazio virtuale autonomo svincolato dal tempo della vita; “esposizione della propria identità in un circuito comunitario e comunicativo”. (p. 60). La rete può apparire come un extra-mondo, in particolare la blogosfera in cui il linguaggio, e solo il linguaggio, rivela l’altro a se se stessi.
 
“Vediamoli, questi desideri inaccettabili, che popolano l’inferno dell’inconscio freudiano” (Appendice p. 162). Il sogno come regolatore delle pulsioni attraverso, da un lato la loro parziale cancellazione o soppressione, dall’altro la loro modificazione e riordinamento. (p. 163). Sembrerebbe non esserci via di scampo al sacrificio pulsionale all’interno delle società; i compromessi, la nostra censura interna, saranno ricompensati (p. 163). Superare l’interiorizzazione delle istanze censorie sostituendo loro l’interiorizzazione della differenza, accettando le nostre anime plurime, le incrinature dell’Io, le altre voci e non la voce della coscienza. Passare, come dicono Deleuze e Guattari da un inconscio molare, repressivo, ad un inconscio molecolare che “delira”.... (p. 168), “In verità, la terra diventerà un giorno luogo di guarigione” (A. E.)
 
postato da: alfred58 alle ore 19:24 | Permalink | commenti (17)
categoria:testi, letture
mercoledì, aprile 04, 2007
“La sterile sabbia misura il tempo; la terra è feconda”.

“Ero alla ricerca del mio baricentro, di quel punto esatto che spetta a ognuno e ne definisce il posto, al di là del dolore e della frustrazione: il luogo del suo adempimento.”
È letteratura normale. Come H. Grimaud, anch’io sono un ossessivo: l’ossessione della simmetria nel corpo, e tra corpo e mente.
“Tutti noi risentiamo di movimenti ripetitivi; crescendo abbiamo acquisito abitudini di cui dobbiamo disfarci. Bisogna imparare di nuovo a muovere meglio il braccio, la testa, il busto, le gambe. Per lo più le persone ignorano i propri muscoli, non ne hanno la minima idea, non sanno niente di se stesse. Chi conosce le correnti neuronali, l’origine degli impulsi nervosi? In altre parole, tutte le occasioni per elevarsi ? Il corpo condiziona il pensiero. Disfarsi delle abitudini quotidiane del corpo significa rendere possibile un diverso rapporto con il pensiero.”         
Mi ossessiona il rapporto con la lettura, con la scrittura, la letteratura, la filosofia. Non è questione di conoscenza, ma del senso e dell’assenza di senso. Mi manca l’istinto che hanno le donne selvagge. E mi manca la musica, che viene dopo il silenzio e la segue.
“La musica si è impadronita di me perché è l’estensione del silenzio, di quel silenzio che sempre la precede e ancora vi echeggia ? La musica è una via d’accesso a un altrove della parola, a quel che la parola non può dire e che il silenzio, tacendolo, dice. Una musica senza silenzio cos’altro è, se non rumore ?”
“Subire, o scegliere di subire il destino”. Hélène sceglie di subire il suo destino, di non farsi imporre un destino. E trova il suo dolore come un atto. “Ero tormentata da un senso d’impotenza, anzi d’inutilità. Il mio dolore era un atto, e la sua contemplazione un abisso. Un grande buco nero nel mio petto; esso non comunicava più con gli spazi infiniti, con il cosmo, con la vertiginosa architettura della musica: come una falla nello scafo di una nave, comunicava con le acque glauche degli abissi, e inghiottiva tenebre.”
“Ogni piacere esige l’eternità, esige una profonda, profondissima eternità, scrive Nietzsche”. Scrittura e musica, piaceri che prevedono l’eternità.
“Coincidenza ? I lupi e le donne selvatiche hanno la stessa reputazione. Clarissa Pinkola Estès ha scritto che la storia dei lupi ha strane analogie con quella delle donne, quanto a passionalità e a fatica.”
“Avevo i lupi e avevo la musica. Avevo la musica dei lupi sotto la luna, e nel mio modo di suonare c’era quell’animalità che protegge l’artista.”
“Ogni essere ha in sé il mistero delle proprie contraddizioni, delle proprie lotte interiori. Noi tutti siamo l’incarnazione di un mistero”.
L’elemento dell’uomo non è la terra, né il fuoco, né l’acqua, né l’aria. L’elemento dell’uomo è “il quinto elemento”: l’arte.

 
***
 

Ho visto le statue senza fiato di Roma
allibite su fiumi di fumo
luce di semafori e acqua che bagna tutto.
Portoni come fienili
sbarre di ferro antico
parentesi vecchie
fuoco nemico.
Tagliole mozzafiato per topi e carogne
e baci in bocca e fogne,
stazione sempreverde Termini.
La mia infamia insolita
che altro non sa fare
se non girare intorno a una fontana
dedica i miei pensieri
e un cuore che si spezza
all’alba che bussa forte.
Ora mi corre l’idea di infilare le mani
leggere sotto il corpo schiantato
dal Pizzo Roccello e posarlo
sull’acqua di mare
che a me rimane soltanto
quella che specchia semafori a Roma
o aerei in partenza a Madrid.
Tanto non smetterà di piovere un attimo.

 

La poesia descrive una “partenza” entrando nel cuore di una città – Roma. È tutto lì, tra lo sfacelo e la gloria di una città e lo sfacelo assoluto di un cuore che si spezza. Rimane un angolo di verde, una stazione – Termini, la fine. Il mare è un lontano richiamo su cui posare un corpo, forse nella speranza di farlo tornare in vita. Ma l’unica acqua è quella delle strade in cui si specchiano i semafori, o gli aerei in partenza a Madrid.
Sereni aveva visto anche lui le “statue senza fiato di Roma / allibite su fiumi di fumo”, i “portoni come fienili”, il “ferro antico” e le “tagliole mozzafiato per topi”. Sereni aveva intuito “l’infamia insolita di girare intorno ad una fontana” come al proprio vuoto, e dedicare i propri pensieri e il cuore all’ “alba che bussa forte”, come la vita alle porte della morte. E chissà se smetterà di piovere.

 
***
 

Non so per quali strane analogie o caso, la lettura si è incrociata con le ultime pagine di “variazioni selvagge”, una quindicina di righe in cui vengono descritte le trappole che l’uomo ha inventato per sterminare il lupo che ti fanno rabbrividire d’orrore, l’orrore di appartenere a una specie chiamata uomo: “Ormai è impossibile elencare tutte le trappole e i veleni che l’uomo ha inventato per sterminare il lupo”. Poche righe dopo c’è la descrizione di New York, dove “si vive con il presentimento di una catastrofe; un presentimento eccitato, al limite della follia”. Poi, verso la fine del libro, Hélène Grimaud narra dell’11 settembre 2001, di un concerto a Londra da rimandare oppure no. Si chiede: “Che fare, fermare tutto ? Imbavagliare la musica, quella musica che proprio l’integralismo proibisce ? [...]. Tuttavia suonammo: per la vita, in suo onore. Fin dalle prime battute, sentii qualcosa di tiepido bagnarmi le mani, bagnare la tastiera. Lacrime.” Davvero strani analogie.

postato da: alfred58 alle ore 20:33 | Permalink | commenti (13)
categoria:poesia, testi, letture, letteratura
sabato, marzo 17, 2007

- La testa insanguinata di Hegel: “L’uomo è questa notte, questo puro nulla, che tutto racchiude nella sua semplicità – una ricchezza senza fine di innumerevoli rappresentazioni e immagini, delle quali nessuna gli sta di fronte o che non sono in quanto presenti. Ciò che qui esiste è la Notte, l’interno della natura – un puro Sé; in fantasmagoriche rappresentazioni tutt’intorno è notte, improvvisamente balza fuori qui una testa sanguinante, là un’altra figura bianca, e altrettanto improvvisamente scompaiono. Questa notte si vede quando si fissa negli occhi un uomo – si penetra in una notte, che diviene spaventosa; qui a ognuno sta sospesa di contro la notte del mondo”.

 
- Noi viviamo in un ordine di finzioni simboliche, dominato dalla figura del Padre, il Potere. Si finisce sempre per credere al Potere, anche quando le figure che lo incarnano sono abiette, corrotte, prive di reale attrattiva. È il diniego feticistico sul quale si basa la coesistenza sociale, non riconoscere gli altri per quello che sono. Negare il Mondo per cercare un altro mondo è, forse, l’unico gesto che ci resta, piuttosto che accettare beatamente la realtà idiota del potere e delle sue immagini, quelle figure irreali che si agitano nel baccano della finzione politica.
 
- L’angoscia emerge quando ci si avvicina troppo all’oggetto del desiderio. Ciò che ci angoscia nel desiderio è riferibile sempre alla solita, ennesima, domanda: “Che cosa vuole l’Altro da me? Che cosa sono io, in quanto oggetto, per l’Altro?”
Il vuoto, il nulla, dietro la maschera, dietro i soggetti in ansia per la perdita d’identità. Distinguersi attraverso l’esteriorità è annullarsi nell’indifferenziato. Il piacere esteriorizzato è il risultato di un narcisismo edonista.
C’è un Simulacro, le maschere che indosso, il ruolo che interpreto, nelle relazioni intersoggettive; e c’è un Reale, la violenza che faccio al mio corpo nascondendolo.
 

- L’Altro è il portatore di un messaggio destinato a me, che lui non conosce, l’Altro è un enigma. In psicanalisi il Soggetto corrisponde al portatore di un messaggio indirizzato all’Altro, ma inaccessibile al soggetto stesso.
Per appassionarmi all’Altro devo ritenerlo portatore di un segreto, quello che è il suo segreto, il segreto del suo essere unico e irriducibile. L’Altro è un abisso imperscrutabile, più di quanto lo sono io per me.

 
- Per Bataille il desiderio non è mancanza, non è correlato alla presenza di un oggetto. Il desiderio è sempre un eccesso d’essere che aspira a consumarsi, a distruggersi nel fuoco dei sensi. Il desiderio è il fuoco che perennemente arde dentro di noi, è esperito interiormente, è l’esperienza interiore.
postato da: alfred58 alle ore 21:22 | Permalink | commenti (16)
categoria:testi, letture, filosofia
lunedì, marzo 12, 2007

Lettura e montaggio di Dumoulié, Zizek, Freud, Lacan, Hegel – Parte I

 

- L’amore, dice Lacan, è sempre “l’amore in faccia”, l’amore narcistico di sé nell’altro, la domanda di essere amato. L’amore come incontro di due desideri, che non sono più due mancanze, due “assenze”. Ma per vedere l’Altro come Soggetto desiderante e diventare oggetto del suo desiderio, io devo essere “assente” da me stesso. L’amore funge da resistenza contro il desiderio. L’amore è “un dare ciò che non si ha a