sabato, maggio 10, 2008

Come può il segno
di un corpo sopravvivere
entro il corpo di un altro
senza lederne il corso
e della mente, anzi proteggerlo
dai frammenti di morte in vita?
Mai più forte
la promessa amorosa
ti sillaba il vivere.

 

Michele Ranchetti, Poesie ultime e prime, Quodlibet 2008

 

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sabato, maggio 03, 2008


























Al principe Tristano



Sulla tua anima azzurra
fanno le stelle tutta una notte

Ed io devo esser lieve,
o mio tempio,
le mie preghiere ti spaventano.

Le mie perle si destano
alla mia danza sacra.

E non è un giorno, né stella
né conosco più il mondo.
Ma te soltanto - e tutto
è cielo.



Else Lasker-Schüler





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giovedì, aprile 03, 2008

Et pourquoi mon amour serait-il un monstre,
à faire admirer sous le couvert des mots
qui disent toujours nous ne laisserons pas
mourir ce que tu as aimé une fois ?
Mon amour, chacun l’a connu, l’a perdu
dans la misère ordinaire de nos jours,
la houle longue où tous résistent, puis lâchent,
la molle saison d’ombres noyées. Il passe
tout près, parfois tout autre, et meurtri profond
comme le votre, parlant pour tout le monde.


E perché il mio amore dovrebbe essere un mostro
da far ammirare a forza di parole
che dicono e ridicono non lasceremo morire
ciò che un tempo hai amato?
Il mio amore chiunque l’ha conosciuto, l’ha perduto
nella normale miseria dei nostri giorni,
onda lunga dove tutti resistono e poi cedono,
molle stagione d’ombre annegate. Il mio amore passa
molto vicino, molto diverso a volte, ferito nel profondo
come il vostro, e parla per ciascuno.


Jean-Charles Vegliante, Nel lutto della luce, Einaudi 2004 – trad. di Giovanni Raboni

 

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lunedì, marzo 31, 2008











:


fin nella caverna cielo e suolo
e una a una le vecchie voci
d’oltretomba
e lentamente la stessa luce
che sulle piane di Enna in lunghi stupri
macerava poco fa i capillari
e le stesse leggi
che poco fa
e lentamente nell’orizzonte che spegne
Proserpina e Atropo
Adorabile d’incerto vuoto
Ancora la bocca d’ombra

 
BECKETT, Poesie

 

***

 
 

C’è un’isola vasta, Trinacria, ammassata sopra le membra di un gigante.

Allora la terra trema, e perfino il re dei morti muti ha paura che il suolo si squarci e che una larga voragine ne dischiuda i segreti e che la luce irrompendo semini terrore e confusione tra le ombre.

Non lontano dalle mura di Enna c’è un lago che si chiama Pergo, l’acqua è profonda.

La terra mi dischiude un cammino, io scorro in caverne dentro le sue profondità, e qui levo fuori il capo e rivedo le stelle quasi dimenticate

Proserpina: … regina , signora del mondo buio

 
OVIDIO, Metamorfosi, Libro V, v. 341-571

 

***

 

ciel dans le crépuscule de la présence
imagine fleurs dans la nuit astrale
paroles qui précipitent des sons de silence
dans le vide de forêts disparues
lieus éternels d’absence
reflétés supprimant les astres
lumière pure qui frappe le cœur
caverne de colonnes creusées
de l’autre côté du silence
cieux profonds sombres se déplacent
abîmes lumineux du bleu
débordent dans l’eau du matin

 

http://ibridamenti.splinder.com/post/16537911/METAMORPHOSE


 

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venerdì, marzo 21, 2008



Nel diario di tua figlia così giovane
un gattino apre gli occhi sulla vita
le pietre seminate sulla sabbia
brillano
e il corpo ha i segni rossi del dolore.
Intanto il primo passo è un passo falso
ma ha la speranza di piccole strade
dove l’amore può saltare subito
come fa uno scoiattolo e non sa…

Tutto il passato è un tributo alla morte.


Rati Saxena



da One Window & Eight Bars, Kritya,
Trivandrum (Kerala, India), 2007, p. 71

traduzione di Massimo Sannelli

 

 

 


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domenica, marzo 16, 2008

versami dentro luce
viola
attraverso cielo
liquido

corpo a
corpo con il blu

attracco
nel porto degli occhi
bianco innocente e
blu

 

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venerdì, febbraio 29, 2008

pour ton anniversaire farouche

 

parole sabbia che incidono
sul vetro di una clessidra incrinata
nel punto di rottura
che attirano senza toccare il mondo

 
 

le parole sono sabbia di clessidre incrinate… quelle parole che incidono sul vetro di una clessidra incrinata, proprio nel punto di rottura
R. R. FLORIT

Seshat, Colei-che-scrive. Prima dea capace di incidere
DERRIDA, La farmacia di Platone

 

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martedì, febbraio 12, 2008




ESPIRITUAL

 

Après un siècle la figure de la soie
Qui retenait le ventre avait été brulée
Mais la lettre mise en contact avec le nard
Enfermée dans un coffre de fer

Sentait encore l’intime en traversant le fer.

 

(Pierre Jean Jouve, Matière céleste)

 

***

 

Dopo secoli la forma della seta
Che cingeva il ventre era stata bruciata
Ma la lettera in contatto col nardo
Chiusa in un forziere ancora

L'intimo odorava attraverso il ferro.

 

(Pierre Jean Jouve, Celeste materia)

 


Trad:
rita r. florit & alfred r.


 


 

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sabato, dicembre 29, 2007

Aesculum hippocastanum

 
Strapiomboautunno
nel parco degli anni ignari
dove alti gli ippocastani sfogliano ruggini.

È una ctonia alterità nebbiosa,
riconsegna incorporea di me a me.
Inevitabili passaggi, soglie interdette, fili
che si dipanano da me a me.

Nelle cortecce muschiose, nella ghiaia,
sulle panchine deserte infine
appare la coda del drago.
La sento muoversi alle mie spalle,
la sto cercando da mille anni.

 
(R. R. Florit, da Piante occulte, Inedita)

 

 

 

 

Anacoreta dell’essere nel tempio del tempo
L’oblio è un respiro, un soffio d’aria
Dove regna la calma assoluta.

 
L’apparizione del drago alle spalle, la millenaria coda del drago, “La sua coda si trascinava dietro la terza parte degli astri del cielo e li precipitava sulla terra.” Il drago dell’Apocalisse, o il serpente, che attende la donna “partoriente”, la perseguita nel segreto e nei luoghi deserti della mente, negli anfratti naturali e negli spazi deserti. Ma la donna ha ali per volare sul deserto. L’acqua che il drago scaraventa sulla donna è assorbita dalla terra che la soccorre. Dal mare e dalle profondità ctonie la bestia ricompare per essere adorata. Il Paradiso è ancora un sogno \ Porte, mura, torri della Gerusalemme celeste… \ Si aprono nel deserto le porte del Paradiso terrestre; è un mare di cristallo mescolato a fuoco, è il Regno millenario, un fiume d’acqua viva, un albero di vita “con foglie che hanno virtù medicinale per la guarigione delle genti”.

 
“ «... e a che  poeti in tempo indigente ? », domanda l’elegia di Hölderlin Pane e vino [...]. Il tempo della notte del mondo è il tempo dell’indigenza perché diviene sempre più indigente. [...]. Essere poeti in tempo indigente vuol dire: cantando, prestare attenzione alla traccia degli dèi fuggiti. Ecco perché, nel tempo della notte del mondo, il poeta dice il sacro. È per questo che, nel linguaggio di Hölderlin, la notte del mondo è la notte sacra”
(Heidegger, A che poeti ?).

 
“Il tempo s’era fermato, un millennio era lieve come l’aprirsi e il chiudersi di un occhio, era giunto al Regno Millenario... . Si chiama anche il Regno dell’Amore, questo Agathe lo sapeva pure; ma solo per ultimo ella pensò che i due nomi sono tramandati fin dai tempi della Bibbia e indicano il regno di Dio sulla terra, il cui prossimo avvento è inteso in senso perfettamente reale... . « Bisogna starsene quieti quieti, - le diceva una voce. - Non lasciar posto a nessun desiderio, neanche a quello di far domande. Bisogna spogliarsi anche dell’accortezza con cui si bada ai propri affari. Privare il proprio spirito di tutti gli strumenti e impedirgli di servire di strumento. Bisogna togliersi il sapere e il volere, liberarsi della realtà e del desiderio di volgersi a essa. Concentrarsi in sé, finché mente, cuore e  membra siano tutto un silenzio. Se si attinge così la suprema abnegazione, allora infine il fuori e il dentro si toccano, come se fosse saltato via un cuneo che divideva il mondo...! »”
(Robert Musil, L’uomo senza qualità)

 
“… ecco l’alba, vedo le immense mura e le porte di Gerusalemme dorate da una luce che non so da dove venga, se dalle mura stesse, dalle porte e dalle torri, o da quella vampa dorata che riempie l’aria e il cielo, lassù…”
(Jerzy Andrzejeweski, Le porte del paradiso)

 

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lunedì, dicembre 24, 2007

Cosa ho imparato da voi? Sarebbe facile
dire che ho imparato il contrario
di ciò che sapevo – ché in qualche modo,
non avrei imparato niente di nuovo…

Mi avete per esempio insegnato che non si piange
(non ch’io piangessi, ché anch’io ero eroico!)
e, adesso che qualcosa decide in voi
Ciò che mi dà dolore, e voi non piangete,

ne sono atrocemente offeso. Non ho fatto tesoro
dunque della vostra lezione. Siamo restati
gli stessi. Ma mi resta nel cuore

il vostro riso che altro non è che riso: <oro
invenduto, nei luoghi più spregiati
del cosmo, che vale solo per chi poi ne muore.>

 
 

(P. P. Pasolini, L’hobby del sonetto)

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sabato, dicembre 15, 2007




a Rita R. Florit



Ti porto nel cielo
viscerale
sopra una profetica spiaggia
un reticolo d’azzurro
tenebra
perché le vetrate sono
immerse nel buio
e risplendono d’oro
che nessuno dice
essere vero.

 
 

“Il tremore dell’anima non è indifferente alla differenza dei sessi: è questa differenza, o una differenza ancora più arcaica e tuttavia sessuale – o la differenza dell’amore, in quanto essa spartisce l’anima, né l’uomo, né la donna, ma l’uno o l’una nell’altro, e la fa tremare, o la transita.”

(J. L. Nancy)

 

Perché tremare d’essere se stessi, non è della natura animale, ma è un tremito interiore, un vento che apre le porte, che scuote i rami, è il cielo viscerale sopra una profetica spiaggia. Differenza che fa tremare l’identità, tra l’oro e la notte, infinite vibrazioni di fili, azzurro e tenebre.



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mercoledì, dicembre 05, 2007

Ecorchée

 

 

Solaire malgré tout
ta vision
hallucinée

dépeçage ordonné du corps
dispersion
tete membre tronc
os et peau enfouis
au pied del'arbre de l'enfance
clavicules tibias
cubius et rotules

flexibles ligamenteaux
articulations charnières

équitablement répartis
autour de pédoncule ligneux
de l'arbre protecteur


platane bienveillante déité
de tes enfances solaires
ancré en son  centre
et toi sacrificielle
officiante
des iours rebelles
larmes et confidences
offertes aux racines
offrandes terrées déterrées
au géant ocellé solide et sur
silencieux

excavations secrètes
ricanements jivaros
de celui qui

tete assompionelle
gravite dans les airs

rictus limpide
de Lafourgue

ressuscité.



Angèle Paoli

 

 

 

 Image de G. A di Cinarca

 

Scorticata

 

Solare malgrado tutto
la tua visione

allucinata


smembramento ordinato del corpo
dispersione
testa arto tronco
ossa e pelle nascosti
ai piedi dell'albero dell'infanzia
clavicole tibie
cubiti e rotule
flessibili legamentose
articolazioni cerniere

equamente ripartite
attorno al peduncolo legnoso
dell’albero protettore


platano deità benevola
delle tue infanzie solari
ancorato al suo centro
e tu sacrificale
officiante
dei giorni ribelli
lacrime e confidenze
oblazioni sotterrate dissotterrate
al gigante ocellato solido e sicuro
silenzioso


scavi segreti
ghigni jivaros
di chi
testa assunzionale
gravita nell'aria


rictus limpido
di Laforgue


resuscitato



traduzione 
alfred r. & rita r. florit

 

.




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sabato, novembre 03, 2007

Il cerchio dei vivi
L’insieme, ora del vento
L’altra morte
Tutto ci condanna, al silenzio
Un arco di parole
Schierate, nella luce
Forma di questo mondo.

 
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“Dans le halo de la mort, et là seulement, le moi fonde son empire ; là se fait jour la pureté d’une exigence sans espoir ; là se réalise l’espoir du moi=qui=meurt (espoir vertigineux, brûlant de fièvre, où la limite du rêve est reculée) ”.

(G. Bataille, L’expèrience intérieure)

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“La terra, sotto quel corpo, era aperta come una tomba, il suo ventre nudo fu per me come una tomba fresca. Eravamo folgorati di stupore, amandoci sopra quel cimitero stellato. Ognuna di quelle luci indicava uno scheletro in una tomba, ed esse formavano così un cielo vacillante, torbido come i movimenti dei nostri corpi mescolati. Faceva freddo, le mie mani affondavano nella terra…”

(G. Bataille, L'azzurro del cielo)

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“Dans un ordre arbitraire où chaque élément de la conscience de soi échappe au monde (absorbé dans la projection convulsive du moi), […], il est possible de représenter ce moi « en larmes ou anxieux » ; il peut également être rejeté, dans le cas d’un choix érotique douloureux, vers un moi autre que lui…”

(G. Bataille)

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“La mort qui me délivre du monde qui me tue a enfermé ce monde réel dans l’irréalité du moi qui meurt”. 

(G. Bataille)

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“L’être que je vis ne me prendra pas, et je ne prendrai pas cet être pour mourir et pour m’en aller, mais pour parvenir à m’en détacher et ne pas sombrer dans l’illusion dernière qui consiste à croire que je ne suis que le corps où la vie m’avait enterré, il me faut cette main de pitié que la force Antigone de l’être avait su détacher de son être contre l’être où elle se voyait”.

(Antonin Artaud, Nouveaux écrits de Rodez)

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mercoledì, ottobre 17, 2007

e sedermi a fumare sulle scale finché il tuo vicino non torna a casa e sedermi a fumare sulle scale finché tu non torni a casa e preoccuparmi se fai tardi e meravigliarmi se torni presto e portarti girasoli e andare alla tua festa e ballare fino a diventare nero e essere mortificato quando sbaglio e felice quando mi perdoni e guardare le tue foto e desiderare di averti sempre conosciuta e sentire la tua voce nell’orecchio e sentire la tua pelle sulla mia pelle e spaventarmi quando sei arrabbiata e hai un occhio che è diventato rosso e l’altro blu e i capelli tutti a sinistra e la faccia orientale e dirti che sei splendida e abbracciarti se sei angosciata e stringerti se stai male e aver voglia di te se sento il tuo odore e darti fastidio quando ti tocco e lamentarmi quando sono con te e lamentarmi quando non sono con te e sbavare dietro ai tuoi seni e coprirti la notte e avere freddo quando prendi tutta la coperta e caldo quando non lo fai e sciogliermi quando sorridi e dissolvermi quando ridi e non capire perché credi che ti rifiuti visto che non ti rifiuto e domandarmi come hai fatto a pensare che ti avessi rifiutato e chiedermi chi sei ma accettarti chiunque tu sia e raccontarti dell’angelo dell’albero il bambino della foresta incantata che attraversò volando gli oceani per amor tuo e scrivere poesie per te e chiedermi perché non mi credi e provare un sentimento così profondo da non trovare le parole per esprimerlo e aver voglia di comperarti un gattino di cui diventerei subito geloso perché riceverebbe più attenzioni di me e tenerti a letto quando devi andar via e piangere come un bambino quando poi te ne vai e schiacciare gli scarafaggi e comprarti regali che non vuoi e riportarmeli via e chiederti di sposarmi e dopo che mi hai detto ancora una volta di no continuare a chiedertelo perché anche se credi che non lo voglia davvero io lo voglio veramente fin dalla prima volta che te l’ho chiesto e andare in giro per la città pensando che è vuota senza di te e volere quello che vuoi tu e pensare che mi sto perdendo ma sapere che con te sono al sicuro e raccontarti il peggio di me e cercare di darti il meglio perché è questo che meriti e rispondere alle tue domande anche quando potrei non farlo e cercare di essere onesto perché so che preferisci così e sapere che è finita ma restare ancora dieci minuti prima che tu mi cacci per sempre dalla tua vita e dimenticare chi sono e cercare di esserti vicino perché è bello imparare a conoscerti e ne vale di sicuro la pena e parlarti in un pessimo tedesco e in un ebraico ancor peggiore e far l’amore con te alle tre di mattina e non so come non so come non so come comunicarti qualcosa dell’ / assoluto eterno indomabile incondizionato inarrestabile irrazionale razionalissimo costante infinito amore che ho per te.

 

(Sarah Kane, Crave)

 

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Non è un ibrido il mio cuore,

O un fuoco di vendetta.

S’accorge di quel che gli manca:

Labbra di viola.

Piove in ogni sala;

E l’argento resta isolato sui rami,

Nudo paradiso degli sguardi.

 

(alfred r. – roma - ottobre2007)

 

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« On ne meurt que parce qu’on se croit mortel parce que les institutions faites par les hommes on fait croire aux hommes qu’ils étaient mortels. » (Antonin Artaud)

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“La pioggia non soltanto bagna i capelli ma gocciola nelle cellule cerebrali con la pervicacia di un’infiltrazione. La neve non raggela soltanto le mani ma come l’etere dilata i polmoni fino a farli scoppiare.”. (Anais Nin)

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giovedì, ottobre 11, 2007

Celle qui dort

 

Celle qui dort inquiète au profond
de toi, la petite effrayée invincible,
sais-tu que je la touche parfois
sans la tenir, même en rêve, où nous pleurons



*Jean-Charles Vegliante*
Les Oublies, Obsidiane, Collection Les Solitudes

 

 

 



Quella che dorme



Quella che dorme inquieta nel tuo profondo
essere, la piccola impaurita invincibile,
sai talvolta la tocco senza tenerla,
anche in sogno, dove siamo in lacrime.



trad. alfred & farouche







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giovedì, settembre 27, 2007

Le vent de Dieu jetait des glaçons aux mares

Il vento di Dio gettava ghiaccio sugli stagni 1

 

nello spazio corona senza tempo del tempo scudo ali caverna l’orecchio di dio nel vento e la carta vince il tempo il vento di Dio gettava ghiaccio sugli stagni…

 


1 
Rimbaud, Alchimia del verbo

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sabato, luglio 28, 2007

28-07-2007. Inaugurazione mostra: “BaTTiTi e altri echi del cuore” – Ostuni e Mesagne

 


Autre éventail
 
de Mademoiselle Mallarmé
 
O rêveuse, pour que je plonge
Au pur délice sans chemin,
Sache, par un subtil mensonge,
Garder mon aile dans ta main.

Une fraîcheur de crépuscule
Te vient à chaque battement
Dont le coup prisonnier recule
L’horizon délicatement.

Vertige ! voici que frissonne
L’espace comme un grand baiser
Qui, fou de naître pour personne,
Ne peut jaillir ni s’apaiser.

Sens-tu le paradis farouche
Ainsi qu’un rire enseveli
Se couler du coin de ta bouche
Au fond de l’unanime pli !

Le sceptre des rivages roses
Stagnants sur les soirs d’or, ce l’est,
Ce blanc vol fermé que tu poses
Contre le feu d’un bracelet.

(Mallarmé, Poésies)

 

Altro ventaglio

                                    della Signorina Mallarmé

O Sognatrice, perché io m’immerga
Nella pura delizia senza passaggio,
Sappi, con delicata bugia,
Tenere la mia ala nella tua mano.

Una freschezza di crepuscolo
Ti giunge a ogni battito
E il colpo prigioniero respinge
L’orizzonte delicatamente.

Vertigine! ecco che freme
Lo spazio come un lungo bacio,
Che, folle di nascere per nessuno
Non può sgorgare o calmarsi.

Senti il paradiso selvaggio
Come un riso sepolto
Scivolare dall’angolo della tua bocca
Al fondo dell’unanime piega

Lo scettro delle rive rosa
Stagnanti sulle sere d'oro, lo è,
Questo bianco volo chiuso che tu posi
Contro il fuoco di un bracciale.

(Traduzione mia)

 
 

“Nessun cuore anima del proprio battito il mondo di Mallarmé. Il segnale che egli ne riceve è il ‘gelido scintillio’, il luccichio inumano, acuto e intermittente, la rapida alternanza tra la luce e la notte si sostituisce alla sistole e diastole degli autori che concepivano il cosmo come una grande vita.”

(Starobinski, Mondo morto, cuori pulsanti, in Azione e reazione)

 
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martedì, luglio 24, 2007

Tra orizzonti che il tramortito blu
umbro copre di assolate fiumare
e crinali arati che si perdono su
nel cielo, così tersi da incrinare
la cornea, o in valli che aprono
lucidità di baie, ...

....................................

L’esser povero era solo un accidente
mio (o un sogno, forse, un’inconscia
rinuncia di chi protesta in nome di Dio...)
Mi appartenevano, invece, biblioteche,
gallerie, strumenti d’ogni studio: c’era
dentro la mia anima nata alle passioni,
già, intero, San Francesco, in lucenti
riproduzioni, e l’affresco di San Sepolcro,
e quello di Monterchi: tutto Piero,
quasi simbolo dell’ideale possesso,
se oggetto dell’amore di maestri,
Longhi o Contini, privilegio
d’uno scolaro ingenuo...

Da “La religione del mio tempo

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sabato, luglio 21, 2007

Soglia: oh, pensa che è, per due che si amano
logorare un po' la propria soglia di casa già alquanto
         consunta

anche loro, dopo dei tanti di prima,

e prima di quelli di dopo... leggermente

(Rilke, Nona Elegia)

 
***

Anche noi vogliamo essere,
dove il tempo dice la parola di soglia,
che, mille anni giovane, si alza dalla neve,
dove l’occhio errante
si calma nella propria sorpresa
e capanna e stella
stanno nel blu da vicini di casa,
come se la strada fosse già percorsa.

(Celan, Sotto il tiro di presagi)

 
***

Schwellenwort (parola di soglia). Anche noi vogliamo essere, \ Dove il tempo dice la parola di soglia. Dire la parola di soglia, nominare è già fare i conti con la scomparsa della cosa nominata, con la morte che si annida nel cuore stesso dell’esistenza. Soglia da attraversare certo, la morte, non come passaggio tra un dentro e un fuori, ma tra un essere ancora e un non essere già più. il linguaggio è sempre metaforico perché è metafora dell’essere, solo metafora senza coincidenza, nessuna parola potrà mai coincidere con il suo oggetto, così come nessun amore coinciderà mai con l’amato. Eccoci, per ora, ad una prima conclusione: la parola è destinata a farsi traccia, a diventare scrittura, a segnare una dif-ferenza tra essere e non-essere, assenza e presenza. “Come se la strada fosse già percorsa”, e nella sorpresa dell’occhio ogni separazione annullata nel blu.

L’unità della natura o l’unità dell’essere, comunque intendiamo questo ricondurre all’unità ciò che era separato, non è un’ipostasi, perché è nel nostro esser-ci che avviene la sintesi a priori del tempo. “L’esser-ci è il tempo stesso” (Heidegger). Noi siamo, vogliamo essere, dove il tempo dice la parola di soglia. La parola, dunque, come mediazione tra l’essere e il non-essere. Questo ci fa anche dire che la parola non è mai interamente proferita, che non c’è mai una parola definitiva, quindi una presa di coscienza dell’essere. La scrittura, parola di soglia, lama del vivere che insidia e ritaglia, profonda apertura nel cuore dell’essere che mette in pericolo la vita stessa. Ma “dove il pericolo cresce, cresce anche ciò che salva” (Holderlin).

“Noi siamo come ospiti nel mondo. Nel linguaggio si compie l’unificazione di cosa e mondo, ma anche il loro essere nella ‘distinzione’. Questa separazione si manifesta come ‘dolore’, si compie come dolore. Il viandante che in Trakl passa la soglia impietrito dal dolore, connette ciò ch’è separato, dall’esterno nell’interno.” (C. Fabro)

“Dialoghi con cortecce d’albero. Tu \ scorzati, vieni, \ scorzami dalla mia parola. \ Tardi com’è, così nudi e vicini alla lama \ vogliamo essere.”. Parola corteccia d’albero, limite tra me e te, soglia e lama.

Se le cose prendono congedo da noi “Riunito è tutto ciò che vedemmo, \ a prender congedo da te e da me...” (Celan, Di soglia in soglia)

“Poiché già la notte e l’ora, \ che dà un nome sulle soglie \ a chi entra e chi esce, \ approvò quanto facemmo, \ poiché nessuno come terzo, c’indicò la via, \ ecco che ombre non verranno \ separate...” (Celan, Insieme, in Di soglia in soglia). La parola come attestazione di una presenza non comporta né un’origine né una fine, non mette in dubbio il venire alla luce degli esseri naturali dal nulla e il ritornare nel nulla, non prevede il tempo come distruzione.

“La morte è un fiore che solo una volta fiorisce. \ [...] non fiorisce nel tempo. \ [...] Tu lasciami essere uno stelo” (Celan)

 
***

Verde un risveglio
oltrepassò la soglia
di ramo in fiore
in verde rifiorire

S’instillò placido
carminio centro

scosso sussulto
espanso esteso

traboccò in rivolo
tortuosamente
trascinò petali
s’illuminò.

(R. R. Florit,  da Piante occulte, raccolta inedita)

 
Lei s'incammina in questa notte antica
oltrepassando del buio la soglia
nel mantello gelato che l'intrica
e riscalda, annaspa, misera foglia
vagante o migratoria, d'Asia amica
attraversando il Bosforo si sfoglia.
Petalo sparso, incandescente lava
nascosta nella folla che s'incava.

(R. R. Florit, inedita)

 

Blog: http://ilsegretodellasoglia.blogspot.com/

 

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sabato, giugno 23, 2007
Da “Terresdefemmes

TOUT DOIT ÊTRE RÉINVENTÉ

« Si en exécutant cet acte simple :
humer la chevelure de l’aimée
on ne risque pas sa vie
on n’engage pas son destin
du dernier atome de son sang
et de l’astre le plus lointain

si dans ce fragment de seconde
où l’on exécute n’importe quoi
sur le corps de l’aimée
ne se résolvent pas dans leur totalité
nos interrogations, nos inquiétudes
et nos aspirations les plus contradictoires

alors l’amour est en effet
ainsi que le disent les porcs
une opération digestive
de propagation de l’espèce

Pour moi les yeux de l’aimée
sont tout aussi graves et voilés
que n’importe quel astre
et c’est en des années-lumière
qu’on devrait mesurer les radiations
de son regard

On dirait que la relation de causalité
entre les marées
et les phases de la lune
est moins étrange
que cet échange de regards (d’éclairs)
où se donnent rendez-vous
comme dans un bain cosmique
mon destin
et celui de l’univers tout entier

Si j’avance ma main
vers le sein de l’aimée
je ne suis pas étonné
de le voir soudain
couvert de fleurs

ou que tout à coup il fasse nuit
et qu’on m’apporte une lettre cachetée
sous mille enveloppes

Dans ces régions inexplorées
que nous offrent continuellement
l’aimée

l’aimée, le miroir, le rideau
la chaise

j’efface avec volupté
l’œil qui a déjà vu
les lèvres qui ont déjà embrassé
et le cerveau qui a déjà pensé
telles des allumettes
qui ne servent qu’une seule fois

Tout doit être réinventé »

Ghérasim Luca, L’Inventeur de l’amour, José Corti, 1994, pp. 19-20-21.



TUTTO DEVE ESSERE REINVENTATO
 

Se eseguendo questo semplice atto:
respirare i capelli dell’amata
non si rischia la vita 
non s’ipoteca il destino
dall’ultimo atomo del nostro sangue
all’astro più lontano

se in questo frammento di tempo
in cui tutto si compie
sul corpo dell’amata
non si chiariscono completamente
le nostre interrogazioni, inquietudini
e aspirazioni più contraddittorie

allora l’amore è effettivamente
come dicono i porci
un’operazione digestiva
di propagazione della specie