domenica, aprile 13, 2008


  

“Il semiotico è la musica della poesia. Retrospettivamente, è ciò che il bambino articola con il suo balbettio prima di imparare le parole…” (J. Kristeva)


                                      

Ecolalie, una sinfonia di testi su una sola lingua, una sinfonia di lingue per un solo testo.
La perdita dei suoni: ecolalia infantile plurilingue, lingua di Dio (aleph), fonemi silenziosi - La morte delle lingue, la loro reviviscenza sotto altre forme, la lingua perduta o proto-lingua – Lingua (della) madre, sfide grammaticali, Canetti, Wolfson, Abu Nuwas, Landolfi – Babele, abitare la lingua. Il libro di Heller-Roazen è formato da capitoli che s’intersecano, dove la linguistica, la psicanalisi, la letteratura, s’incontrano a partire dal dubbio sollevato dall’origine del linguaggio, sintomo creativo che diviene a sua volta segno di una mancanza originaria, di una perdita che perdura. Nell’infanzia avviene il vero processo d’apprendimento d’una lingua che si struttura sopra frammenti ecolalici. Infiniti nella loro varietà, questi frammenti contengono potenzialmente tutte le lingue. Per apprendere la lingua madre il bambino dovrà sacrificare questa molteplicità all’uno. “Rimane l’eco di quel balbettio indistinto, immemoriale…”. L’ecolalia che ancora portiamo in noi.
A quella prima perdita necessaria di cui non ci dimentichiamo, faranno seguito altre perdite: la perdita degli dèi (cap III Aleph), la perdita di fonemi inutilizzati (cap. IV Fonemi in via di estinzione). Più o meno necessarie, più o meno traumatiche, struttureranno il nostro inconscio e riappariranno nelle espressioni visibili della religiosità e creatività umana, nella poesia.
La parola, l’alfabeto, la scrittura “custodisce l’oblio” della voce. La scrittura diventa il segno di una metamorfosi dolorosa per la ninfa “Io” di Ovidio (cap. XIII La mucca che sapeva scrivere), come per scrittori e poeti in esilio (Arendt, Brodskij). Dalla voce può anche sorgere un divieto di metamorfosi (Canetti – cap. XVI), parola d’ordine o sentenza di morte simbolica che significa “tu sei già morto”. Quella che ascoltiamo” scrivono Deleuze-Guattari in Millepiani, a proposito di Canetti (enantiomorfosi) “è una parola d’ordine che è sentenza di morte, simbolica, iniziatica, temporanea”. La “lingua-senza-corpo che scrive” nel racconto Valdemar di Poe (cap XV Aglossostomografia).
La lingua materna può diventare anche prigione, la madre di Canetti (nel primo tomo della sua autobiografia, La lingua salvata) lo imprigiona nella “sua” lingua materna, che non è più la lingua di famiglia, ma la “lingua della madre”, il vincolo affettivo. L’incontro con la scrittura si rivelò decisivo per Canetti, ma capì che per la madre “il tedesco era la lingua dell’intimità e dell’affetto”, “il bambino era solo il sostituto del padre morto e dei loro colloqui d’amore spezzati”. L’acquisizione della nuova lingua non fu una lingua straniera, ma “una lingua madre innestata con ritardo e con vero dolore… una seconda nascita”
Le altre lingue che si mescolavano nella sua infanzia nomade hanno relegato il bulgaro nell’oblio del paese in cui era nato. Nel mettere su carta i suoi ricordi d’infanzia, scrive Canetti, “la traduzione si è compiuta spontaneamente nel mio inconscio”, quindi non c’è alcuna deformazione. La lingua dell’infanzia dimenticata trova una nuova musica attraverso una nuova lingua, ma quei suoni infantili della lingua dimenticata sono ancora dentro di lui, agiscono inconsciamente, sollevano veli, echi, designano una perdita. “È perdendo la madre che si scopre che la propria lingua madre è sempre già perduta”. Come la lingua della poesia, che è sempre un’altra lingua tradotta dalla lingua madre, scrive Marina Cvetaeva.

 

segue…

 

Daniel Heller-Roazen, Ecolalie. Saggio sull’oblio delle lingue, Quodlibet 2008

 

 

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domenica, marzo 16, 2008

Avec ses ruines colossales, sa profusion de palais, de coupoles et d’églises entre lesquels circulaient (ou se trouvait coincé) le flot des voitures, ça faisait penser aux ossements de quelque monstre prédateur d’une espèce disparue depuis longtemps et dont une armée d’insectes à carapace s’acharnait à ronger ce qui pouvait encore rester de chair accrochée a ces falaises de pierre, ces arcades, ces thermes, ces dômes boursouflés et creux. Comme l’accumulation (les cyclopéens et ambitieux entassements d’architraves, de frontons, de corniches, de volutes, de trophées, de baldaquins, de pietàs et d’angelots dorés) laissée derrière elles par de successives dynasties de personnages aux mêmes visages pensifs, glabres et impitoyables sculptés dans le marbre, couronnés de lauriers, de tiares ou de chapeaux de cardinaux.

et soudain, au-dehors, sans un éclair ni quelque grondement annonciateur, d’un coup, la pluie tropicale se mit à tomber : non pas ce grignotement ou même ces crépitements dont un orage fouette parfois les vitres, mais diluvienne, primitive, verticale, aveugle, avec un bruit majestueux de cataclysme et de désastre, semblable à quelque chose comme un réseau liquide qui, en quelques secondes, allait transformer les chaussées défoncées en lacs, en rivières…

L’air immobile a cette tiédeur pour ainsi dire intestinale, charnelle, caractéristique de l’Inde, chargée de ces imprécises senteurs à la fois végétales et animales qui, le matin, avant l’étouffante fournaise de l’après-midi, semblent suspendues comme de légères exhalations d’herbes, d’essences et d’espèces inconnues.

Dans les ténèbres viscérales de quelques ventre, de quelque matrice originelle aux lourdes senteurs de fleurs inconnues, aux noms inconnus, qui en pourrissant exhalaient un entêtant et subtil parfum de décomposition et de mort s’était dressée pour les accueillir la matérialisation même, insolite, vaguement menaçante, de ce continent lui-même fabuleux…

 
(Claude Simon, Le jardin des plantes)

 

***

couleurs sons et parfums se répondent dans l’air liquide joie folle de vie et de mort  mêlées dans la nuit du monde végétal en proie à une lassitude de tout l’être là où se forment de nouvelles hiérarchies on attend l’aube sous les arbres couchés dans les herbes folles et humides de rosée.

 

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sabato, febbraio 23, 2008

analogia o differenza nel simposio tra l’afrodite celeste e l’afrodite ctonia eros celeste e eros volgare l’eros dell’afrodite volgare è in verità volgare e porta a compimento ciò che capita ed è quello che gli uomini dappoco amano costoro anzitutto amano le donne non meno dei fanciulli in seguito di quelli che amano amano i corpi piuttosto che le anime ed infine per quanto è loro possibile amano le persone più stolte mirando soltanto al compimento dell’atto, senza curarsi che ciò avvenga in modo bello o no equivoco del leggere il simposio senza la distanza dalla grecia il terrore di essere corpo di esistere sotto la forma di corpo e continuare a vivere nell’illusione della parte indistruttibile del proprio essere che sopravvivrà alla nostra morte corporea non riusciamo ad accettare razionalmente la distruzione totale del nostro corpo incomprensibile confondere cielo e terra in un uomo distrutto nel corpo e ossessionato dalla carne è in questa luce oscura irreale che l’erotismo trova compimento restando nella purezza dei cieli infantili non essere scalfiti dalle proprie impurità depurare il testo della sua ossessione per tenere il testo poetico perdendo la gravità delle parole ma anche l’uomo riscattare l’erotismo con la poesia la filosofia impedire ai corpi di sprofondare di sparire nel magma delle profondità terrestri forse sospesi sopra altri corpi l’uomo è sempre nell’utero della donna che ama e attraverso la sua carne sonda le profondità della propria tutto il male psicosomatico inconscio inestirpabile in che modo diventa autoflagellazione voluta tormento pena inflitta volontariamente male di vivere che si riversa sui corpi quando il male prende forma s’incarna come tenere a bada il fuoco che arde senza dolore come un virus i nostri corpi sono come i vulcani della terra eruttano in continuazione o ad intervalli più o meno regolari altri ancora sembrano spenti all’apparenza ma il fuoco nelle viscere della terra continua ad ardere incessantemente corpo sofferente il traffico urbano che stordisce le luci artificiali della città che simboleggiano la prigione nella quale il soggetto corpo temporaneamente si trova rinchiuso frastornato e da cui può uscire soltanto identificandosi alla pianta alla sua sofferenza e al suo slanciarsi nel cielo d’oriente non sono le immagini la loro potenza metaforica ad inquietare è la perentorietà di un verso la troppa chiarezza non sono i chiodi le catene è l’alba nella quale il corpo appare giorni oltraggiati e stinti dopo il martirio notturno forse l’entrare nel gioco delle relazioni in rete contamina questo materiale perché non apri uno spazio in cui il soggetto sparisce quasi una terapia di gruppo dove i problemi di uno diventano i problemi di tutti un caos dove le identità sono a rischio il linguaggio che non vuole esprimere che non è un medium tra me e l’altro è solo uno sfogo incontrollato un sollievo per chi scrive nebbia che si dissipa all’alba ma è l’uomo che genera la sofferenza come le scintille che s’innalzano dal fuoco…

 

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sabato, dicembre 29, 2007

Aesculum hippocastanum

 
Strapiomboautunno
nel parco degli anni ignari
dove alti gli ippocastani sfogliano ruggini.

È una ctonia alterità nebbiosa,
riconsegna incorporea di me a me.
Inevitabili passaggi, soglie interdette, fili
che si dipanano da me a me.

Nelle cortecce muschiose, nella ghiaia,
sulle panchine deserte infine
appare la coda del drago.
La sento muoversi alle mie spalle,
la sto cercando da mille anni.

 
(R. R. Florit, da Piante occulte, Inedita)

 

 

 

 

Anacoreta dell’essere nel tempio del tempo
L’oblio è un respiro, un soffio d’aria
Dove regna la calma assoluta.

 
L’apparizione del drago alle spalle, la millenaria coda del drago, “La sua coda si trascinava dietro la terza parte degli astri del cielo e li precipitava sulla terra.” Il drago dell’Apocalisse, o il serpente, che attende la donna “partoriente”, la perseguita nel segreto e nei luoghi deserti della mente, negli anfratti naturali e negli spazi deserti. Ma la donna ha ali per volare sul deserto. L’acqua che il drago scaraventa sulla donna è assorbita dalla terra che la soccorre. Dal mare e dalle profondità ctonie la bestia ricompare per essere adorata. Il Paradiso è ancora un sogno \ Porte, mura, torri della Gerusalemme celeste… \ Si aprono nel deserto le porte del Paradiso terrestre; è un mare di cristallo mescolato a fuoco, è il Regno millenario, un fiume d’acqua viva, un albero di vita “con foglie che hanno virtù medicinale per la guarigione delle genti”.

 
“ «... e a che  poeti in tempo indigente ? », domanda l’elegia di Hölderlin Pane e vino [...]. Il tempo della notte del mondo è il tempo dell’indigenza perché diviene sempre più indigente. [...]. Essere poeti in tempo indigente vuol dire: cantando, prestare attenzione alla traccia degli dèi fuggiti. Ecco perché, nel tempo della notte del mondo, il poeta dice il sacro. È per questo che, nel linguaggio di Hölderlin, la notte del mondo è la notte sacra”
(Heidegger, A che poeti ?).

 
“Il tempo s’era fermato, un millennio era lieve come l’aprirsi e il chiudersi di un occhio, era giunto al Regno Millenario... . Si chiama anche il Regno dell’Amore, questo Agathe lo sapeva pure; ma solo per ultimo ella pensò che i due nomi sono tramandati fin dai tempi della Bibbia e indicano il regno di Dio sulla terra, il cui prossimo avvento è inteso in senso perfettamente reale... . « Bisogna starsene quieti quieti, - le diceva una voce. - Non lasciar posto a nessun desiderio, neanche a quello di far domande. Bisogna spogliarsi anche dell’accortezza con cui si bada ai propri affari. Privare il proprio spirito di tutti gli strumenti e impedirgli di servire di strumento. Bisogna togliersi il sapere e il volere, liberarsi della realtà e del desiderio di volgersi a essa. Concentrarsi in sé, finché mente, cuore e  membra siano tutto un silenzio. Se si attinge così la suprema abnegazione, allora infine il fuori e il dentro si toccano, come se fosse saltato via un cuneo che divideva il mondo...! »”
(Robert Musil, L’uomo senza qualità)

 
“… ecco l’alba, vedo le immense mura e le porte di Gerusalemme dorate da una luce che non so da dove venga, se dalle mura stesse, dalle porte e dalle torri, o da quella vampa dorata che riempie l’aria e il cielo, lassù…”
(Jerzy Andrzejeweski, Le porte del paradiso)

 

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sabato, dicembre 15, 2007




a Rita R. Florit



Ti porto nel cielo
viscerale
sopra una profetica spiaggia
un reticolo d’azzurro
tenebra
perché le vetrate sono
immerse nel buio
e risplendono d’oro
che nessuno dice
essere vero.

 
 

“Il tremore dell’anima non è indifferente alla differenza dei sessi: è questa differenza, o una differenza ancora più arcaica e tuttavia sessuale – o la differenza dell’amore, in quanto essa spartisce l’anima, né l’uomo, né la donna, ma l’uno o l’una nell’altro, e la fa tremare, o la transita.”

(J. L. Nancy)

 

Perché tremare d’essere se stessi, non è della natura animale, ma è un tremito interiore, un vento che apre le porte, che scuote i rami, è il cielo viscerale sopra una profetica spiaggia. Differenza che fa tremare l’identità, tra l’oro e la notte, infinite vibrazioni di fili, azzurro e tenebre.



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lunedì, settembre 17, 2007

I filosofi del dio nascosto, come Pascal e Spinoza, sono uomini misteriosi, solitari, inquieti. Dove vivono, cosa fanno, appartengono ancora all’umanità o sono esseri di un altro pianeta! Portano con loro, sepolto nelle profondità del loro essere un ricordo lontano, che non potrà mai venire alla luce.

Quali creature perseguitarono l’abate di Rancé! “Mi seguono dappertutto, m’importunano, entrano attraverso i miei occhi nel mio spirito e portano con loro l’inquietudine”. Sono le donne portatrici d’inquietudine.

“Vivete nascosta”, diceva Bossuet a Madame de La Valliere, “Per vivere felice, vivete nascosta”.

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venerdì, agosto 24, 2007







“La donna verso la quale un uomo è portato come verso il destino umano incarnato per lui non appartiene più allo spazio di cui il denaro dispone. La sua dolcezza sfugge al mondo reale dove essa passa senza lasciarsi catturare più di un sogno. La sofferenza devasterebbe lo spirito di colui che si lasciasse possedere dal bisogno di sottometterla. La sua realtà è dubbiosa come una luce che vacilla, ma che la notte rende violenta. [...]

G. Bataille * Il labirinto*



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sabato, luglio 21, 2007

Soglia: oh, pensa che è, per due che si amano
logorare un po' la propria soglia di casa già alquanto
         consunta

anche loro, dopo dei tanti di prima,

e prima di quelli di dopo... leggermente

(Rilke, Nona Elegia)

 
***

Anche noi vogliamo essere,
dove il tempo dice la parola di soglia,
che, mille anni giovane, si alza dalla neve,
dove l’occhio errante
si calma nella propria sorpresa
e capanna e stella
stanno nel blu da vicini di casa,
come se la strada fosse già percorsa.

(Celan, Sotto il tiro di presagi)

 
***

Schwellenwort (parola di soglia). Anche noi vogliamo essere, \ Dove il tempo dice la parola di soglia. Dire la parola di soglia, nominare è già fare i conti con la scomparsa della cosa nominata, con la morte che si annida nel cuore stesso dell’esistenza. Soglia da attraversare certo, la morte, non come passaggio tra un dentro e un fuori, ma tra un essere ancora e un non essere già più. il linguaggio è sempre metaforico perché è metafora dell’essere, solo metafora senza coincidenza, nessuna parola potrà mai coincidere con il suo oggetto, così come nessun amore coinciderà mai con l’amato. Eccoci, per ora, ad una prima conclusione: la parola è destinata a farsi traccia, a diventare scrittura, a segnare una dif-ferenza tra essere e non-essere, assenza e presenza. “Come se la strada fosse già percorsa”, e nella sorpresa dell’occhio ogni separazione annullata nel blu.

L’unità della natura o l’unità dell’essere, comunque intendiamo questo ricondurre all’unità ciò che era separato, non è un’ipostasi, perché è nel nostro esser-ci che avviene la sintesi a priori del tempo. “L’esser-ci è il tempo stesso” (Heidegger). Noi siamo, vogliamo essere, dove il tempo dice la parola di soglia. La parola, dunque, come mediazione tra l’essere e il non-essere. Questo ci fa anche dire che la parola non è mai interamente proferita, che non c’è mai una parola definitiva, quindi una presa di coscienza dell’essere. La scrittura, parola di soglia, lama del vivere che insidia e ritaglia, profonda apertura nel cuore dell’essere che mette in pericolo la vita stessa. Ma “dove il pericolo cresce, cresce anche ciò che salva” (Holderlin).

“Noi siamo come ospiti nel mondo. Nel linguaggio si compie l’unificazione di cosa e mondo, ma anche il loro essere nella ‘distinzione’. Questa separazione si manifesta come ‘dolore’, si compie come dolore. Il viandante che in Trakl passa la soglia impietrito dal dolore, connette ciò ch’è separato, dall’esterno nell’interno.” (C. Fabro)

“Dialoghi con cortecce d’albero. Tu \ scorzati, vieni, \ scorzami dalla mia parola. \ Tardi com’è, così nudi e vicini alla lama \ vogliamo essere.”. Parola corteccia d’albero, limite tra me e te, soglia e lama.

Se le cose prendono congedo da noi “Riunito è tutto ciò che vedemmo, \ a prender congedo da te e da me...” (Celan, Di soglia in soglia)

“Poiché già la notte e l’ora, \ che dà un nome sulle soglie \ a chi entra e chi esce, \ approvò quanto facemmo, \ poiché nessuno come terzo, c’indicò la via, \ ecco che ombre non verranno \ separate...” (Celan, Insieme, in Di soglia in soglia). La parola come attestazione di una presenza non comporta né un’origine né una fine, non mette in dubbio il venire alla luce degli esseri naturali dal nulla e il ritornare nel nulla, non prevede il tempo come distruzione.

“La morte è un fiore che solo una volta fiorisce. \ [...] non fiorisce nel tempo. \ [...] Tu lasciami essere uno stelo” (Celan)

 
***

Verde un risveglio
oltrepassò la soglia
di ramo in fiore
in verde rifiorire

S’instillò placido
carminio centro

scosso sussulto
espanso esteso

traboccò in rivolo
tortuosamente
trascinò petali
s’illuminò.

(R. R. Florit,  da Piante occulte, raccolta inedita)

 
Lei s'incammina in questa notte antica
oltrepassando del buio la soglia
nel mantello gelato che l'intrica
e riscalda, annaspa, misera foglia
vagante o migratoria, d'Asia amica
attraversando il Bosforo si sfoglia.
Petalo sparso, incandescente lava
nascosta nella folla che s'incava.

(R. R. Florit, inedita)

 

Blog: http://ilsegretodellasoglia.blogspot.com/

 

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mercoledì, maggio 30, 2007

Si gioca tra due personaggi. Ham e Clov, due concezioni del mondo, parti psicotiche e non psicotiche.

“Nulla avviene” sulla scena.
L’ “Io egocentrico” (Ham) è al centro dello spazio scenico.
Ham – E l’orizzonte ? Niente all’orizzonte ?
Clov – Ma che cosa vuoi che ci sia all’orizzonte ?
Ham – E il sole ?
Clov – Nulla

Sulla scena due pattumiere dove sono “gettati” i genitori di Hamm. Trattati come bambini, prigionieri del loro contenitore. Chiedono affetto e nutrimento a Hamm, richiesta gratificata con parsimonia. Clov è l’Io infantile che vuole separarsi da Hamm, fuggire da una situazione insostenibile. Hamm rappresenta per lui il potere assoluto che finora lo ha soggiogato. Clov accumula risentimento, al punto di voler uccidere Hamm. Un giorno decide di sfuggire questo spazio simmetrico, ... dove il tempo è immobile: “Che ora è ? – La stessa di sempre – E allora ? – Zero.”

Guardando attraverso una finestra, unica apertura di un mondo chiuso, Clov scopre e riferisce un incidente nel nulla, una vita nella morte. C’è qualcuno fuori e Clov lo guarda.

Clov – Vado a vedere

Hamm – È finita, Clov, ormai abbiamo finito. Non ho più bisogno di te.

Clov – Capita a proposito... Ti lascio”.

Rescissione del cordone ombelicale per avventurarsi nello spazio aperto.

Il dramma si svolge in uno spazio chiuso tagliato fuori dal mondo vivente. Il fuori stesso non è che il nulla.

Hamm - Fuori di qua è la morte.

Hamm, l’io onnipotente non vede, non ha bisogno di vedere, egli sa.

Il dubbio sul suo potere comincia nel momento in cui si accorge di aver bisogno di Clov per vedere. Il suo potere crolla. La sua onnipotenza nega la curiosità per il mondo esterno. Egli non deve muoversi, perché un altro (Clov) è incaricato di tutte le mediazioni con la realtà esterna.

Clov come Hamm, è in uno stato di ambivalenza, dipendenza da Hamm e dis-illusione, bisogno di rapportarsi a una realtà diversa, di uscire nello spazio aperto. Prendendo coscienza del suo stato di prigioniero, comincia a odiare il suo padrone, colui che era il centro del (suo) mondo. Clov non ha genitori; per lui Hamm è tutto.

Hamm, l’io narcisistico, non tollera la dipendenza dai genitori. Non valorizza questi oggetti primari, li degrada, li introietta senza amore, senza calore. Non si occupa di loro, li abbandona, confinati dentro le pattumiere, li lascia morire lentamente. Nega la sua dipendenza che minerebbe il suo potere assoluto; riconoscerla creerebbe una ferita narcisistica insormontabile.

L’odio di Clov è l’odio del servo per il padrone, colui che si frappone tra il sé e la realtà esterna, ma è anche risentimento per la dis-illusione nei confronti dell’Io onnipotente.

Hamm sa che esiste un’altra realtà, ma che essa gli sfugge. Deve, perciò, imporre la propria realtà, eliminare la barriera che lo separa da Clov, negare la sua identità, negare ogni diversità, negare l’Altro.

Si vede in Clov come in uno specchio (stadio del narcisismo): “Un giorno sarai cieco. Come me. Sarai seduto in qualche luogo, un piccolo pieno perduto nel vuoto, per sempre nel buio. Come me. Un giorno dirai a te stesso, Sono stanco, vado a sedermi, e andrai a sederti. Poi dirai a te stesso, Ho fame, ora mi alzo e mi preparo da mangiare. Ma non ti alzerai... e non ti preparerai da mangiare. Guarderai il muro per un poco, poi dirai a te stesso, Ora chiuderò gli occhi, forse dormirò un poco, dopo andrà meglio, e li chiuderai. E quando li riaprirai il muro non ci sarà più. Intorno a te ci sarà il vuoto infinito... Sì, un giorno saprai cosa vuol dire, sarai come me”.

La “fatica” di Hamm è nello stesso tempo la tristezza del corpo e l’esperienza corporea della sua onnipotenza: l’immobilità traduce la sua incapacità di andare alla ricerca del nutrimento, dell’oggetto di cui ha bisogno. Essa nega lo spazio che separa, il ponte che è, paradossalmente, espressione della dis-continuità.

In questo deserto il muro è il segno delle identità, ma il corpo si dissolve nel vuoto infinito. È il vuoto interno di Hamm che invade tutto lo spazio.

Clov, in questo deserto, vede un bambino che si guarda l’ombelico; il bambino è il segno della separazione, della sua liberazione. Guarda il punto in cui il cordone ombelicale è stato tagliato, la ferita, la traccia dell’affrancamento e nello stesso tempo dell’esistenza di Hamm, della sua presenza in lui.

Le parti psicotiche e non psicotiche hanno coabitato per tanto tempo, sono state unite nello spazio corporeo e nel tempo..., e alla parte malata sono state attribuite tutte le qualità dell’Io (intelligenza, immaginazione).

Guarire è perdersi nella molteplicità. La guarigione è una morte e una rinascita. Clov sfugge lo spazio simmetrico e chiuso per rinascere, abbandona Hamm che rifiuta di riconoscere la sua decadenza, che si attacca disperatamente alla sua arroganza, che abbraccia la sua morte come un’ultima sfida, come la suprema affermazione del suo mondo.

Clov va verso la vita, la diversità, la molteplicità degli esseri e degli aspetti della vita. Sfugge all’Uno-tutto che lo racchiudeva.

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mercoledì, maggio 09, 2007

 
















Nuovi accecati passi divelgono gli inverni
nell'arenarsi vinto del resinoso cuore
stillare dalla scorza sangue vivo di viole
appassendole in gola mal riposte speranze

 
 
***
 
Se penso a una caduta,
a un lento vorticare che si spegne,
a un rivolo inoltratosi nel verde,
è a te che penso, amore
e sento, così profondamente il tuo dolore,
che d’un azzurro pallido si tinge
tutto il mio giorno luminoso e vivo.
E resto nella voragine di pena,
senza bagliori, senza fioca fiamma.
 
 
***
 
 
Fu la porta d’entrata divelta
risucchiata dagli atomi bagliori
rifluita in cortecce. Nerelune sorelle
allineate dai secoli affacciate
raccontarono l'oscuro sporgersi
dagli occhi di fradice foglie consunte
di carni artigliate da chiodigarofani
cesellate da scorticature.
Evaporazione di lingua perduta
sul ramo d'autunno del cuore
s'innesta in patria radice
 
 
***
 
Espanso l’oro s’avviluppa ai voli
sete d’innalzamento segno alato
propaggini di rami desolati
enumerano il metallico suono
 
 

(Rita R. Florit, da “Piante occulte”, 2007, inedite)


 
 

“Visione ed elevazione attraverso la differenza delle somiglianze, comprensione dei livelli dello spirituale attraverso le variazioni del sensibile. Senso determinato quasi dalla specificità dell’azzurro caldo, luminoso, e misteriosa trasparenza diversa dal segreto proibito del nero e dal grido violento del rosso bruciante. L’azzurro in quanto azzurro, momento essenziale dell’elevazione.”  (Lévinas)

 

“ ...ed ecco le nostre vite svaniscono odori suoni colori e tocchi glicine angoli di noccioleti linfa autunno inverno rive d’estate... labbra ciliege fieno capelli nella cantina fruscio di vimini in soffitta tappeto... sdraiati sulle foglie aranci allori limoni...” (Sollers, Paradis)

 


















Suoni e colori nerelune e rami desolati oro rosso azzurro il vento si muove nei tuoi capelli mi dà acuto dolore di te che non sei me nell’odore della sera svaniscono i fiori i colori cambiati nel nero del cielo logoro sigillato essere del mondo afferra il niente un silenzio di neve e di vuoto in vuoto se qualcosa avviene non è mai in ristagno d’eterno evaporazione di lingua perduta sul ramo d’autunno del cuore e voglia di rannicchiarmi nell’ombra dolce frutto della bocca ancora non so andarmene da qui sguardo che si allontana gesto che va verso te sorriso aperto tristezza senza pena lettera senza indirizzo do titolo alla mia opera del nulla dell’assenza siamo monadi cominciamo per creazione finiamo per annichilimento e il muscolo della notte si stira nel letto pratica vitale qualcosa dal fondo di quest’occhio notturno raggiunge la vena intima e resto nella voragine di pena tra poli ed equatore stelle fisse ad oriente propaggini di rami desolate...

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mercoledì, aprile 11, 2007

Mario Galzigna Il mondo nella mente

  

“A una riflessione radicale, dunque, perfino il mondo degli esseri umani costituito intersoggettivamente si costituisce in realtà per me attraverso le pure connessioni della mia coscienza”. (Edmund Husserl)

 

“La dimensione labirintica del Sé si risolve nel raggiungimento dell’unità dell’Io, cioè nel processo costruttivo dell’identità personale, che tuttavia arriverà a recidere la trama delle connessioni e a trascendere il flusso labirintico su cui questa stessa trama si era sviluppata”. (Mario Galzigna)

 

“Ogni volta che c’è una metafora c’è anche da qualche parte un sole; ma ogni volta che c’è il sole, allora la metafora è cominciata”. (Jacques Derrida)

 

“Più che il vizio, dice Proust, sono la follia e la sua innocenza ad inquietare. Se la schizofrenia è l’universale, il grande artista è proprio colui che supera il muro schizofrenico, e raggiunge la patria sconosciuta, là dove non c’è più alcun tempo, alcun ambiente, alcuna scuola”. (Deleuze - Guattari)

 
 
1.
 

Io è un altro”; “Gli altri sono l’inferno”. Da sillogismo filosofico a paradigma della cura, il senso è sovvertito. Verremo a capo di questo nodo solo nell’appendice, che non sta lì per caso.

 
Difficile dopo una parte introduttiva (pp. 20-26), in cui la libertà espressiva, tra citazioni (Gadda, Deleuze, Leibniz, Spinoza) e disordine barocco, è al suo massimo, calarsi nel libro reale. La pratica clinica o i compiti dell’epistemologia sembrano agli antipodi della segreta conoscenza propria dell’anima barocca. Calarsi in un teatro di voci che dilegua verso il sogno non sembra essere lo stesso che il rimanere prigionieri delle voci interiori imperiose o dei sintomi propri delle malattie psicotiche. Eppure il libro sembra proprio ricercare questo rapporto, ma quale rapporto ci può essere tra il reale quotidiano e banale e le fantasticherie barocche !
La complessità dell’anima barocca è un edificio su due piani: piano inferiore che si curva, si piega, muta in rapporto al mondo esteriore, si affaccia sul mondo; piano superiore chiuso, buio, ma punto di vista unico, buia stanza in cui risuonano le molteplici voci del mondo (p. 25). La monade, “senza porte e finestre”, limite del mondo illimitato.

Per aprirsi al mondo l’anima deve prima richiudersi su se stessa, “la chiusura è la condizione dell’essere per il mondo”. Il buio della stanza è metafora del buio dell’anima in cui il tempo si dissolve, è “il dileguare verso i fuochi misteriosi del sogno” dell’io. “Nei tormenti e nei sogni dell’anima barocca... la fantasia separa lo spazio dal tempo”. Nessun nesso logico o temporale in questo teatro dell’anima popolato di voci, di ricordi disordinati; un teatro desolato tenuto in piedi da un ordine interiore, un’identità articolata su un disordine esteriore. “Labirinto del continuo nella materia e labirinto della libertà nell’anima”. “In realtà la materia non è un continuo, ma un discreto diviso in atto all’infinito” (Leibniz).
 
L’enigma delle radici e la cosmoanalisi è uno dei capitoli chiave del libro. Il cosmo include e abita i soggetto: il cosmo come ambiente, storia, mondo. “Il luogo è la superficie del corpo ambiente” (Descartes).
Parzialità della follia: si ragiona anche all’interno della follia – “un resto di ragione” (Hegel). Tutte le passioni sono alienanti; sulla base dell’analogia evidente tra passione e follia è possibile riconsiderare la cura, riconducendo la follia alla sua primitiva espressione, che è il carattere di ogni passione. Si potrebbe dire che la follia è solo una passione continuata, senza un’adeguata mediazione del pensiero. Condurre il mondo nel soggetto (Deleuze), piuttosto che alienarlo al mondo. C’è in tutti noi un nucleo di follia che si chiama libertà interiore (Gauchet) capace di produrre il nostro asservimento a un sé senza fondamento esterno.
 
Dal punto di vista unico della monade leibniziana alla “sospensione” o “messa tra parentesi” del mondo (epochè) della fenomenologia di Husserl, non c’è un cambiamento prospettico, ma una ricerca di senso propria di una coscienza che non nega il mondo, ma lo riduce (insieme al Cogito), ad atto intenzionale. L’assenza di un senso dato dell’esistenza sostituisce il dubbio cartesiano, ovvero “ogni cogito ha per cogitatum cose, uomini, oggetti o stati” (Husserl), è un percepire un mondo già dato.
A partire dal capitolo sui “processi costitutivi” Galzigna formula la domanda principale a cui il libro tenta di dare una risposta: “Come può l’intenzionalità terapeutica rivolgersi al mondo interno del soggetto malato senza conoscere i processi storici che lo hanno ‘costituito’ ?”

Il processo di costituzione dell’io non può avvenire contro il mondo, ma solo al suo interno. Si può arrivare a definire la malattia psichica, in senso lato, come la perdita dei ricordi, poiché il ricordo non è mai qualcosa di dato, di attivo, ma viene sempre prodotto, secondo la geniale intuizione di Proust, a partire da sensazioni e esperienze presenti che lo riportano in superficie, lo “riattivano” (p.116). Il malato ossessionato e fissato su un presente che gli appare eterno e immutabile ha perso la sua storia; ha perso la capacità di andare in fondo ai ricordi per scoprire ciò che ha generato il suo stato attuale di disagio.

“La perdita delle immagini è la più dolorosa delle perdite. Significa la perdita del mondo. Significa: non c’è più nessuna esperienza [...]. Nell’immagine ho abbracciato il mondo, te, noi.” (Handke cit. da Galzigna)
 
2.
 
La materia della mente (Edelman) e quindi il mondo nella mente è la metafora di un vissuto corporeo in carne e ossa (Husserl); è un percepire le “cose del mondo” come possibilità dell’esperienza corporea.
“La conoscenza dell’interazione tra corpo proprio e metafora – tra Leib e rappresentazione psichica verbalizzata – potrebbe, in altri termini, gettare nuova luce su alcune disfunzioni ideative, su alcune deformazioni deliranti, dando allo psicoterapeuta la possibilità di ricondurle, con relativa certezza, alla centralità del vissuto corporeo. Il delirio, dunque, come spia di un rapporto disturbato tra il paziente e il proprio corpo. La successione, ovviamente, potrebbe essere rovesciata, rimanendo ugualmente significativa: da un’anomalia percepibile (o intuibile) del vissuto corporeo alla comprensione di certe distorsioni rappresentative, oppure di un certo deficit della funzione metaforica (p. 117) ”.
Questo è, a mio parere, uno dei passi più significativi del libro. In altre parole, non si hanno idee deliranti, ma un corpo incapace di esperire il mondo come sua estrema possibilità e tradurlo metaforicamente nel proprio mondo mentale, cioè nel proprio vissuto. “Non c’è percezione senza affezione”, ma è possibile ritrovare la purezza dell’immagine (del mondo) solo liberandola dall’affezione (Bergson); non più sensazione ma parola, pura idealità. Questa incapacità ideativa o di creare metafore è la perdita del mondo (la terra) come luogo sicuro, luogo in cui si è a casa e si sta presso di sé. Ritorniamo al concetto di piega, da Leibniz a Mallarmé: “La piega è infatti al tempo stesso sesso, fogliame, specchio, libro, tomba, tutte realtà che essa riunisce in un certo sogno molto particolare di intimità. [...]. Possiamo rappresentarci il posto che occupano le cose solo con metafore. Il luogo, il posto in cui le cose appaiono..., il ricettacolo, la matrice, la madre, la nutrice, tutte queste formule fanno pensare allo spazio che contiene le cose” (Derrida).
 

Galzigna si chiede a più riprese se il discorso psichiatrico è stato ed è ancora funzionale alla cura dell’altro o ad un potere di controllo delle menti. Espressioni come “non guaribilità; irreversibilità dei processi schizofrenici” o quella di “sintomo primario” non rientrano nella diagnosi della malattia, ma nel paradigma ideologico che non considera il “soggetto sofferente”, ma solo la malattia.
Vale la pena citare Deleuze di Differenza e ripetizione: “Non è altri a essere un altro Io, ma l’Io un altro, un Io incrinato. Non c’è amore che non cominci con la rivelazione di un mondo possibile in quanto tale, involto in altri che lo esprime. Il volto di Albertine esprime l’amalgama della spiaggia e dei flutti: ‘Da quale mondo sconosciuto lei mi distingueva ?’ Tutta la storia di questo amore esemplare, è la lunga esplicazione dei mondi possibili espressi da Albertine, che ora la trasforma in soggetto affascinante, ora in soggetto deludente.” È attraverso il mezzo del linguaggio che “l’altro da realtà ai mondi possibili che esprime”. È sempre la “funzione del linguaggio” che porta all’ “interiorizzazione della differenza” (Deleuze, D.R.).
Tra i molti volti del mio Io ce n’è uno nel quale io mi riconosco, ma che si nasconde tra le infinite pieghe della mia anima, delle mie identità. Questa differenza del tutto interiore è la garanzia della mia unità solo se non smarrisce il suo rapporto col mondo. “Dobbiamo imparare a spostare le nostre intensità vitali verso la terra... Ritrovare un rapporto con il cosmo.” (Pierre Lévy cit. da Galzigna)

 
Blogosfera come spazio virtuale autonomo svincolato dal tempo della vita; “esposizione della propria identità in un circuito comunitario e comunicativo”. (p. 60). La rete può apparire come un extra-mondo, in particolare la blogosfera in cui il linguaggio, e solo il linguaggio, rivela l’altro a se se stessi.
 
“Vediamoli, questi desideri inaccettabili, che popolano l’inferno dell’inconscio freudiano” (Appendice p. 162). Il sogno come regolatore delle pulsioni attraverso, da un lato la loro parziale cancellazione o soppressione, dall’altro la loro modificazione e riordinamento. (p. 163). Sembrerebbe non esserci via di scampo al sacrificio pulsionale all’interno delle società; i compromessi, la nostra censura interna, saranno ricompensati (p. 163). Superare l’interiorizzazione delle istanze censorie sostituendo loro l’interiorizzazione della differenza, accettando le nostre anime plurime, le incrinature dell’Io, le altre voci e non la voce della coscienza. Passare, come dicono Deleuze e Guattari da un inconscio molare, repressivo, ad un inconscio molecolare che “delira”.... (p. 168), “In verità, la terra diventerà un giorno luogo di guarigione” (A. E.)
 
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categoria:testi, letture
mercoledì, aprile 04, 2007
“La sterile sabbia misura il tempo; la terra è feconda”.

“Ero alla ricerca del mio baricentro, di quel punto esatto che spetta a ognuno e ne definisce il posto, al di là del dolore e della frustrazione: il luogo del suo adempimento.”
È letteratura normale. Come H. Grimaud, anch’io sono un ossessivo: l’ossessione della simmetria nel corpo, e tra corpo e mente.
“Tutti noi risentiamo di movimenti ripetitivi; crescendo abbiamo acquisito abitudini di cui dobbiamo disfarci. Bisogna imparare di nuovo a muovere meglio il braccio, la testa, il busto, le gambe. Per lo più le persone ignorano i propri muscoli, non ne hanno la minima idea, non sanno niente di se stesse. Chi conosce le correnti neuronali, l’origine degli impulsi nervosi? In altre parole, tutte le occasioni per elevarsi ? Il corpo condiziona il pensiero. Disfarsi delle abitudini quotidiane del corpo significa rendere possibile un diverso rapporto con il pensiero.”         
Mi ossessiona il rapporto con la lettura, con la scrittura, la letteratura, la filosofia. Non è questione di conoscenza, ma del senso e dell’assenza di senso. Mi manca l’istinto che hanno le donne selvagge. E mi manca la musica, che viene dopo il silenzio e la segue.
“La musica si è impadronita di me perché è l’estensione del silenzio, di quel silenzio che sempre la precede e ancora vi echeggia ? La musica è una via d’accesso a un altrove della parola, a quel che la parola non può dire e che il silenzio, tacendolo, dice. Una musica senza silenzio cos’altro è, se non rumore ?”
“Subire, o scegliere di subire il destino”. Hélène sceglie di subire il suo destino, di non farsi imporre un destino. E trova il suo dolore come un atto. “Ero tormentata da un senso d’impotenza, anzi d’inutilità. Il mio dolore era un atto, e la sua contemplazione un abisso. Un grande buco nero nel mio petto; esso non comunicava più con gli spazi infiniti, con il cosmo, con la vertiginosa architettura della musica: come una falla nello scafo di una nave, comunicava con le acque glauche degli abissi, e inghiottiva tenebre.”
“Ogni piacere esige l’eternità, esige una profonda, profondissima eternità, scrive Nietzsche”. Scrittura e musica, piaceri che prevedono l’eternità.
“Coincidenza ? I lupi e le donne selvatiche hanno la stessa reputazione. Clarissa Pinkola Estès ha scritto che la storia dei lupi ha strane analogie con quella delle donne, quanto a passionalità e a fatica.”
“Avevo i lupi e avevo la musica. Avevo la musica dei lupi sotto la luna, e nel mio modo di suonare c’era quell’animalità che protegge l’artista.”
“Ogni essere ha in sé il mistero delle proprie contraddizioni, delle proprie lotte interiori. Noi tutti siamo l’incarnazione di un mistero”.
L’elemento dell’uomo non è la terra, né il fuoco, né l’acqua, né l’aria. L’elemento dell’uomo è “il quinto elemento”: l’arte.

 
***
 

Ho visto le statue senza fiato di Roma
allibite su fiumi di fumo
luce di semafori e acqua che bagna tutto.
Portoni come fienili
sbarre di ferro antico
parentesi vecchie
fuoco nemico.
Tagliole mozzafiato per topi e carogne
e baci in bocca e fogne,
stazione sempreverde Termini.
La mia infamia insolita
che altro non sa fare
se non girare intorno a una fontana
dedica i miei pensieri
e un cuore che si spezza
all’alba che bussa forte.
Ora mi corre l’idea di infilare le mani
leggere sotto il corpo schiantato
dal Pizzo Roccello e posarlo
sull’acqua di mare
che a me rimane soltanto
quella che specchia semafori a Roma
o aerei in partenza a Madrid.
Tanto non smetterà di piovere un attimo.

 

La poesia descrive una “partenza” entrando nel cuore di una città – Roma. È tutto lì, tra lo sfacelo e la gloria di una città e lo sfacelo assoluto di un cuore che si spezza. Rimane un angolo di verde, una stazione – Termini, la fine. Il mare è un lontano richiamo su cui posare un corpo, forse nella speranza di farlo tornare in vita. Ma l’unica acqua è quella delle strade in cui si specchiano i semafori, o gli aerei in partenza a Madrid.
Sereni aveva visto anche lui le “statue senza fiato di Roma / allibite su fiumi di fumo”, i “portoni come fienili”, il “ferro antico” e le “tagliole mozzafiato per topi”. Sereni aveva intuito “l’infamia insolita di girare intorno ad una fontana” come al proprio vuoto, e dedicare i propri pensieri e il cuore all’ “alba che bussa forte”, come la vita alle porte della morte. E chissà se smetterà di piovere.

 
***
 

Non so per quali strane analogie o caso, la lettura si è incrociata con le ultime pagine di “variazioni selvagge”, una quindicina di righe in cui vengono descritte le trappole che l’uomo ha inventato per sterminare il lupo che ti fanno rabbrividire d’orrore, l’orrore di appartenere a una specie chiamata uomo: “Ormai è impossibile elencare tutte le trappole e i veleni che l’uomo ha inventato per sterminare il lupo”. Poche righe dopo c’è la descrizione di New York, dove “si vive con il presentimento di una catastrofe; un presentimento eccitato, al limite della follia”. Poi, verso la fine del libro, Hélène Grimaud narra dell’11 settembre 2001, di un concerto a Londra da rimandare oppure no. Si chiede: “Che fare, fermare tutto ? Imbavagliare la musica, quella musica che proprio l’integralismo proibisce ? [...]. Tuttavia suonammo: per la vita, in suo onore. Fin dalle prime battute, sentii qualcosa di tiepido bagnarmi le mani, bagnare la tastiera. Lacrime.” Davvero strani analogie.

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categoria:poesia, testi, letture, letteratura
sabato, marzo 17, 2007

- La testa insanguinata di Hegel: “L’uomo è questa notte, questo puro nulla, che tutto racchiude nella sua semplicità – una ricchezza senza fine di innumerevoli rappresentazioni e immagini, delle quali nessuna gli sta di fronte o che non sono in quanto presenti. Ciò che qui esiste è la Notte, l’interno della natura – un puro Sé; in fantasmagoriche rappresentazioni tutt’intorno è notte, improvvisamente balza